IL CALZEROTTO MARRONE
Quadrimestrale on line di scrittura creativa
Editoriale
di Emanuele Zinato
Che
fine ha fatto la letteratura? E la critica? Hanno ancora un loro spazio
socialmente riconosciuto? Sembra
ormai un dato acquisito che, quanto a credibilità e prestigio pubblici, la scrittura-lettura
sia diventata marginale come strumento di modellizzazione dell’immaginario: ci
pensano molto più efficacemente altre “agenzie formative”, multimediali,
non sequenziali, mercantili.
Nel fuoco incrociato della globalizzazione, le risorse mentali sono diventate
materie prime nel circuito produttivo e la nuova organizzazione del lavoro mette
in scena l'intellettualità “postumanistica” su un vasto palcoscenico
virtuale, nei campi della consulenza hard e soft, della
pubblicità, delle televisioni, delle discoteche, del turismo e, da ultimo,
nella nuova scuola intesa come una sorta di intrattenimento. La critica
e la letteratura sembrano ormai attività
inservibili o quantomeno “di nicchia”.
Ci sono tuttavia degli strani segnali in controtendenza, che elencherò in tre
punti:
1. Glorie postume della letteratura in vita?
Innanzitutto, se si getta uno sguardo fuori dalla letteratura, a discipline limitrofe, come a esempio
la storiografia, l’antropologia o l’architettura, si nota come queste vadano
rapidamente “letterarizzandosi”. Per un apparente paradosso, la letteratura
sembra prendersi una rivincita postuma nei confronti di saperi più “forti”,
giacché tutti i campi disciplinari (perfino quello delle scienze della natura)
sembrano diventare retorica, fiction,
rappresentazione. La letteratura, esplosa o espansa, ficca insomma il suo
vecchio naso dappertutto, contaminando gli altri campi del sapere e creando
un’oscillazione tra il discorso persuasivo e quello cognitivo.
2.
Dilagano le scuole di scrittura.
Certo: occorrerebbe chiedersi perché, nel senso comune, il termine scrittura
creativa abbia soppiantato l’idea stessa di letteratura. “Scrittura
creativa” è infatti un binomio che
incorpora due elementi di moda: in sostanza, l’écriture
e il plot finzionale,
ludico-combinatorio, con annessa intertestualità perenne, intrattenimento, mito
della spontaneità e dell’effusione… Insomma, quello che da un ventennio
chiamano postmodernismo, chi con
euforia, chi con disforia. Eppure questo fenomeno non è soltanto una moda
effimera: coinvolge ampie fasce giovanili, familiarizzandole con un intimo
bisogno di lettura e di scrittura.
3. Il dibattito, ancora lui.
Infine, a partire dalla letteratura, sembra rispuntare la discussione culturale.
L’ intervento di Romano Luperini (Intellettuali,
non una voce, «l’Unità», 18.02.04) ha generato ad esempio una sorta di
salutare scandalo, con decine di risposte sia favorevoli che contrarie, tutte
stupefacenti per la profondità delle argomentazioni e per la vastità
generazionale delle voci coinvolte (Benedetti, Berardinelli, Busi, Celati,
Cordelli, Cortellessa, Cotroneo, Domenichelli, Ferroni, Ganeri, Moresco, Mozzi,
Palandri, Sabasta, Scarpa, Siciliano, Simone, Voce, …).
La provocatoria tesi di Luperini è in sintesi la seguente: per secoli è
esistita la figura dello scrittore-intellettuale, rimasta in vita sino a qualche
decennio fa (in Italia sino a Pasolini, Fortini, Calvino, Volponi). Si trattava
non solo di grandi poeti o narratori ma anche di saggisti e critici del costume,
capaci di porsi l’ obiettivo di un impatto politico, sociale, culturale ed
etico sulla società. A un certo punto, però, questa figura storica è venuta
meno. Si è estinta per ragioni complesse: la crisi dell’umanesimo, il trionfo
della comunicazione televisiva, l’eclissi della mediazione intellettuale.
Certo è che il nostro paese – secondo Luperini - vive un momento di degrado
intellettuale, misto di cinismo e di narcisismo, più acuto e desolante di
quello che si avverte in tutto l’Occidente. È questa decadenza che impedisce
del tutto a scrittori e critici nuovi di rappresentare e giudicare la nuova
realtà: la guerra permanente, lo spirito di crociata, le forme di dominio
plebiscitario e mediatico.
Alcuni hanno reagito con violenza a questa tesi, sentendosi delegittimati.
Particolarmente dure sono state le risposte di Carla Benedetti (Il
partito del lamento, «l’Unità» 20.2.04) e di Tiziano Scarpa (La
generazione dei padristi, «l’Unità» 23.2.04). Carla Benedetti ha
accusato Luperini di ragionare per partito preso, ignorando le molte voci di
scrittori sensibili all’alterità culturale nei blog (ad esempio, nella rivista in rete «Nazione Indiana»), nei centri sociali e
anche nei libri. Tiziano Scarpa ha invece definito il suo interlocutore «padrista»,
ossia un padre assoluto che, come
Crono, divora i propri figli. Difendendo le proprie opere e quelle di Moresco,
Ammanniti e Busi, Scarpa ha così concluso: «Eppure siamo qui, vivi,
fortissimi, in attitudine di combattimento e di sogno… Non abbiamo padri».
A ben guardare, grazie allo schermo polemico di una negazione, («Non abbiamo
padri») il dibattito sull’ «Unità»,
proprio con l’evocare l’immagine del conflitto fra padri e figli, riaffema in
absentia la ragione ultima della letteratura: la trasmissione
dell’esperienza e della memoria di una comunità. La
lettura-scrittura, intesa come esercizio dialogico,
con la sua attività selettiva e mediatrice, ha a che fare infatti con il patto
fra generazioni, ossia con l’eredità culturale, con la lotta contro
l’insensatezza e contro la morte.
Insomma: oggi si torna inaspettatamente a interrogare
le ragioni ultime della letteratura. Ci si chiede – dall’interno
di una crisi - cos’è lo scrivere, perché
e per chi si scrive: proprio come fece Sartre all’indomani della
seconda guerra mondiale (in Che cos’è
la letteratura, 1947). La stessa diffusione della “scrittura creativa”
ci suggerisce che il bisogno di invenzione e di immaginazione non viene per
nulla davvero soddisfatto dalle attuali forme mediatiche, seriali e mercantili.
L’ ossessione espansionistica dell’audience,
abbassando la qualità, intrattendendo all’infinito, dopo aver solleticato il
postmoderno disincanto, annoia o inebetisce i suoi consumatori, anche quelli più
“interattivi”.
Forse – infine - in forme paradossali - lo stesso dilagare della letterarietà nelle più varie discipline (nel segno della retorica, del relativismo e
dell’ermeneutica) è non solo un indizio della liquidazione della letteratura
ma anche della sua profonda necessità.
Il discorso letterario, infatti, – costitutivamente ambiguo e plurivoco, a
differenza del discorso ideologico e di quello scientifico, non può fare a meno
di dare voce (nella specificità della sua
non innocente finzione) alle ragioni negate e represse. La letteratura
implica dunque una razionalità flessibile –di cui sempre più si avverte
l’urgenza, capace di dare ascolto alle alterità. Una razionalità praticabile
e condivisibile, capace di accettare l’idea che la verità sia plurima, senza
bisogno di blindarsi in scientismi d’acciaio né di postulare
l’inconoscibilità del mondo, le interpretazioni in permanente deriva,
illimitate o indecidibili.
Dell’esperienza letteraria abbiamo bisogno perché rende dicibili le contraddizioni
(individuali e planetarie), la diversità e il conflitto: ad esempio, fra
modelli ideologici e forze dell’immaginario, o tra diversi livelli di senso.
Del resto, l’ etica dialogica
presente fin dalle origini del pensiero occidentale – di cui la nostra
esperienza letteraria è figlia - prevede che la verità non si trasmetta
dall’alto ma si costruisca insieme, mediante un fitto scambio di affermazioni e -
soprattutto - di salutari dubbi.
Per approfondire
Per il rapporto tra la scrittura e l’eredità culturale vedi P. Ricoeur, La
Mémoire, l’histoire, l’oubli, Editions du Seuil, Paris, 2000., p.694;
Giulio Ferroni ha interpretato questa pagina di Ricoeur come “un
essere-contro-la morte” in La pietas
della critica e i confini del letterario, in Le
immagini della critica. Conversazioni di teoria letteraria, a c. di Ugo M.
Olivieri, Bollati Boringhieri, Torino, 2003, p. 250.
Per un originale modello teorico capace di dar conto del rapporto
contraddittorio fra figuralità e modelli ideologici nel testo si rinvia al ciclo freudiano di
Francesco Orlando, ripubblicato sotto il titolo generale di Letteratura,
ragione e represso (F. Orlando, Due
letture freudiane: Fedra e il Misantropo, Einaudi, Torino, 1990; Id., Per una teoria freudiana della letteratura, Einaudi, Torino, 1992;
Id., Illuminismo, barocco e retorica
freudiana, Einaudi, Torino, 1997). Cfr. inoltre il modello di Bottiroli,
grazie al quale le tradizionali figure retoriche abbandonano la loro funzione
“falsificante” o ornamentale, mutandosi in principi stilistici e cognitivi,
cfr. G. Bottiroli, Teoria dello stile,
Firenze, La Nuova Italia, 1997.