IL CALZEROTTO MARRONE
Quadrimestrale on line di scrittura creativa
Editoriale in forma di dialogo 
Laura Fabris e Emanuele Zinato
Laura. Caro Emanuele, il tuo editoriale al primo numero del calzerotto mi trova d’accordo solo in parte. Ritengo anch’io che la letteratura viva una condizione di trapasso in seguito a mutate condizioni sociali, politiche, culturali, tecniche. Ammetto altresì che il mutamento rappresenti in sé una crisi rispetto a una situazione precedente, e dunque un “problema”. Tuttavia, tu osservi che la letteratura “infila il proprio naso” in parecchi ambiti che non la riguardano, ossia al di fuori dell’immaginario e della scrittura, e sostieni al contempo che essa avrebbe perso ogni vigore nel modellare l’immaginario. Trovo questa affermazione quantomeno discutibile. La scrittura-lettura ha piuttosto invaso ogni sfera dell’immaginario e della vita emotiva. La scrittura è ovunque; non solo domina i mass media cartacei e i cartelloni pubblicitari ormai parte integrante di un ambito “formale” di comunicazione (con ciò intendo dire che per quanto il linguaggio giornalistico e quello pubblicitario si sforzino di apparire “quotidiani” sono ormai sempre più perfettamente riconoscibili mentre il consumatore di notizie e di beni è, o si sente, sempre più scaltrito e meno adescabile), ma i rituali di corteggiamento attraverso le chat, la comunicazione familiare attraverso gli sms; per non parlare di ambiti lavorativi: in essi ogni “transazione” è mediata ed esiste solo in forza della scrittura-lettura. Ho l’impressione che la vera crisi riguardi più che la letteratura, il critico letterario: assistiamo da troppo tempo alla chiusura della critica nel microspecialismo asettico e sterile.
Veniamo all’altro punto su cui vorrei dissentire: la necessità della dimensione dialogica di contro alla dimensione… retorica, direbbe Platone; la letteratura o lettura-scrittura come un NO sublime e radicale alle forme impositive della civiltà neoliberale. Io Marcuse non l’ho letto tutto, ma questo mi sembra proprio lui. Sia detto senza intento polemico, ma io, ecco, credo che la letteratura non abbia mai ostacolato (né favorito) la guerra e l’annessa imposizione dall’alto di ciò in cui credere, né viceversa che la guerra e l’annessa imposizione… eccetera abbiano mai favorito (né ostacolato) la letteratura. Non che non possa essere utilizzata all’uopo, ma perlopiù ciò è sempre avvenuto con scarso successo pragmatico ancor più che letterario. E credo inoltre che la letteratura sia più predisposta a rafforzare le certezze esistenti che non a porle in dubbio, compito, quest’ultimo, che appartiene alla politica; ma certo è solo un’opinione personale. Io credo che la letteratura nelle sue forme comunemente accettate, accademiche e non, nelle norme che la regolano e di cui essa si serve per produrre lettura-scrittura non possa essere tradotta su un piano totalmente dialogico o meglio “argomentativo” senza diventare altro: filosofia o politica. E credo quindi che essa debba rimanere su un piano meramente estetico senza con ciò deprivarsi della possibilità di trattare argomenti politici o filosofici. Insomma, mettiamola così: Marcuse non mi piace molto, ma Brecht mi piace moltissimo: così vicini, così lontani.
Emanuele Cara Laura, grazie delle coraggiose obiezioni che danno voce alle diversità presenti nella redazione e le mettono in gioco, a beneficio di tutti.
Detto con la necessaria e sintetica brutalità:
- Oggi la letteratura “espansa” è sì, secondo me. dappertutto, ma prevalentemente clonata, riutilizzata cioè nelle forme della comunicazione pubblicitaria (che ha saputo impossessarsi prima degli scarti formali delle avanguardie, poi dell’intertestualità e del double coding postmoderni); analogamente, la scrittura è dunque presente nei più svariati media, in fome “postcognitive” e servili, deprivata dei nessi sintattici e semantici;
- non credo anch’io che la letteratura – nella sua relativa autonomia estetica - di per sé possa cambiare il mondo o promuovere la pace e la fratellanza tra gli uomini. Ma, per carità, non cadiamo in estetismi, non si dica che la bellezza è in sé verità, mentre il punto è piuttosto l’intreccio (anche contraddittorio) che nell’opera d’arte si attua fra bellezza, verità ed etica. La letteratura non cambia il mondo, ma sul mondo così com’è è capace di dare – simultaneamente - sia il punto di vista dominante che quello dominato e represso, e non è poca cosa davvero, sul piano estetico, sul piano psichico e anche su quello etico e civile.
Detto ora in modi un poco più articolati: la nozione di crisi della letteratura e della critica si presenta in due accezioni diverse: la fine di un programma orientato sul modello della linguistica, che propugnava una scienza “forte” della letteratura, e la fine della centralità delle discipline umanistiche nel sistema dei saperi.
Per quanto riguarda la prima di queste accezioni, occorrerebbe interrogarsi a fondo tanto sui motivi per cui la critica semiotica e strutturalistica ha conosciuto da noi tanta fortuna, quanto sui modi del suo frettoloso abbandono. Ricordo solo che un intelligente critico, estraneo al microspecialismo sterile, Franco Brioschi, con la sua Mappa dell’impero già all’inizio degli anni Ottanta ha avuto il merito di argomentare persuasivamente come la dimensione dei saperi umanistici sia essenzialmente ermeneutica - cioè interpretativa - ma al tempo stesso esiga la responsabilità dell’interprete e il rispetto dei testi.
Per quanto riguarda la seconda accezione del concetto di crisi, ossia il confino della cultura umanistica ai margini della società, è stato da molti rilevato come si tratti di un processo più che secolare ( ben attestato a esempio da un romanzo di Balzac: le Illusions perdues). Tuttavia, solo nell’epoca sedicente postmoderna, caduta ogni distinzione tra cultura alta e cultura bassa, per la nuova classe media divengono indispensabili surrogati di letteratura “seria” che simulino una profondità confortevole e senza rischi. Solo dagli anni Ottanta in poi trionfano infatti le poetiche citazionistiche e si celebra il tripudio di una intertestualità autoritaria e dissacrante che mima ironicamente l’estetica del midcult. In Italia, l’ ossessione espansionistica dell’audience e una maliziosa nozione di democrazia culturale (sempre più simile alla televendita di fungibili “beni culturali”), fanno ormai assoluto divieto di distinguere tra una letteratura di serie A e una di serie C (così come tra i film, fumetti, cartoni di serie A e quelli di serie C). Come ben argomenta, con il consueto cinismo, Alberto Arbasino, «per la letteratura nessuno fa ciò che si fa per i ristoranti, una classifica per livelli, si mette in classifica il McDonald’s. E certo che batte tutti col suo fatturato.»
Se vuoi un riferimento teorico, più che a Marcuse (con tutte le ingiuste etichettature e caricature sessantottine del caso), guarderei – per definire e criticare il contesto presente - a Bourdieu: la responsabilità degli intellettuali oggi consiste innanzitutto nel mostrare con onestà al “pubblico” la grande truffa che sta subendo.
Laura La mia seconda osservazione riguarda l’ odierna immensa disponibilità di memoria magnetico-digitale e le sue conseguenze. Partirei da un libro di G.P. Landow sull’ipertesto che sostiene che il testo in rete, mantenendo viva la molteplicità del cartaceo ne elimina la fissità rendendo il testo infinitamente modificabile. Tesi mediocre. L’autore stesso si contraddice nel corso del testo rendendosi ben conto che un testo infinitamente modificabile non serve a nessuno e che, in compenso, l’aggiunta di nota a mo’ di glossa sull’ipertesto (comunque sempre da parte di un numero limitato di glossatori) lo avvicina al manoscritto e ai testi a stampa fittamente postillati più che allontanarlo. A conferma di ciò, i produttori di software si sono concentrati negli ultimi anni su strumenti che permettessero di fruire a monitor un testo non modificabile (pensiamo solo al successo del formato .pdf di Adobe Acrobat che ha soppiantato il formato .doc di Microsoft Word).
A mio avviso, l’innovazione va vista diversamente. Internet è un’immensa macchina per trovare le cose, siano esse, parole, oggetti, persone, luoghi, libri. L’enorme elenco di “voci” presente in Internet non è organizzato secondo un unico criterio prestabilito: vi sono voci di maggiore importanza e voci secondarie; Ecco allora che se cerchiamo “automobile” su un’enciclopedia universale troviamo magari 5 pagine, e se cerchiamo l’antico filosofo e scienziato greco Teofrasto troviamo mezza pagina (rapporto di 1 a 10) ma se facciamo lo stesso su internet troviamo 20 milioni di pagine per automobile e 20000 pagine su Teofrasto (rapporto di 1 a 1000). Ciò avviene precisamente in quanto internet è un’“enciclopedia” il cui criterio ordinatore è di natura economica e laddove il mercato delle automobili rappresenta una colonna dell’economia mondiale, il povero Teofrasto, con la sua unica opera residua scritta in greco antico, è quasi solo erudizione buona per qualche corso universitario di filosofia antica o di greco antico in giro per il mondo (e con Teofrasto va già bene; se cerco “Demetrio Calcondila” Google mi dà 68 pagine, Ione di Chio 35 pagine). Ciò non toglie che sul piano puramente economico Teofrasto valga molto meno di 1 millesimo dell’automobile e dunque la sua presenza in 20000 pagine di Internet lascia aperta la possibilità di un uso culturale e non solo economicistico della rete. Ciò valga contro alcuni eccessi dei profeti di sventura!
Dopo tanta premessa veniamo al dunque. Se è vero, e io credo che lo sia, che l’invenzione della stampa a caratteri mobili ha modificato l’approccio al testo scritto, come ha influito sulla critica? Il discorso è lungo e complesso e lo riassumerei in questo modo: poter disporre (possedere, studiare, prendere a prestito, toccare,) dei libri in quanto oggetti ha fatto in modo che non fossero più i testi ad aver bisogno della carta su cui stamparli, ma la carta necessitasse di qualcosa di sempre più perfetto da stamparvi sopra. La critica dal ‘500 al primo ‘900 ha lavorato strenuamente perché la perfezione dei testi fosse all’altezza della loro inamovibilità sulla carta stampata. Paradossalmente, laddove uno avrebbe potuto credere che il testo stampato fosse una copia o versione del testo originale diventava invece sempre più vero il contrario ovvero che il testo originale diventava simile alla sua versione stampata. In altre parole la carta stampata diventava verbum e la critica lavorava piamente e fedelmente (e spiritualmente animata) affinché il verbum non fosse “errato” affinché ogni libro fosse il Libro (un po’ come alla fine di Fahrenheit 451, dove ogni abitante della colonia di esuli è di fatto il libro che ha imparato a memoria).
Poi questa visione è entrata in crisi per colpa forse delle riviste e dei quotidiani, forse per colpa della TV, forse per colpa di Internet, forse… ne abbiamo sentite tante. Tutte vere, probabilmente. Di fatto nessuno crede più al Libro, fosse esso l’ulteriore incarnazione e metamorfosi del Vangelo o del Capitale, dell’Iliade o del Bahagavad Gita. L’anno zero della critica dura ormai da più di qualche anno. Se si calcola che le generazioni più vecchie continuano a credere in moltissime cose che ritengono di aver passato alle generazioni più giovani e che invece non sono passate affatto (per bene o per male), direi che ci siamo dentro da più tempo del previsto.
Il fatto è che non sono venuti meno i libri, ma i Libri, questi esseri iperurani che congelati in una sfera celeste tenevano tanti, non tutti ma parecchi, col naso all’insù, sono precipitati dopo che il ghiaccio ideale che li teneva insieme si è sciolto e il cielo ha lasciato il posto al nulla. Che fare? Ecco la scientizzazione della critica e dell’umanesimo tutto intero. Ecco le scienze della letteratura, lo sguardo disincantato sull’illusione dei Maestri di attingere la Verità. Ma ecco anche l’insofferenza perché non si viene più ascoltati come prima ma come, se non meno, ogni altro scienziato di qualchecosa, col beneficio democratico del dubbio che investe ogni scienza; dubbio sul perché (a cosa serve?), dubbio sui possibili danni (non farà male?) dubbio sull’effettiva competenza dei sui adepti (non crederanno di saperne più di me?) dubbio sull’autorità dei medesimi (anch’io posso dire la mia). Dubbi che provocano lo spaesamento se non l’irrequietezza costante degli adepti, com’è logico. E non ci si rassegna a questo, ci si inventa che, per esempio, la letteratura ci salverà dai disastri che incombono sull’umanità. Nooon come la medicina o la fisica, ormai asservite al potere farmaceutico, nooon come la matematica ormai asservita alla tecnologia sempre volta al guadagno se non alla distruzione, e nooon parliamo di economia o psicologia e alcune altre palesemente asservite.
A parte il sarcasmo, io non credo che il Libro possa resuscitare e che il cielo rimosso ritornerà al suo posto grazie alla nostalgia dei più ferrati intellettuali italiani; a meno di un ritorno dell’uomo all’età della pietra, magari in seguito a una guerra termonucleare; un’ipotesi poco auspicabile.
Emanuele Tu ritieni che la bulimia della rete condanni il cosiddetto immaginario cartaceo a uno stato residuale? Trovi questo processo inevitabile? Ho l’impressione che la tua affermazione comprenda un sì a entrambi i quesiti. Un sì disinvolto e un po’ cinico, che cercherò di problematizzare.
Teofrasto non sarà commerciabile: ma i suoi Caratteri, bozzetti umani e schizzi aneddotici, sono già tra noi in forme mediatiche, e hanno il loro prezzo sul mercato della satira televisiva. La medicina o la fisica, la psicologia o la matematica a ben guardare vivono oggi la medesima condizione della letteratura: sono declassate in quanto attività di pensiero. L’asservimento inizia in ogni campo del lavoro culturale con il collasso delle mediazioni, con l’automatismo delle decisioni, con l’assenza di criticità e di dubbio. Per restare al nostro campo, il declassamento della letteratura è oggi apprezzabile nel mondo dell’istruzione: è molto più trendy mettere in scena con superficiale protervia la retorica delle “nuove tecnologie”, piuttosto che ammettere con pacata fermezza che le trasformazioni del processo di lettura-scrittura in ambiente digitale necessitano di un più forte spirito critico e di occhiuti «avvisi ai naviganti» (per usare l’espressione di Alberto Cadioli nel suo Il critico navigante).
Vi sono intere famiglie di bisogni umani che la rete di per sé non sa soddisfare e che dunque sono condannnate all’atrofia: un grande romanzo, una grande poesia possono essere a esempio vere e proprie lezioni di psicologia del profondo e di analisi sociale (e questa è la dignità della grande letteratura: una dignità che oggi si cerca di sfigurare, riducendola a mero “giochetto” citazionistico, combinatorio, finzionale). Le alternative banali tra testo facile o difficile, pesante o leggero traducono goffamente in senso comune estetico quella che in realtà è un’ansiosa scelta di mercato che appiattisce la ricezione al ribasso, come succede ormai in modo devastante con le televisioni-spazzatura.
Il sarcasmo nichilistico e un po’ ilare che circola nelle tue affermazioni deriva probabilmente dall’impressione che molti giovani ancora oggi avvertono di inevitabilità tecnica del processo in corso, e dalla conseguente immagine dei critici letterari come veri e propri fossili viventi. Nel postmoderno, del resto, occorre trasformarsi in fretta in intrattenitori, in promotori di eventi, oppure togliersi di mezzo, accettare di svanire.
Oggi tuttavia qualcosa sta cambiando: il postmoderno stesso inizia ad essere sottoposto a una robusta revisione. Si avanzano proposte storiografiche basate sulla necrosi del postmoderno e sulla genesi di un nuovo romanzo della globalizzazione (è il caso del recentissimo libro di Stefano Calabrese, www.letteratura.global.). Perfino gli apologeti neoliberisti, come Fukuyama, che ieri proclamavano l’indiscussa fine della storia e di ogni mediazione, oggi ripristinano una sorta di restailing della mediazione storica, o per meglio dire di un suo lugubre surrogato: l’uso dello state-building e l’esportazione armata della democrazia.
Le evidenze tragicamente tangibili della guerra permanente stanno insomma incrinando i fondamenti ideologici del postmoderno (le idee di società trasparente e di testualizzazione del mondo) e con essi la centralità dell’intrattenimento: il dolore, e la morte, oggi più evidenti, sono forse la prova più chiara che l’uomo non è un segno e che alla base dell’io semiotico c’è sempre l’io esistenziale, senza il quale nessuna comunicazione reale sarebbe possibile. La critica come mediazione culturale tra passato e presente, come dovere di scelta e responsabilità interpretativa, torna così ad avere, implicitamente, una propria funzione sociale. Insomma: anche nel più ristetto ambito letterario, dopo gli anni del microspecialismo e quelli della fiction, la nozione di realtà potrebbe tornare a farsi strada con quella forza non prescrittiva che le aveva impresso tanto tempo fa Auerbach in Mimesis.