IL CALZEROTTO MARRONE
Quadrimestrale on line di scrittura creativa
Editoriale
La poesia è … uno zombi   
Nicola Gardini
Inattualità della poesia, importanza della poesia … Le due cose non si escludono, anzi vanno insieme, in genere nelle lamentele di chi un po’ di poesia la conosce – o crede di conoscerla – e magari la pratica, da lettore o da scrittore. Insomma, di poesia non ce ne sarebbe mai abbastanza, non se ne farebbe mai scorta sufficiente … Di poesia non si riesce a fare indigestione. Chi non legge poesia (e non la scrive!), invece, non ne sente la mancanza, e neppure si immagina che esistano editori, editorini, editoracci – kamikaze o prezzolati – di cose chiamate poesie, festival, premi, letture, riviste di ogni tipo. Che esistano i poeti, e abbiano facce, vivano, abbiano una voce, si odino a vicenda, si strappino le coppe di mano! I poeti sono esseri del passato. Sono gobbi, piangono … La poesia? Che cos’è? Mai provata. Insomma, la poesia è un po’ come la droga – se non la prendi, non sai cos’è e non ti viene voglia di provarci. E vivi benissimo. O la verità è che dovremmo drogarci tutti?
A qualcuno, è pur vero, la droga non fa nessun effetto. A quelli che hanno letto un po’ di poesia a scuola non è rimasta nessuna voglia di leggerne dopo, a casa, la sera, quando hanno messo su famiglia e si sono trovati un lavoro che con la letteratura non c’entra niente. Prova a domandargli che cosa pensano della poesia! Che barba! ti rispondono. Altro che trip! La poesia ripugna agli stessi insegnanti di scuola. O perché il sistema pedagogico italiano sarebbe sfigurato da quell’herpes genitale che è l’esercizio della parafrasi?
Dunque: della poesia o non si sa niente, o tutto. In mezzo c’è la terra di quelli che dicono che la poesia è difficile, non si capisce, è triste, parla solo della morte. Da dove cominciare? Conquistare gli ignari o convertire gli apostati? O dare ragione agli abitatori della terra di mezzo?
Sulla poesia si fanno tanti discorsi, tranne uno: che non ha bisogno di apostoli. Basta con i piagnistei. La poesia esiste di per sé. Qualcuno ha detto che non ha neppure bisogno delle parole. E in parte è vero. O meglio: alla poesia non è indispensabile la scrittura. La poesia prima di tutto ha bisogno di idee. Cioè, di immagini – la cui traduzione verbale è solo un secondo momento nella prassi della poesia (il momento in cui la poesia riesce bella o brutta – ma, se è nata poesia, lo resta; al limite, ci vorrà una spennellata di editing). Tant’è vero che la poesia la trovi anche nei romanzi, la trovi nelle nuvole, nei raggi del sole, nelle onde del mare … Che cos’è la poesia? È un modo di pensare (e il pensiero non dipende tutto dall’abilità linguistica; si pensa anche senza parole!). Pensare che cosa? Pensare il cambiamento. Stare fermi davanti all’orizzonte dal momento in cui sorge il sole al momento in cui tramonta è poesia. Borges ha scritto un sonetto che si intitola, in italiano, La pioggia. Nei primi versi piove, ma presto quella pioggia è altro, è l’immagine del tempo, anzi dell’eterno, perché la pioggia, essendo fatta di tante gocce, è appena caduta e cade e sta per cadere. È insomma una sintesi di tutte le forme del tempo. Rappresenta l’eterno. E allora nella pioggia rivive quello che non c’è più. Infatti ecco che, prima della fine, appare qualcuno che era morto, e non lo è più. Il padre del poeta ...
La poesia è uno spazio – di parole, della natura, della mente – in cui certi elementi (quegli elementi che hanno stimolato la mente del poeta) si trasformano, non restano quali appaiono all’inizio. Come mostra Morten Søndergaard nella sua bellissima Pietà, una montagna, in poesia, non può che mettersi a camminare. Le Metamorfosi di Ovidio, da questo punto di vista, sono il libro di poesia più esemplare che sia mai stato composto. Ma quello che fa Ovidio in migliaia di esametri si può fare anche in molto meno. A Leopardi sono bastati quindici endecasillabi per comporre l’Infinito – dove tutto muta, tutto diventa metafora. Ecco la parola che piace tanto ai cultori della poesia. Ma c’è metafora e metafora. Qui interessa la metafora che nasce lì per lì; che non pensavamo neppure che fosse possibile o concepibile: il morto che si tira su dalla cassa, scavalca il catafalco e parte per un nuovo viaggio, alla faccia della vedova. Non la metafora confezionata, precotta. Quella è roba per retori, per linguisti. Per becchini. La metafora della poesia non è riducibile a una sola sezione del discorso. È un movimento che si forma per gradi e che possiedi per intero solo nell’insieme, solo nel compiersi. Per questo può anche essere astratto. È un’ispirazione, un modo diverso di respirare, di sentirsi il cuore.
La poesia è in ognuno, cari piagnoni. Anche in quelli che non hanno mai letto un verso. Anche in quelli che non lo sanno. Infatti non tutti sono o pretendono di essere poeti, per fortuna o no. Non disperiamoci per la fine della poesia. È sufficiente che lei disperi – o rida – di noi, distratti che siamo.
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