IL CALZEROTTO MARRONE
Quadrimestrale on line di scrittura creativa
Editoriale
Nella tenda di Achille. Pensieri sul tradurre, a cura di Nicola Gardini   
La traduzione è vecchia come il mondo, cioè come la letteratura. Distratti dal frastuono di elmi cozzanti, dalla vista di gole trafitte o di garretti falciati, spesso dimentichiamo che nel poema più antico dell’occidente, l’Iliade, i troiani parlano la lingua dei greci. Achille e Priamo, per fare un esempio clamoroso, non hanno bisogno di interpreti quando, alla fine, si incontrano nella tenda del primo e si accordano sulla resa del cadavere di Ettore. Il poeta ha già tradotto per loro. L’Iliade, quell’originale capolavoro di poesia, quell’enciclopedia della mente ellenica, è, in larga parte, appunto questo: un’opera di traduzione.
Tradurre significa prima di tutto mettere gli stranieri nella condizione di dialogare, di colmare la distanza, di intendersi. Questa pratica, che in Omero riesce tanto facilmente e tanto naturalmente (Ettore morto tornerà ai Troiani!), è divenuta nei secoli, tra i letterati ma non solo, materia di dibattito e fonte di sconcerto, provocando squittii, chiacchiericci e serenate da mille parti, finché i moderni, con la pretesa di risolvere la questione una volta per sempre, hanno ufficializzato il mito dell’intraducibilità (uno dei tanti adynata della modernità) e lo hanno inciso su tavole di pietra. Di questo mito – che è, certo, bellissimo, come tutte le tragedie – si riempiono la bocca teorici, professori, i lettori comuni ... È nata una filosofia dell’intraducibile (stupendo il saggio di Ortega y Gasset, per citarne uno), e pure un canone delle cose intraducibili, in cui le poesie – guarda un po’ – occupano i ranghi più alti. Il mito, come tutti i miti, non va preso alla lettera, e vale per una verità più nascosta di quella che pronuncia: che nella traduzione parlano non tanto le somiglianze quanto le differenze tra i popoli. La traduzione è possibile, e lo è sempre, se intendiamo capire, sì, capire, altre forme di identità (che tradurre sia difficile, beh, questa è un’altra faccenda – basti leggere quello che sul tema ha scritto il tedesco Schleiermacher in un densissimo, inarrivabile saggio – e di difficoltà della traduzione sarebbe il caso che magari si cominciasse a ragionare). Dire che una poesia è intraducibile non dice sulla natura del tradurre più di quanto dica la frase: “Io non sono te.” Resta, comunque, da rispondere alla domanda: “Tu chi sei?” Se è vero che l’altro, gli altri, non esistono di per sé, ma sono solo in rapporto al mio modo di sentire, di percepire, di vedere, allora la traduzione va messa tra le normali attività della mente umana. Perché disperarci davanti a una traduzione più di quanto ci disperiamo alla presenza, mettiamo, di uno dei nostri più cari amici? Nella traduzione troviamo, artisticamente confezionata, la vita – nel senso di opinione, impressione, idea. Da nessuno dei nostri ricordi, delle nostre nostalgie si risalirà mai alla persona in carne ed ossa, all’idolo. Vorremo per questo negare fondamento di realtà ai nostri amori?
I discorsi sulla traduzione inclinano ai paradossi, alle metafore negative, al disfattismo. La traduzione è un po’ come dio: si può pronunciare solo quello che non è … E ci si dimentica che la traduzione è sicuramente una cosa: che traducendo la nostra lingua pronuncia parole che non avrebbe mai pronunciato altrimenti … La traduzione porta il traduttore in zone della creatività dove non si sarebbe mai spinto senza il miraggio dello straniero … A chi verrebbe in mente di recitare “La mente è un topo” se nella buca del suggeritore non fosse calata Emily Dickinson? Traducendo, non si è mai soli … (Per questo, forse, tradurre piace tanto ai timidi e agli scontrosi.) Grazie alla traduzione una lingua crea quello che non potrebbe creare neppure per mezzo del più inventivo dei suoi geni. I frutti della traduzione sono unici. Potranno allappare, ma non vanno messi nelle sporte delle cose immangiabili. Un sapore nuovo non è una perdita per la bocca, ma un guadagno. Il nutrimento può essere momentaneo, o dare effetti tardivi. In ogni caso, meglio nutrirsi di poco che di niente. Senza traduzioni non si cresce.
E poi bisogna anche imparare a non fare dell’originale un vitello d’oro … I sostenitori dell’intraducibilità, alla fine, sono affetti da una forma di pedanteria, di tignosa bigotteria, che di filologico ha poco o nulla … In genere – lo si constata facilmente –, sono persone che non conoscono bene nessuna lingua straniera. In ogni caso, non ci vuole un dottorato in linguistica per capire che non c’è diretta corrispondenza semantica tra i suoni di nessun idioma (vedi ancora Ortega y Gasset). Di questo si accorgono meglio di chiunque altro coloro che vivono per un certo periodo in un paese straniero. O perché a New York il milanese si ostinerebbe a chiamare building il palazzo in cui abita, doorman il portinaio, subway la metropolitana? Certo, si obietterà, l’uso, l’esperienza di tutti i giorni, fanno a meno dei dizionari e impongono la lingua della tribù, anche quando abbiamo segni corrispondenti nella nostra lingua … Ciò è vero solo in parte. Chi è così sprovveduto da non vedere che il suono subway accende un quadro di immagini labirintiche, di travi sgocciolanti, di quinte cavernose che hanno pochissimo in comune con gli scenari ambulatoriali e monotoni della metropolitana milanese (dove non riesce esotico neanche l’annuncio in pessimo inglese dell’altoparlante)? Di mezzi di trasporto sotterranei si tratta in entrambi i casi, ma quanto diversi sono quei sotterranei! Dietro l’uso della parola premono, appunto, le immagini –suonatori storpi, immondizie, ratti ... Anche, quando parliamo di trasporti pubblici, in fondo, il referente non è la realtà, ma la letteratura – la pur piccola letteratura che ci creiamo con la nostra capacità fantastica.
Se tutti sapessimo tutte le lingue – si sente dire –, non ci sarebbe bisogno di traduzioni. Siamo sicuri? E la critica letteraria che cosa ci starebbe a fare? La psicanalisi? Tutte le discipline ermeneutiche? Un “sì” può essere il più ambiguo dei segni, così ambiguo da valere un “no” (solo il Vangelo poteva pretendere che “est” – verbo essere – fosse “est”: vedi Matteo). Il punto non è questo. Il punto è l’ambiguità, o se vogliamo la complessità. Mai perderla di vista. Avvicinarla, corteggiarla, abbracciarla … Per tradurre bisogna conoscere molte cose – non solo i segni dei dizionari. Bisogna conoscere la lingua, la storia, la cultura dell’autore, ma anche molto di se stessi. La complessità è l’insieme di quelle molte cose che il traduttore, anche quando sia costretto a privilegiarne una o due (come, per esempio, traducendo dal latino concetti quali humanitas, virtus, pietas), non deve mai perdere di vista. Dietro ogni traduzione c’è la coscienza del traduttore. Forse dovremmo dire la vita del traduttore – che è più ampia di qualsiasi pratica. Ed è questa, da ultimo, la cosa più importante e più significativa, anche se le teorie sulla traduzione non ne fanno cenno e i teorici sembrano ignorare, anzi pretendono di ignorare, spesso schermandosi dietro ridicole griglie di frecce e schemi classificatori, che autore di qualunque traduzione sia un soggetto empirico, un essere temporale. Impensabile! Solo del traduttore si dovrebbe parlare quando si parla di traduzione. Di chi o che cos’altro? Del perché, del come delle sue scelte …
Delle infinite cose che il traduttore è tenuto a sapere una è prioritaria: il traduttore deve avere un’idea della lingua del suo autore. Deve sapere quant’è bravo, o no. Molti errori di traduzione, se non sono direttamente imputabili a ignoranza della grammatica e del lessico, nascono dalla mancanza di quell’idea complessiva. In fondo non sarebbe assurdo dare all’aspirante traduttore da scrivere un saggio sullo stile dell’autore prescelto prima ancora di dargli da tradurre un passo campione. Un saggio sui limiti e sui pregi stilistici dell’autore. L’errore spesso nasce dal confondere un limite con un pregio, e viceversa. Un esempio, da Yeats. Yeats è un poeta impeccabile. La sua facilità, la sua scorrevolezza sono il risultato di una tecnica suprema, che pochi, forse nessuno, nella lingua inglese hanno. Può, per la perfezione, ricordare Bach. Questa è una verità che il traduttore di Yeats non può mettere da parte. Yeats, pertanto, non usa zeppe. Non ricorre a mezzucci per far rimare un verso con un altro (non è un Byron!). Tutto, nella sua scrittura, è necessario, e va considerato importante. Ecco una delle sue numerose insidie:
But one man loved the pilgrim soul in you
Stupendo verso, com’è stupenda la poesia da cui è tolto! La difficoltà, in tanta chiarezza, è rappresentata da quell’“in you”. È una difficoltà così sottile che può sfuggire. Il traduttore che non si fosse fatto quella certa idea di Yeats – cioè che Yeats non è un riempibuchi – lo prenderebbe per un’aggiunta ritmica (il verso precedente, che finisce con “true”, impone una rima), cioè non lo prenderebbe alla lettera e lo risolverebbe senza esitazione in un “tua” (come, di fatto, si trova anche in versioni d’autore). Ebbene, non è così. Il verso non significa “Ma un solo uomo amò l’anima tua pellegrina” – certo, suggestivo – bensì “Ma un solo uomo amò l’anima in te pellegrina” (“pellegrina in te”). Per non sbagliare occorreva essere consapevoli della grandezza stilistica di Yeats (che non mette parole tanto per metterle) e della sua idea dell’anima (che non è solo mia o tua, ma è di tutti e vaga, e ogni tanto si ferma in me, ogni tanto in te.) Qui il poeta sta parlando di un viaggio, anzi di una stazione spirituale, non di psicologia freudiana … Sarebbe lo stesso che spiegare il “Non omnis moriar” di Orazio con la speranza cristiana di vita dopo la morte …
Perché mi metto a tradurre Yeats? O Shakespeare? O Omero? Se non suonasse assurdo alle orecchie di una vastissima editoria che si regge sulle traduzioni e le revisiona secondo criteri più o meno oggettivi (quando le cose vanno bene), nonché alle orecchie di una folta categoria di professionisti che con i soldi delle traduzioni cercano di arrivare alla fine del mese (pochi, però, in Italia, sono quelli che campano solo di traduzioni), si sarebbe tentati di dire che il traduttore traduce per sé, e traduce secondo il suo modo di essere.
Il traduttore è la creatura più dinamica che esista nel mondo delle lettere. Oggi conosce e riconosce certe cose (quell’“in you”), domani ne conosce e riconosce altre e, in base allo stato presente di queste, farà la sua traduzione in un modo anziché in un altro. La mattina si traduce in un modo, la sera in un altro. D’inverno certe versioni riescono meglio che in estate. Dopo il divorzio si renderanno con maggior consapevolezza certe frasi dell’Anna Karenina. Ci sono traduttori e traduttrici, cioè maschi e femmine, con le loro incalcolabili propensioni sessuali. C’è la giovinezza e la vecchiaia. Il genio e l’applicazione. E mille altre variabili. Non ultima il tipo di luce che batte sul foglio o sulla tastiera del computer, naturale o elettrica. Ogni traduzione è non solo un pezzo di storia linguistica nella cornice di una certa letteratura nazionale ma un momento autobiografico, un diario, se vogliamo essere precisi. Per quanto impersonale, ingloba emozioni, sentimenti, mal di testa, nausee di un preciso, quel preciso momento – che nessuna revisione potrà cancellare del tutto. In questo non esiste nessuna vera differenza tra un pezzo di letteratura romanzesca o poetica e una traduzione.
Però al traduttore si richiede un autocontrollo British. Com’è educato il traduttore! Che brava persona il traduttore! Solo lui sa che quella parola, quel giro di frase, così semplice, così scorrevole, gli è costato tre ore di ricerche, smanie e cancellature, in cui è successo di tutto: telefonate (il più delle quali inutili), corse in biblioteca, vari e frustranti collegamenti a internet, la consultazione di tutti i dizionari della casa, un maggior numero di caffè del solito, un attacco di congiuntivite … Ma di tutto questo la traduzione non racconta una briciola. La traduzione è una vetrina di buone maniere, anzi: una vetrina e basta, lustra e trasparente, dietro cui appare in bella mostra la merce originale. Che illusione! Il traduttore avrà anche rimosso a colpi di straccio la minima sbavatura (e dietro ci sono passati pure i redattori della casa editrice), ma quell’alito sul cristallo non è sospetto? E quel riflesso, che sembra emergere come un’ombra dantesca da qualche mistica profondità? Già, la faccia del lettore, il naso unto del lettore, che impiastriccia tutto di nuovo … Vogliamo parlarne?