IL CALZEROTTO MARRONE
Quadrimestrale on line di scrittura creativa
Editoriale
Scienza medica e invenzione letteraria  
Emanuele Zinato
I. Un’idea assai radicata nel senso comune vuole che Scienza e Letteratura siano due campi antitetici dell’attività umana. Le cosiddette "due culture"- come le battezzò sul finire degli anni Cinquanta lo scienziato, saggista e romanziere inglese Charles Percy Snow - sono infatti per tutta l’età moderna tradizionalmente separate e questo divorzio è assai più marcato nella cultura italiana.
Non è stato, tuttavia, sempre così: in età classica Lucrezio scrisse un poema scientifico per spiegare in versi la struttura atomica del cosmo e Galileo Galilei, nell’epoca della rivoluzione copernicana, diede alle stampe una scandalosa “commedia filosofica”. E a ben guardare, anche negli ultimi duecento anni, i commerci proibiti fra le due culture sono proseguiti ininterrottamente, in ombra o per così dire “sottobanco”.
Questa illecita corrispondenza è apprezzabile soprattutto se si considera l’area medico-biologica, quella delle cosiddette “scienze della vita”. Innanzitutto, prima del Moderno, la medicina, basata sugli umori e sugli spiriti, era a suo modo fortemente “simbolica” e letteraria. I salassi e i purganti inflitti come cura avevano lo scopo di mondare i pazienti dalla materia peccans, vale a dire da umori guasti o eccedenti, concepiti secondo un’immagine del corpo fondata su corrispondenze e analogie. Le epidemie, come insegna candidamente nei Promessi sposi Don Ferrante, erano ritenute conseguenza di influssi astrali o di agenti diabolici e, prima di Vesalio, solo i barbieri-chirurghi avevano una qualche cognizione dell’anatomia.
Forse per questo, nel 1530, il medico Girolamo Fracastoro poteva ancora scrivere il Syphilis sive morbus gallicus, un fortunato poema in versi sulle malattie veneree: la nozione di contagio faceva parte insomma di una visione “magica” del mondo in cui tutti gli eventi si influenzano, si compenetrano e possiedono un senso. Il termine stesso “influenza”, usato ancora oggi per designare l’epidemia più nota, ha questa origine.
D’altra parte, fintantoché il delirio veniva concepito come esito di uno squilibrio degli umori corporei, il problema della malattia “mentale” non si poneva: la secchezza del corpo predisponeva il cervello alle manie, l’umore nero della bile provocava le ossessioni e depressioni dei melanconici.
In epoca cartesiana nacquero, come disse Foucault, da un gesto separativo, la clinica e il concetto moderno di follia. Il meccanicismo considerò i corpi delle macchine e le passioni dell’anima furono dissociate dalla vita corporea. Il divorzio tra medicina e letteratura a quel punto sembrò irreversibile.
Eppure, davanti all’autoproclamazione ottocentesca e positivista delle altre scienze naturali quali “esatte”, la migliore medicina ha continuato a pensarsi come la meno “esatta” di tutte: congetturale, ermeneutica, ipotetica. La diagnosi e la cura sembrarono e sembrano, più che dimostrabili, argomentabili, come il frutto di un paradigma indiziario. E i sintomi delle malattie come tracce e “segni” interpretabili dalla semeiotica medica. Non a caso, quando presume di possedere verità indubitabili, il medico diviene ridicolo agli occhi di filosofi e scrittori. Bergson nel suo saggio Il riso (1900) ha tratto dal Malato immaginario di Molière, e in particolare dal sussiego saccente dei medici peripatetici del Seicento, il prototipo di un comportamento comico che si irrigidisce, si inceppa, diviene ostinatamente ripetitivo: il medico accademico, vera e propria macchina parlante che scarica sul paziente una sequela di termini eruditi e di spiegazioni incomprensibili, diviene nel grande Molière allegoria di ogni altro dogmatismo ossessivo.
II. E’ proprio questa fallibilità, questa ipoteticità ermeneutica, connaturata ai saperi medici (oggi bersaglio del senso comune, desideroso di sentirsi rassicurato, come vogliono i suoi non disinteressati fiancheggiatori, giornalisti e avvocati specialisti in “malasanità”), il primo dei fattori che tengono aperto un dialogo fra medicina e letteratura.
Il secondo fattore, più sfuggente ma anche assai più potente, è l’oggetto stesso della medicina, il corpo umano, con la sua insanabile alterità. Leopardi affermava, come Nietszche, che “il corpo è l’uomo”: la materia vivente, giunta a organizzarsi in pensiero, quando pensa se stessa non sa far distinzione fra psichismi e sintomi.
Dalla fine dell’Ottocento, com’è noto, la vita psichica diviene la nuova frontiera di una branca eretica della medicina, destinata a influenzare potentemente l’immaginario dei più grandi scrittori del Novecento: la psicoanalisi. Ma nelle pagine di quegli scrittori, alcuni dei quali medici, come Cechov, Bulgakov o Williams, il corpo continua a palesasi come mondo ineffabile e arcano, e rappresentabile o percepibile solo per via non razionale. Un narratore italiano del secondo Novecento, a esempio, cerca di rappresentare così un corpo in preda alla paura
La paura gli stava dentro come un cane arrabbiato: guaiva, ansava, sbavava, improvvisamente urlava nel suo sonno; e mordeva, dentro mordeva, nel fegato, nel cuore. Di quei morsi al fegato che continuamente bruciavano e dell’improvviso doloroso guizzo del cuore, come di un coniglio vivo in bocca al cane, i medici avevano fatto diagnosi, e medicine gli avevano dato da riempire tutto il piano del comò: ma non sapevano niente, i medici, della sua paura. (L. Sciascia, Il giorno della civetta)
Le parti del corpo acquistano vita autonoma, divengono animali impazziti e cruenti. Le cataste di medicine allineate sul comò, prescritte dall’oggettività terapeutica, poco o nulla hanno a che vedere con l’ambigua unitarietà degli “allarmi” psichici e organici.
Come accade in Aracoeli di Elsa Morante o nelle recenti prose di Valerio Magrelli (Nel condominio di carne, 2003), l’oggetto perturbante per eccellenza è oggi il corpo. Il dialogo tra letteratura e medicina, rappresentando le “piccole catastrofi” che investono i diversi distretti corporei, ricorda il contenzioso fra vita e morte di cui è sede ogni corpo, il conflitto fra riconoscimento di sé come individuo e disconoscimento del proprio corpo in quanto altro. Come se, davanti alla malattia, il vero “inconscio” fosse il corpo, come se non avesse senso parlare di somatizzazione o d’interiorità, ma casomai di psichismi che materializzano ed estraniano parti della stessa carne corporea.
Oggi il medico è il solo intellettuale che ha a che fare quotidianamente con il più rimosso, desueto e scomodo tra i “temi” culturali: la materialità del dolore e della morte. Contro ogni derealizzazione mediatica, gli organismi fisici esistono in un modo materialmente innegabile: questi “limiti oscuri” inerenti la condizione biologica, non solo sono, nelle opere letterarie, il fondamento di costanti antropologiche di lunghissima durata, ma costituiscono anche le coordinate esperienziali minime socialmente condivisibili (dall’animale-uomo) e dunque anche quelle fondanti un’esperienza di lettura (da un lato) e di “dialogo” tra medico e paziente (dall’altro). La fragilità biologica dell’interprete (il critico, il medico) è trincea di resistenza da cui sembra possibile partire per dare senso sociale all’espressione di una scrittura e di una soggettività.