IL CALZEROTTO MARRONE
Quadrimestrale on line di scrittura creativa
Editoriali
Graphie femminili
Saveria Chemotti
Ragioni e aporie dei Gender Studies
Emanuele Zinato
Graphie femminili
Saveria Chemotti
In una famosa pagina de La mia Africa Karen Blixen ricorda una storia che le raccontavano da bambina, componendo sotto i suoi occhi meravigliati un singolare disegno animato. Il disegno descriveva il percorso disordinato compiuto da un uomo che, svegliato di notte da un rumore improvviso, avanzava al buio, inciampando e spostandosi senza un itinerario predefinito e orientato. Solo alla luce del giorno si svelava che le orme di quei passi affannosi avevano tracciato la figura di una cicogna.
Attingendo ancora alla forza simbolica di questo racconto, la scrittura delle donne si può forse rappresentare come un insieme originale di tracce e di testi multipli, apparentemente irrelati tra loro, realizzati con forme stilistiche svincolate da norme o da codici fissi: una miriade sparsa di tessere che compongono insieme un mosaico variegato, multicolore e dinamico in cui i singoli tasselli testimoniano un incessante, tenace dialogo con il tempo della storia, dell’esperienza e delle relazioni, confutando ogni arrogante pretesa di autosufficienza, di narcisismo o di egemonia.
Riscoprire e rileggere oggi questi testi significa rivelare gli infiniti transiti tra microcosmo e macrocosmo, compiuti dalle donne nel corso dei secoli, spesso aderendo primariamente alle proprie passioni e alle proprie convinzioni, ma sempre restando fedeli allo scarto irrinunciabile della propria differenza. In questi libri possiamo leggere pagine memorabili che dobbiamo alle nuove generazioni: sono memorie di vicende quotidiane, di vicende sociali e di vicende politiche, in cui si mescolano temi civili e temi sentimentali, storie di successi e di fallimenti, di scelte e di incertezze, di passioni e di convinzioni, di desideri, di affetti, di gusti, di opinioni, di ruoli. La forza che le caratterizza proviene dalla grafia eccentrica, unica e irripetibile delle donne che scrivono perché essa rivela la loro capacità di mantenere una distanza critica dal presente e cioè di coniugare «agire e pensare» con il «proprio sentire», emancipandosi dal potere e dalle egemonie delle conoscenze diffuse e dei saperi acquisiti
La scrittura femminile propone una sintesi straordinaria e complessa di relazioni e di genealogie culturali e letterarie, ma anche di diversità, segregazioni, esclusioni, soglie, silenzi, frontiere e di macerie, vuoti, assenze, presenze, vincoli biologici e trame dell’immaginario che sono ricreati, anzi intagliati e tessuti sulla pagina così che la ricerca linguistica e stilistica ha, in tale dimensione, una particolare rilevanza perché ricostruisce le percezioni soggettive della Storia attraverso racconti non neutri, ma sessuati e desideranti. In tale dimensione, ricostruire la storia della scrittura femminile significa fare i conti, al tempo stesso, con la genesi e con l’assenza di una tradizione codificata, di un canone, di una scuola: dietro questa mancanza, dietro l’assenza di una facile delimitazione “scolastica”, di una rassicurante e onnicomprensiva tassonomia letteraria che orienti i lettori e stabilisca ruoli e scale di valori più o meno immutabili per tutti gli autori, diventa possibile cercare di individuare e indagare i caratteri di una struttura più profonda, analizzare quei motivi – quelle ragioni e quelle passioni – che nel corso dei secoli hanno costruito la trama autonoma e costituzionalmente eterodossa della scrittura femminile, la sua verità e la sua autenticità, differenziandola in tante occasioni rispetto al panorama della cultura e del sapere ufficiali. Compiere questa indispensabile operazione di approfondimento e di svelamento può rappresentare un contributo fondamentale a una conoscenza critica e a una visione più piena e più complessa dell’esperienza letteraria, oltre le semplificazioni e oltre le generalizzazioni: una visione che sia effettivamente in grado di superare il prevalere di letture astratte e di interpretazioni convenzionali, troppo spesso sedimentate da schematismi, da pigrizie intellettuali, dalle consuetudini di un’accademia che per definizione sembra difficilmente permeabile a radicali mutamenti di paradigma o, magari, semplicemente distratta, priva della necessaria attenzione per quanto oggi può condurci ad una riconsiderazione sostanziale del nostro passato, anche nella letteratura e nell’arte.
La storia delle donne infatti può essere disegnata come la storia di una progressiva, inarrestabile rivelazione che intravede da sempre nelle forme del dialogo e della narrazione la possibilità di porsi in relazione ad altro, di esplorare nuovi territori e nuovi mondi, reali e concreti non meno che immaginari, simbolici, metaforici.
Diventa imprescindibile, quindi, identificare e costruire, anche metodologicamente, un percorso di “differenza” critica, formale e sostanziale: i tracciati delle indagini si possono intersecare, ma non si devono sovrapporre o contrastare tra loro dentro l’idea gratificante di una novità solo esteriore. La donna non è un’icona, ma una componente vitale e libera della società, con una sua peculiarità storica e una autonomia culturale irrinunciabile che va riscoperta attraverso lo studio degli archivi, delle fonti, insomma, riattraversando e riconoscendo tutti i luoghi in cui sono stati depositati e sono conservati i suoi contributi originali, tesaurizzando i vari livelli di conoscenza, di consapevolezza e di competenza, mettendo in campo anche la varietà delle ricerche che già esistono
L’immagine da utilizzare per descrivere la suggestiva galassia sommersa della scrittura femminile potrebbe essere verosimilmente quella di un vasto arcipelago, in cui sia possibile muoversi e navigare, senza dover fare affidamento su un percorso preordinato, tantomeno su una rotta già stabilita in partenza. Ogni singolo frammento, ogni testo può infatti ricollegarsi a ciò che sta prima come a ciò che lo segue: l’identità femminile si è costruita nel tempo “sedimentando” eredità di vario tipo, facendo leva proprio sulla ricchezza di tutte le esperienze di vita disponibili. In modo del tutto analogo, la storia della scrittura delle donne dovrà così assumere i caratteri di un cantiere aperto, mobile e modificabile, sempre pronto all’acquisizione di dati e conoscenze.
L’identità di genere, infatti, è una storia in cammino.
Ripresa da Adriana Cavarero nell’introduzione al suo saggio Tu che mi guardi tu che mi racconti. Filosofia della narrazione, Milano, Feltrinelli1997, pp. 7-11.
Ragioni e aporie dei Gender Studies
Emanuele Zinato
Scopo di questo mio intervento è affermare che la critica letteraria femminista è, ad un tempo, necessaria e irta di contraddizioni.
L’affermazione della necessità imprescindibile dello sguardo femminista sui testi occupa l’intera prima parte di questo scritto. La messa in rilievo di aporie e rischi, occupa invece la seconda parete.
I. Il movimento delle donne in tutto l’Occidente ha elaborato la categoria concettuale di genere distinta da quella di sesso. Il genere, a differenza del dato biologico, riguarda la costruzione dell’identità maschile e femminile. Il genere indica il modo in cui ciascuna società elabora regole, immagini, modelli di comportamento attribuiti ai due sessi. I gender studies (studi di genere) nati negli ultimi decenni soprattutto in area anglosassone, studiano le disuguaglianze o le asimmetrie di genere in diversi campi disciplinari: sociologia, antropologia, letteratura.
I testi letterari, dunque, possono esser riletti e interpretati alla luce della cultura della differenza, secondo la “grammatica” del dominio maschile che in essi traspare. Il canone dei classici (ossia la lista dei testi considerati rappresentativi per una cultura) può esser ridiscusso non solo dal punto di vista delle culture non occidentali, soggette al dominio coloniale, ma anche delle voci femminili, a causa della scarsa importanza finora data alle scrittrici. L’intera storia della civiltà, del resto, può essere riletta dal punto di vista femminile, vale a dire da parte di chi è stato escluso dal dominio.
Nel campo letterario, tra i grandissimi scrittori del Novecento italiano si possono includere, a esempio, Elsa Morante e Amelia Rosselli. In campo europeo spiccano, tra le altre, la scrittrice austriaca Ingeborg Bachmann e la scrittrice tedesca Christa Wolf. Una lettura delle loro opere secondo la prospettiva dei gender studies mette in rilievo alcune costanti: la coscienza lacerata del corpo femminile, la constatazione della violenza, il contrasto tra la brutale realtà della storia e i valori inermi e vitali della corporeità.
La storia (1974) di Elsa Morante racconta la vita di Ida Ramundo e del suo figlioletto Useppe a Roma nel periodo del nazifascismo e della seconda guerra mondiale. Useppe è nato dallo stupro subito da Ida a opera di un soldato tedesco e a sei anni morirà affetto da una forma di epilessia. il “sugo” (si potrebbe dire con Manzoni) del testo è dislocato nella mente di una “donnetta”, capace - proprio grazie alla prescienza intuitiva del millenario dolore sopportato dai vinti (le donne, i bimbi, gli animali) - di spiegare in un lampo visionario l’intera vicenda dell’umanità (“le scene della storia umana (la Storia) che essa percepì come le spire multiple di un assassinio interminabile. E oggi l’ultimo assassinato era il suo bastarduccio Useppe. Tutta la Storia e le nazioni della terra s’erano concordate a questo fine: la strage del bambinello Useppe”. p. 647).
Amelia Rosselli, figlia dell’esule democratico Carlo Rosselli assassinato nel 1937 da sicari fascisti, fu educata in Francia, Inghilterra e Stati Uniti e, dopo la guerra, si stabilì a Roma. Si affermò come poetessa nel 1960, presentata da Pasolini. Condusse vita appartata e povera, visse di traduzioni e dell’attività di musicista, morì suicida. I versi che seguono, scritti intorno al 1960, appartengono alla serie Variazioni.
Contiamo infiniti cadaveri
Contiamo infiniti cadaveri. Siamo l’utima specie umana.
Siamo il cadavere che flottaputrefatto su della sua passione!
La calma non mi nutriva il sol-leone era il mio desiderio.
Il mio desiderio era di vincere la battaglia, il male,
la tristezza, le fandonie, l’incoscienza, la pluralità
dei mali le fandonie le incoscienze le somministrazioni
d’ogni male, d’ogni bene, d’ogni battaglia, d’ogni dovere
d’ogni fandonia: la crudeltà a parte il gioco riposto attraverso
il filtro dell’incoscienza. Amore amore che cadi e giaci
supino la tua stella è la mia dimora.
Caduta sulla linea di battaglia La bontà era ritornello
che non mi fregava ma, mascherata, ero fregata da essa! La linea della
demarcazione tra i poveri e i ricchi.
In Antologia poetica, a c. di G. Spagnoletti, Garzanti, Milano, 1987.
Il testo è basato su un flusso di coscienza apparentemente incontrollato. L’automatismo, tipico della scrittura surrealista, qui è però guidato da un intento didattico e cogitativo, di denuncia morale. Il periodo iniziale, esclamativo, è una vera e propria invettiva contro la violenza e la menzogna. L’io poetante femminile si pone davanti al mondo in modo agonistico (“vincere la battaglia”, v. 4) opponendo un gioco sottile di negazioni e affermazioni alle stragi, alle fandonie e alle crudeltà. La denuncia riguarda l’intera civiltà occidentale, vista come il cadavere della specie umana, capace solo di riempire il mondo di armi e di rifiuti.
Ingeborg Bachmann fece parte del Gruppo 47 ed è autrice di romanzi, drammi radiofonici, raccolte di poesie. Il suo romanzo Malina (1971) è incentrato sui temi dell’identità femminile, della violenza sessuale e dell’autorità paterna. La poesia che segue fa parte della raccolta Il tempo dilazionato, uscita nel 1953 quanto l’autrice aveva ventisette anni.
Tutti i giorni
La guerra non viene più dichiarata,
ma proseguita. L’inaudito
è diventato quotidiano. L’eroe
resta lontano dai combattimenti. Il debole
è trasferito sulla linea del fuoco.
La divisa di oggi è la pazienza,
medaglia la misera stella
della speranza, appuntata sul cuore.
Viene conferita
Quando non accade più nulla,
quando il fuoco tambureggiante ammutolisce,
quando il nemico è diventato invisibile
e l’ombra di un eterno riarmo
copre il cielo.
Viene conferita
per la diserzione dalle bandiere,
per il valore di fronte all’amico,
per il tradimento di segreti obbrobriosi
e l’inosservanza
di tutti gli ordini.
(I.Bachmann, Poesie, trad. it. di M. T. Mandalari, Guanda, 1978)
Si tratta di tre strofe di versi liberi, di tipo didattico ed epigrammatico, che risentono della lezione di Brecht. Il tono è quello di una denuncia e il ritmo è dato soprattutto dall’iterazione. La poesia è stata scritta nel clima della Guerra Fredda (“eterno riarmo”, v. 13) e del “miracolo economico” tedesco. La prima strofa contiene una spietata diagnosi della Germania di quegli anni: l’orrore non fa più scandalo e la falsificazione e la menzogna sono divenute quotidiane (“L’inaudito /è divenuto quotidiano” , vv. 2-3). La guerra non ha più bisogno di esser dichiarata ma, anziché esser stati davvero superati, i delitti del nazismo “proseguono” in forme subdole e sottili nel nuovo contesto smemorato del benessere e dei consumi. La seconda e la terza strofe alludono a una forma paradossaale e inerme di merito in battaglia (la “medaglia”, v. 7): non l’obbedienza e l’eroismo, ma la pazienza, la speranza, il valore dell’amicizia, la disobbedienza, “l’inosservanza/di tutti gli ordini”.
Christa Wolf è nata in Polonia nel 1929 e ha vissuto nella Germania Est. Durante la divisione del mondo nei due blocchi contrapposti, ha rivendicato la propria autonomia di scrittrice ed è stata per questo espulsa dall’Unione degli scrittori tedeschi (associazione di intellettuali filosovietici). Col suo racconto Cassandra pubblicato nel 1983 (trad. it. di Anita Raja, tascabili e/o, Roma, 1997) rilegge in chiave moderna la figura femminile dell’antichità greca. Wolf riprende infatti l’opposizione fra la profetessa Cassandra e la società troiana e attualizza questo antico conflitto alludendo alla minaccia di distruzione nucleare. Il tema principale di Cassandra è la differenza femminile, in base alla quale la sacerdotessa dell’antichità classica riesce a dire la verità prima che la sua parola venga messa a tacere.
Con la tecnica del flusso di coscienza, in cui si mescolano ricordi, invocazioni, paure, lamenti, affermazioni, indignazioni, la femminilità della protagonista è esaminata in profondità, anche nei suoi aspetti più dolorosi e contraddittori: l’invidia tra donne (“litigano sulla mia bellezza; le anziane la sostengono, le giovani la negano”, p. 15), la vergogna (“Sperimentai due specie di vergogna: quella di esser scelta e quella di restare seduta in attesa”, p. 22). Tuttavia, la capacità di ribellione agli inganni e ai soprusi deriva proprio dalla consapevolezza di Cassandra del proprio corpo, un’ autocoscienza corporea del tutto sconosciuta agli uomini. Alla luce della propria differenza, Cassandra morente può contestare la logica dominante maschile basata sulla guerra, sullo scandalo dello sterminio. Cassandra scopre infatti che “tra uccidere e vivere c’è una terza via” (p. 147).
II. Questo piccolo percorso mi pare di per sé sufficiente per affermare tutta l’urgenza e la dignità dei Gender studies: suffragata in primo luogo da grandi testi di scrittrici che tematizzano e denunciano, con raffinate costruzioni formali, una linea di faglia, una ferita aperta entro la cultura dell’occidente.
Tuttavia, la tendenza degli studies a identificare la letteratura con il discorso dell’autorità, cioè solo ed esclusivamente col momento ideologicamente “repressivo” (tendenza desunta da Derrida, Foucault, Kristeva e da tutto il decostruzionismo francese), rischia di impedirci di considerare i testi letterari, provenienti sia da scrittori maschili che femminili, come campi di forze opposte, psichiche e sociali. Declassare le grandi opere della letteratura occidentale, ritenute "sessiste" (o "eurocentriche"), non aiuta cioè a risolvere il loro enigma. Lascia del tutto in ombra la verifica del grado di ritorno del represso tematico o formale che il testo potrebbe rivelarci.
Madame Bovary, Anna Karenina, Nora, proprio perché uscite dalla penna di autori maschi (Flaubert, Tolstoj, Ibsen) ci mostrano invece esemplarmente come la grande letteratura (sia quella di Proust che quella di Virginia Woolf), grazie all’ ambiguità di senso rispetto ai discorsi univocamente ideologici, alla vocazione a un tempo conservatrice e eversiva, alla sua plurivocità formale, sia capace di dar fiato a ciò che l'ideologia ufficiale proibisce o nasconde.
La critica femminista nell’interpretazione dei testi può comportare insomma “effetti perversi”, inducendo a valorizzare le scritture femmili in quanto tali e a declassare quelle maschili in quanto tali, cioè all’appiattimento e alla banalizzazione. A rendersene conto, e ciò mi pare significativo, sono oggi le stesse teoriche dei Gender studies. In un recente articolo sul Manifesto (Effetti perversi delle ideologie, 10 settembre 2005), Remo Ceserani, ha a esempio raccontato come una importante francesista di Madison, Elaine Marks, molto attiva nel movimento fermminista, abbia manifestato (con un articolo dal titolo appunto effetti perversi del femminismo) una crescente insoddisfazione nei confronti dei gender studies per le loro ricadute critiche e didattiche. Studentesse del ceto medio bianco, ormai incapaci di cogliere la ricchezza linguistica e le sfaccettature culturali dei testi, hanno manifestato insoddisfazione, contestando le lezioni della docente femminista, perché non vi ravvisavano le immediate e didascaliche denunce dell’oppressione razzista e sessista che si aspettavano di ascoltare.
Nel circuito postmoderno di mente, merci, media, l’alterità critica dello sguardo intellettuale non si salva insomma con la dissoluzione del letterario nelle pratiche culturali, “politicamente corrette” ma sempre più esposte a quella tuttologia collettiva, mercantile e pubblicitaria, che chiamiamo medialità.
I grandi classici, anche se “di parte” maschile o eurocentrica, hanno con la nostra epoca un rapporto perturbante, di familiarità e di estraneità. La loro riduzione a catalogo di ideologie dominanti cui contrapporre i "discorsi" subalterni, ne oblia la specifica carica spettrale trasferendo la memoria storica «interamente nell’inconscio e producendo nevrosi culturali». L’attenzione ai testi e ai loro dislivelli di senso, esige invece la consapevolezza che – come l’anello di Moebius – il testo include una dualità, una connessione reciproca: «la lettura è il ritorno del testo alla dimensione sociale da cui è uscito come scrittura» .