IL CALZEROTTO MARRONE

Quadrimestrale on line di scrittura creativa

Lavanderia Fatale  Scarica l'articolo in PDF

Prima e seconda fase della rivolta epicurea

Avete mai provato a distinguere delle melanzane alla parmigiana surgelate dalle lasagne alla bolognese surgelate senza guardare la scatola né il piatto? E dal riso alla cantonese liofilizzato?
È praticamente impossibile: abbiamo fatto un test su un campione di studentesse del corso di scienze dell’alimentazione e la quantità di risposte esatte è stata identica a quella ottenuta da un computer che generava risposte casuali.
Ma questo è niente: vi è mai capitato di mettere una fetta di prosciutto in un bicchiere di una qualsiasi bevanda gasata e lasciarcela per un paio d’ore?
A noi sì: è scomparsa.
Certo, poteva essersela mangiata il gatto, ma noi gliel’abbiamo chiesto e lui ci ha assicurato che non l’aveva toccata e che tra l’altro il prosciutto proprio non lo digeriva.
Ma se non era stato il gatto rimaneva solo una possibilità: era stata disciolta dalla bevanda!
Abbiamo ripetuto l’esperimento varie volte, senza gatti nelle vicinanze e cambiando cibi e bevande: a volte spariva la bevanda, a volte il cibo, a volte tutti e due e una volta era persino sparito il bicchiere. Tanto è bastato per confermarci che c’era qualcosa di strano nelle bevande. O nei cibi.
Sui bicchieri avevamo invece meno sospetti, anche se a rigore senza ulteriori indagini non si poteva escludere niente.
Ma ulteriori indagini avrebbero portato via del tempo, inoltre dopo un paio di giorni passati a veder sparire affettati e bevande non ci divertivamo più, la curiosità e la sorpresa erano decisamente scemate.
In fondo, noi eravamo dei semplici studenti di filosofia e non dei ricercatori di fisica, quindi potemmo permetterci di dichiarare conclusa la verifica empirica delle nostre idee sull’insipidezza e pericolosità dell’alimentazione media dei giorni nostri. La complessità del mondo, la limitatezza della sua conoscibilità da parte dell’uomo ed il fatto che non ci venissero in mente altre analisi da condurre ci parvero motivi sufficienti per ritenere privo di senso perseguire un rigore scientifico assoluto, tanto più che non dovevamo pubblicare un articolo sulle nostre ricerche su “Proceedings in Food and Beveradges Research” o “The European Taster Review”.

Lo stereotipo dello studente di filosofia prevede che questi se ne stia rintanato a meditare lungamente su questioni fondamentali per poi uscirsene con osservazioni brillanti, anche se il più delle volte incomprensibili. Questo stereotipo, tuttavia, trascura le figure di eminenti filosofi contemporanei che, lungi dal rintanarsi nelle loro biblioteche, hanno deciso di passare dal pensare al fare, offrendo ad esempio la loro comprensione delle cose al mondo della politica. Ebbene, ispirati da tali esempi, anche noi decidemmo che era giunto il momento dell’azione. Già troppo a lungo ci eravamo accontentati di seguire i precetti new age – salutistici e di fitness facendo mezz’ora di footing al giorno lungo le arterie più trafficate della città, bevendo un litro di succo d’arancia per colazione e finendo la giornata con la canonica ora di meditazione trascendentale. Ormai, per quanto cercassimo di evitare il contatto con un contesto che appariva vieppiù fastidioso ed insano a noi che avevamo identificato le fonti del vero benessere, per quanto ci sforzassimo di rimanere all’interno della nostra cerchia di illuminati ripetendoci l’un l’altro quanto fossimo belli, sani e dotati di buon gusto, era diventata eccessiva la frequenza con cui ci imbattevamo in scene raccapriccianti che destabilizzavano il nostro fragile equilibrio psicofisico, rendendo vane tutte le ore di aerobica e i chili di yogurt. Uomini d’affari che come se niente fosse mangiavano intere uova sode, un cibo dal sapore contrario ad ogni elementare regola di eleganza gastronomica; ragazzini che incuranti dei danni che ciò avrebbe provocato alle loro papille gustative e ai loro stomaci ingurgitavano gelati dagli accostamenti improponibili, tipo cioccolato e puffo azzurro; eleganti signore che, senza nemmeno rendersi conto della bestialità che commettevano, si pappavano le pesche con tutta la loro buccia orrendamente pelosa: ovunque ci girassimo, lo sfacelo era lì.

Se non volevamo isolarci in una torre d’avorio con palestra, sauna e orticello coltivato da un mezzadro che seguisse scrupolosamente i dettami dell’agricoltura biologica (ipotesi che, se avessimo avuto soldi a sufficienza, non avremmo scartato a priori), dovevamo fare qualcosa di più che curarci del nostro benessere personale.
D’altra parte ci risultava evidente come la soluzione non stesse certo nelle lotte ambientaliste, troppo lontane dall’esperienza concreta e pure un po’ noiose: occorreva un intervento risoluto per riportare in primo piano la qualità della vita, quella vera, ed affossare quell’abominio mascherato da maggior benessere che ci veniva propinato ormai ovunque e che serviva unicamente a gonfiare i profitti delle grandi aziende.
Per farla breve, avevamo intuito, e i nostri esperimenti avevano confermato con chiarezza, i contorni di un disegno a livello planetario giocato su tre grandi direttrici:
  1. educare i palati ad accontentarsi di gusti sempre più standardizzati e simili a quello della plastica, in modo che si potessero vendere cibi industrializzati, meno costosi da produrre, agli stessi prezzi a cui anni prima si vendevano i buoni cibi sani ottenuti con il sudore della fronte, con il sole e i prati verdi su cui pascolavano le greggi, e intanto pastorelli e pastorelle se la spassavano; oltre a gonfiare i profitti, questa condotta aveva l’effetto collaterale di togliere ai pastorelli il gusto di infrattarsi all’aria aperta con le pastorelle, una cosa che i manager dell’industria agro-alimentare hanno sempre invidiato;

  2. introdurre negli alimenti blande dosi di veleno ed organizzare gli ambienti urbani in modo volutamente scomodo e dannoso, così da logorare la salute e spingere l’uomo a ricercare disperatamente rimedi per lo stato pietoso in cui vede ridursi poco a poco il suo corpo, per non parlare della sua mente;

  3. per rispondere alla crescente domanda di rimedi agli acciacchi indotti a bella posta tramite la strategia b), inventare pasticche per ogni genere di malanno, anche inesistente; a lungo andare il meccanismo dovrebbe raggiungere un livello di efficienza tale che i consumatori stessi, ormai addestrati a dovere, si inventeranno da soli malattie e prescrizioni. Basterà quindi fare pubblicità ad una certa medicina, senza che questa abbia realmente una qualunque utilità, perché d’incanto compaia la malattia perfetta per lei, inventata direttamente dalla gente ormai in completo stato confusionale sul fronte sia della salute che del gusto.

A tutto questo dovevamo assolutamente porre un freno.
In effetti non era un concetto del tutto nuovo, quello che avevamo elaborato: i vari boicottaggi alimentari in voga negli anni novanta (a parte il caso dei pompelmi importati da Israele, che aveva un evidente sfondo religioso) si basavano su un discorso simile; purtroppo, secondo le nostre fonti informative, simili pratiche non arrivavano nemmeno a fare il solletico al sistema. Venne fuori addirittura che alcune campagne di boicottaggio erano state avviate dalle stesse industrie per farsi concorrenza l’una con l’altra: ci voleva ben altro per raggiungere il nostro scopo, era necessario un intervento armato!
Naturalmente non potevamo, con le nostre sole forze, affrontare immediatamente a viso aperto le multinazionali che orchestravano la trama: quelle erano grandi e grosse, avevano i loro eserciti privati, si erano comperati i governi di mezzo mondo e insomma non c’era trippa per gatti. Alcuni di noi provarono a farsi comperare pure loro, come i governi, dalle multinazionali: dicevano che poi, con i fondi, avrebbero potuto sovvenzionare la lotta armata. Riuscirono solo a farsi ridere in faccia dalle segreterie telefoniche di un paio di dirigenti e ci rimasero anche piuttosto male.
Rientrate queste tentazioni collaborazioniste, la compattezza ideologica del gruppo si cementò attorno ad un progetto operativo di rara organicità: avremmo iniziato ad agire sul nostro territorio, colpendo i simboli locali del sistema globale che intendevamo combattere, adottando una modalità di comunicazione che a poco a poco portasse stampa e televisione dalla nostra parte. Sicuri del fatto che le nostre tesi fossero giuste, non dubitavamo che alla lunga il popolo avrebbe cominciato ad ascoltarci. Inoltre, partendo su scala ridotta, avremmo potuto allenarci ed essere così pronti, quando fosse arrivato il momento, a mirare al bersaglio grosso. A quel punto avremmo scatenato la vera rivoluzione epicurea, per spazzare via dalle nostre tavole le odiose polente istantanee e rimettere sul fuoco il paiolone della nonna!
Entusiasti di questo piano ci ritirammo nei boschi, che avevamo eletto a base operativa ideale per i nostri blitz, sulla scia di tanti altri rivoluzionari che ci avevano preceduto. Ne uscimmo dopo due giorni per una serie di motivi: ci perdevamo in continuazione, strisciavamo spesso contro gli alberi il furgone che avevamo preso per gli spostamenti, le zanzare di bosco sono dieci volte più feroci di quelle di città, e quando pioveva non si poteva nemmeno passare il tempo guardando la televisione.
Decidemmo dunque di stabilire il quartier generale nel garage di mia nonna, cosa che tra l’altro mi è costata due anni di reclusione in più rispetto agli altri in qualità di leader della banda armata.
Il primo attentato che portammo a termine, giusto per riscaldarci, passò inosservato, ma per noi mantiene un certo valore affettivo: nottetempo piazzammo un grosso petardo in un distributore automatico di merendine della stazione ferroviaria che erogava prodotti davvero schifosi: biscotti farciti con stomachevole crema alla mela e nocciola, tortine ricoperte da un tale strato di zucchero che sotto avrebbe potuto esserci anche un pezzo di plastica, salatini al gusto di salame ungherese. Sul distributore ormai inservibile attaccammo poi un manifesto che denunciava il volgare insulto al palato dei consumatori, esortava al ritorno al pane, burro e marmellata e preannunciava nuovi e più incisivi attacchi alle roccheforti del cattivo gusto.
Già quel primo foglio portava la firma più tardi ben nota delle Brigate Epicuro.
Per studiare le reazioni, passammo una giornata intera nell’atrio della stazione fingendo di bighellonare, di fare la fila per il biglietto e poi non trovare i soldi quando finalmente arrivavamo allo sportello, di attendere impazienti l’arrivo di qualcuno sbirciando in realtà costantemente il nostro distributore, finché alcune ragazze, che si erano messe ad aspettare il treno proprio vicino a quest’ultimo, erroneamente ci scambiarono per dei maniaci guardoni, e chiamarono i vigili per farci allontanare. Da quel che abbiamo visto, comunque, il novanta per cento degli utilizzatori erano ragazzini che senza nemmeno leggere il manifesto introducevano le monetine e poi, non vedendo uscire il dolcetto richiesto, prendevano a calci la povera macchina incolpevole e se ne andavano bestemmiando. Pare che dopo un po’ qualcuno abbia avvisato del guasto la ditta che gestiva il distributore, la quale mandò un tecnico che, imprecando contro i giovani debosciati che avevano combinato quello scherzo, stracciò il nostro comunicato, caricò la macchina sul furgone, ne installò una nuova e se ne andò.
Nonostante quel primo mezzo fiasco organizzammo alcune altre azioni simili, per farci la mano. Bisogna considerare che nessuno di noi aveva precedenti esperienze dinamitarde, anzi io da piccolo avevo anche paura di usare le miccette, per cui ritenevamo fondamentale per la riuscita del nostro disegno assumere una certa confidenza con le procedure. Quando però la stampa locale, finalmente accortasi dei nostri attentati, ci descrisse come “banda di teppistelli perdigiorno, probabilmente di buona famiglia e annoiati della vita, che marinano la scuola e per ammazzare il tempo se la prendono con i distributori automatici” (ricordo ancora l’articolo: a fianco del testo avevano messo una foto di giovane perdigiorno che passava un semaforo rosso impennando con il motorino), decidemmo che era giunto il momento di alzare il tiro.
Il primo problema, a cui chissà perché non avevamo pensato prima, era di reperire l’esplosivo. Provammo all’inizio a farcelo in casa usando diverse confezioni del piccolo chimico, ma per le dosi che ottenevamo tanto valeva che continuassimo con i petardi.
Pensammo allora di rubare alcune casse da una cava di pietra, ma rinunciammo quando il custode del cantiere, la cui presenza sinceramente non avevamo considerato, liberò una muta di dobermann e imbracciò la doppietta. Per calmarlo provammo anche a raccontargli che eravamo dei naturalisti che volevano fare il bird watching, ma lui non se la bevve.
Alla fine ci rassegnammo a ricorrere al mercato nero e, per reperire i fondi necessari, organizzammo una colletta tra i parenti e gli amici più cari raccontando che ci stavamo lanciando negli affari e avevamo bisogno di un capitale iniziale che, comunque, avremmo restituito con gli interessi dato che il business prometteva bene. Quando ci chiesero di che si trattasse bastò dire che era “qualcosa che aveva a che fare con internet” perché tutti fossero ben contenti di aprire i cordoni delle rispettive borse. In questo modo riuscimmo a procurarci l’esplosivo e così potemmo passare ad obiettivi più consistenti.
Questa seconda fase, in cui avevamo iniziato a colpire i fast food e i peggiori alberghi della città, più impegnativa ma senz’altro di maggiore soddisfazione, vide la stampa rapidamente interessarsi alle B.E.
Purtroppo la nostra speranza di trovare un appoggio ideologico in alcuni giornalisti illuminati sembrava destinata a rimanere vana: i più generosi ci definivano “deficienti esaltati da prendere a cinghiate e poi rinchiudere in uno sgabuzzino senza cena per un paio di settimane”, ma la maggioranza usava epiteti piuttosto volgari che non mi sento di riportare qui. Nessuno si premurava di citare, neanche in sintesi, le nostre sacrosante motivazioni, accidenti a loro.
Le cose cominciarono a cambiare in meglio, scherzi del destino, proprio quando compimmo il passo che avrebbe segnato la nostra fine: avvicinare Melchiorre Bonatti.

Il futuro magnate della rivoluzione

Occorre a questo punto fare un rapido salto indietro di cinquant’anni per introdurre un grande personaggio da alcuni recentemente liquidato come vecchio lavandaio che s’era sniffato troppo detersivo e magari anche qualcos’altro, ma che noi che l’abbiamo conosciuto da vicino sorbendoci i suoi racconti possiamo garantire essere uomo lucidissimo, e tra i pochi che abbiano capito fino in fondo i rischi che l’uomo sta correndo.
Melchiorre Bonatti, fin dall’infanzia stregato dal lindore dei bucati che faceva la sua mamma (più tardi venne a sapere che ella metteva del colorante bianco in mezzo al detersivo, ma ciò non valse a scalfire nella sua mente il mito del pulito), iniziò la carriera nei primi anni cinquanta gestendo una piccola lavanderia artigianale per intenditori. Lavorava in una cantina, con tinozze di rovere stagionato, spazzole di crine di gnu appositamente fatte arrivare dall’Africa, acqua oligominerale di una sorgente montana che conosceva solo lui, miscele di saponi selezionati tra i migliori marsigliesi. Se volevi essere sicuro di ottenere un bucato perfetto, che non alterasse le misure dei capi, che non facesse diventare tutte le lenzuola color lillà per via della maglietta nuova che dava giù la tinta, e che si portasse dietro quel caratteristico alone di lindore che a poco a poco era diventato il suo marchio di fabbrica, dovevi rivolgerti a lui.
Si dice che nella sua cantina arrivassero clienti da tutta Italia, la maggioranza piuttosto facoltosi, anche se il Bonatti, in nome di quella che vedeva come una missione, praticava prezzi differenziati per consentire anche ai meno abbienti di permettersi, ogni tanto, un bagno di pulito nei suoi tessuti. Già, perché una volta che un qualsiasi capo era stato lavato da Melchiorre diventava un poco suo, così diceva.
Con gli anni la lavanderia, grazie all’abilità del suo padrone e ad una eredità di svariati milioni inopinatamente mollatagli sul capo dal classico zio d’America, si ingrandì fino ad occupare quasi per intero il palazzo in centro che ha poi continuato ad essere la sua sede; lì Melchiorre mantenne uno spazio per la sua attività artigianale ma si procurò anche delle grosse lavatrici acquistate di seconda mano da una caserma, che modificò per renderle adeguate ai suoi standard.
In quel periodo dava anche inizio agli studi sul pulito, che l’avrebbero in seguito portato a formalizzare una teoria coerente della propagazione dell’igiene, ma che per il momento si basavano più che altro su regole del pollice, efficaci ma poco generalizzabili, che trovarono la loro prima applicazione proprio in quelle lavatrici.
A pochi mesi dall’apertura della nuova sede si verificò la seconda brusca svolta nella vita del grande lavandaio, dopo quella indotta dall’eredità dello zio. Secondo il racconto di Melchiorre, una sera arrivò alla lavanderia un giovane molto distinto che pregò gli venisse lavato entro l’indomani mattina l’abito da sposo, che aveva macchiato di melassa e piume d’oca nel corso del suo addio al celibato organizzato da amici un po’ troppo goliardi. Il vestito, di tessuto pregiatissimo e ottima fattura, era ridotto in condizioni spaventose, tanto che il lavandaio fu tentato di rinunciare. L’uomo, vedendo la sua espressione poco convinta, aggiunse che la promessa sposa, una ragazza tanto cara ma estremamente gelosa e un po’ manesca, sicuramente avrebbe pensato male nel vederlo arrivare in chiesa con un vestito diverso da quello che avevano scelto insieme, specie se avesse voluto poi vedere il vestito incriminato che, a onor del vero, tra la melassa e le piume aveva anche macchie di rossetto in zone un po’ equivoche. In sostanza era una questione di vita o di morte.
Melchiorre, impietosito e desideroso di vedere quel vestito così di classe in condizioni più consone, rimase a lavorare tutta la notte e l’indomani riconsegnò un abito immacolato, un capolavoro tale che il cliente temette potesse far apparire sporca la veste candida della futura sposa. Per compensare il salvatore e dimostrargli la sua riconoscenza il singolare individuo volle fargli dono di tre alberghi da lui posseduti in città, e non ci fu verso di rifiutare: si sarebbe offeso a morte.
Non volendo contrariare il cliente, che per definizione ha sempre ragione, Bonatti divenne proprietario di questi alberghi e decise di rinominarli Lavender’s Hotels, un nome che a suo dire dava l’impressione che appartenessero ad una catena internazionale particolarmente frequentata dai lavandai che, come è naturale, di qualità delle lenzuola e degli asciugamani se ne intendono.
Pur non amando particolarmente, all’inizio, l’attività alberghiera, Melchiorre, per rispetto al donatore, ci si era dedicato con impegno e i risultati erano piuttosto buoni. Ma il vero salto di qualità venne quando egli adottò, mirabile esempio di sinergia industriale, quello che un giovane ricercatore locale sulla Gazzetta dell’albergatore aveva definito “un modello di eccellenza nell’integrazione verticale della catena del valore del sonno”, basato sull’individuazione da parte del Bonatti dei forti nessi causali tra le due attività, lavandaia e alberghiera.
Nella sua visione, la soddisfazione del cliente dell’hotel dipendeva dalla qualità delle lenzuola in cui dormiva, da quanto le federe su cui posava il capo erano in grado di carezzargli la guancia durante la notte, e da come gli asciugamani la mattina attirassero delicatamente il corpo del cliente verso il bagno per ricevere il loro massaggio di buongiorno; tali proprietà potevano essere facilmente garantite dedicando per intero l’attività della lavanderia agli alberghi “di casa”, che vennero così ad essere caratterizzati dal famoso “tocco Bonatti”.
Dall’essere tre alberghi qualsiasi, i Lavender’s Hotels grazie alla lavanderia vennero a qualificarsi per un’aura di lindore che da tovaglie, lenzuola e asciugamani si diffondeva a tutto, anche ai clienti. Certe volte, quando arrivavano in albergo consegne di bucati particolarmente ben riusciti, Melchiorre sosteneva di vedere le particelle di igiene che dalla biancheria si sparpagliavano sui letti, sui tavoli e persino sui pavimenti.
In quegli anni il suo studio sulla propagazione del pulito aveva fatto notevoli passi avanti: la teoria, fondata sulle particelle di igiene da lui chiamate melchioni in proprio onore e sulla loro interazione con le particelle antagoniste, gli sporconi (non aveva trovato per il momento un personaggio a cui associare tali ignobili corpuscoli), sostiene che gli sporconi sono presenti in numero infinitamente maggiore rispetto ai melchioni (e uno dei problemi che lo tenevano spesso sveglio la notte era proprio l’individuazione del motivo di questa seccante asimmetria); ciò determina la tendenza al disordine e al lerciume che è sotto gli occhi di tutti, e che non ha nulla a che fare con l’entropia tanto cara ai fisici. Fortunatamente, se i melchioni raggiungono una determinata massa critica, essi sono in grado di prevalere poi sugli sporconi circostanti, avviando un vero e proprio “turbine di pulito”. Diversi clienti dei Lavender’s sono stati intrattenuti nel corso degli anni con lunghe dissertazioni sull’argomento, con tanto di formule matematiche, grafici della propagazione dell’igiene disegnati sui menù e dimostrazioni pratiche di pulizia che si concludevano di solito con il Bonatti che si metteva a mangiare una porzione di spaghetti direttamente sul pavimento, sostenendo che la presenza di tovaglie appena lavate dalla sua lavanderia garantiva una concentrazione di melchioni sufficiente a igienizzare l’ambiente, tanto che lui amava definire i Lavender’s come degli alberghi “ontologicamente antisettici”.
E con questo siamo tornati ai giorni nostri: dopo tanto impegno sul campo nella lotta per il pulito, Melchiorre negli ultimi anni si sentiva stanco e desideroso di dedicare più tempo allo sviluppo compiuto della sua teoria, che presentava ancora qualche piccola falla. Doveva però trovare qualcuno che rilevasse le sue attività ma fosse disposto a portarle avanti così come gli venivano consegnate, continuando la sua opera. Purtroppo, come vedremo, non aveva fatto i conti con l’evoluzione della società e con l’immigrazione cinese.

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