IL CALZEROTTO MARRONE
Quadrimestrale on line di scrittura creativa
Lavanderia Fatale
Melchiorre passa la mano
Quando Melchiorre cominciava a disperare di poter trovare una soluzione soddisfacentesi fece avanti la Albergons Internationals, una multinazionale americana che possedeva hotel, pensioni, cucce per cani, residence e bidonville varie sparse in tutto il mondo, interessata ai tre Lavender’s ma che della lavanderia non sapeva che farsene: d’altra parte chi, a parte il Bonatti, avrebbe manenuto una vecchia e costosa lavanderia esclusivamente dedicata a fare il bucato per tre alberghi e che occupava due interi piani in un grande palazzo del centro storico della città, quando i cinesi ne avevano appena aperta una modernissima che puliva rapidamente, costava meno e ogni dieci bucati ti regalava pure una cena per due da ritirare in uno qualsiasi dei loro ristoranti che come il morbillo ormai punteggiano le nostre strade, anche peggio delle pizzerie per asporto?
Nonostante questa profonda diversità di vedute tra le due parti, la trattativa si svolse, secondo Melchiorre, in maniera tutto sommato rapida: i tre giovanotti eleganti che rappresentavano la società che voleva rilevare i suoi alberghi, evidentemente alle prime armi e comunque piuttosto inesperti nel campo del bucato, provarono a convincerlo che i cinesi, con la loro lavanderia automatica, potevano fare il lavoro ottimamente, garantendo agli alberghi un’elevata qualità a prezzi bassissimi; gli promisero anche di passare a lui tutte le cene cinesi omaggio che avrebbero ottenuto ma lui rimase fermo sulle sue posizioni e anzi gli dimostrò, dati alla mano, come la sua teoria non lasciasse dubbi: i cinesi non capiscono nulla di pulizia. La dimostrazione si basava su un corollario del secondo teorema di Bonatti sulla concentrazione dei melchioni, che sostiene esistere una stretta relazione tra la numerosità di una popolazione, la sua cultura del pulito e la massa di melchioni presente nel suo territorio; se in Cina ci fosse stata una cultura del pulito appena decente, con la quantità di persone che ci abitava si sarebbe raggiunta una tale massa di melchioni da attivare un circolo virtuoso capace di sconfiggere stabilmente gli sporconi almeno nel continente asiatico se non addirittura a livello planetario.
Alla fine, evidentemente stanchi di discutere con il vecchio e convinti che sarebbero riusciti in qualche modo ad arrangiare le cose, i tre rappresentanti della Albergons accettarono sia di conservare il nome che lui a suo tempo gli aveva dato (anche se ancora non si capacitavano di come avesse potuto pensare seriamente di chiamarli così), sia di mantenere attiva la lavanderia fino alla morte di Melchiorre.
Adesso dovevano inventarsi un modo per limitare almeno i costi che derivavano da quella lavanderia: anche trascurando il fatto che teneva occupato un immobile che solo affittandolo avrebbe reso abbastanza da far lavare a mano ad una schiera di cinesi la biancheria di tutti gli alberghi della multinazionale messi assieme, c’erano una serie di altri problemi su cui proprio non si poteva transigere. Giorni prima, per controllare quale fosse la situazione, avevano fatto un sopralluogo in incognito, travestiti da clienti dei Lavender’s entusiasti della pulizia della loro biancheria e desiderosi di vedere dove si compiva il miracolo della lisciviatura perfetta; il sommario elenco dei guai riscontrati recitava:
- lavatrici antidiluviane, consumano uno sproposito e pretendono pure che una lavandaia stia sempre lì a tenergli la mano sul coperchio;
- centrifughe come sopra;
- i furgoni per il trasporto dei bucati vengono usati per una frazione trascurabile della giornata, per il resto stanno in autorimessa come divani per i due fattorini che discutono a rotazione delle partite della domenica passata, di quelle della domenica a venire o del gran premio;
- personale impiegato da sempre nella lavanderia, ormai radicato lì dentro peggio della gramigna e sicuramente incapace di lavorare come Dio comanda;
- lavandaie brutte e grasse e per di più nemmeno tanto brave, passano il tempo a spettegolare sulle clienti degli alberghi analizzando le lenzuola in cui quelle dormono;
- direttore talmente vecchio che fatica anche a ricordare il nome dei suoi sette dipendenti;
- garzone cinquantenne che ha come principale occupazione annaffiare le piante, mantenere in funzione la macchinetta del caffè e, si dice, giocare a dama con il direttore.
Durante la visita, arrivati a questo punto, si erano stufati di prendere nota e si erano mentalmente detti che la lavanderia era da chiudere appena possibile. Eppure al momento non c’erano alternative al tentare di renderla quantomeno presentabile.
A meno di non voler fare fuori il vecchio Bonatti, naturalmente.
Ma quella soluzione non venne nemmeno presa in considerazione, probabilmente per qualche residuo di morale da cui neppure quei manager così orientati al risultato erano immuni. Eppure forse, a conti fatti, sarebbe stata decisione preferibile a quelle che vennero invece prese.
Purtroppo sono rare le persone in grado di capire per tempo la razionalità, direi la perfezione di scelte apparentemente folli e provocatorie e che solo a posteriori la maggioranza riconosce come quelle giuste, quando ormai è troppo tardi, i buoi sono scappati ed il recinto è stato tutto mangiato dalle tarme; evidentemente i tre responsabili per l’Italia della Albergons Internationals non erano tra questi pochi illuminati.
Terza fase della rivoluzione
Proprio mentre Bonatti decideva la cessione dei suoi hotel alla Albergons Internationals, le Brigate Epicuro misero a segno il colpo che sembrò segnare la svolta che tanto aspettavamo: colpimmo un albergaccio gestito con i piedi da uno zoppo e per la prima volta un articolo di giornale, nel riportare la notizia, usò toni quasi ammirati. Ne riporto il testo integrale perché dimostra la ragionevolezza di fondo del nostro disegno e in particolare che se avessimo mantenuto fede al progetto originario di non immischiarci con le multinazionali fino a quando non avessimo ottenuto sufficiente seguito, avremmo potuto veramente fare la rivoluzione.
“Nella notte tra venerdì e sabato un commando di fondamentalisti epicurei appartenenti alle B.E. ha fatto saltare il quarto albergo negli ultimi due mesi con una serie di cariche di tritolo. Un documento di rivendicazione dell’attentato, redatto in bell’italiano su carta pergamena della migliore qualità e con uno squisito inchiostro blu elettrico profumato alla lavanda, è stato recapitato presso la sede di una nota rivista di cucina.
Il testo spiega che il tritolo è stato collocato simbolicamente nei punti da cui il sistema lavorava subdolamente ad erodere il benessere, segnatamente la cucina, dove si ammannivano prime colazioni indegne di questo nome, con il succo d’arancia che sapeva di polverina, le brioche buone tutt’al più per giocarci a tennis ed il caffè che anche un americano avrebbe giudicato un tantino troppo simile al catrame; la reception, dove si veniva accolti peggio delle reclute il primo giorno di caserma, con moduli incomprensibili da compilare, attese infinite perché un facchino si degnasse di portare le valige in camera e per di più con una moquette che era stata sicuramente scelta apposta per indispettire i clienti con un minimo di gusto, con quella sua tonalità indefinibile tra l’ocra slavato e il marroncino ingrigito a disegni vagamente psichedelici color amaranto; infine la lavanderia, da dove uscivano lenzuola che parevano lastre di marmo tanto erano inamidate, per non parlare degli asciugamani senza ammorbidente che la mattina, dopo essersi fatti la barba, facevano venire voglia di usare la carta vetrata per asciugarsi pur di non passarseli sul viso. Che dire poi dei tovaglioli su cui rimanevano, orrore, gli aloni delle macchie di rossetto?
Pur dovendo denunciare senza esitazioni ogni estremismo, che come tutti sanno fa automaticamente e senza remissione passare dalla parte del torto, devo riconoscere che il servizio nell’albergo vittima dell’attentato, in cui ho avuto la sventura di passare recentemente una notte, era pessimo e i terroristi sono persino stati gentili a non menzionare la quantità di polvere che stazionava sui corrimano delle scale e gli scarafaggi che incrociavano nel minestrone tra radi pezzetti di sedano e carote.”
Come si vede, si trattò di un successo anche superiore alle nostre aspettative, che ci infuse nuovo entusiasmo. Dovevamo però reperire dei finanziamenti per sovvenzionare nuove e più ambiziose operazioni dato che i soldi che ci eravamo fatti prestare con la prima colletta erano finiti e nessuno era più disposto a darci una lira, probabilmente a causa del crollo in borsa dei titoli legati ad internet, che doveva aver sollevato qualche dubbio riguardo alle prospettive di reddito che noi avevamo garantito.
Intanto, come ogni padrone che si rispetti, la Albergons Internationals aveva cominciato subito a mettere mano alle nuove acquisizioni e la prima cosa che fece, va da sé, fu di rimuovere il direttore della lavanderia, chiaramente inadatto a guidarla secondo dei criteri manageriali degni di questo nome, per sostituirlo con un suo uomo di fiducia.
Il sasso che diede inizio alla frana
Il ragionier Achille Ralgutti, come ogni mattina appena arrivato nel suo ufficio, stava leggendo il giornale quando squillò il telefono: una voce di donna dall’inflessione vagamente teutonica e dal tono dittatoriale (1), qualificatasi come segretaria del dottor Roberto Spierri rappresentante della nuova proprietà, lo convocava di lì a due giorni per una disamina dell’efficienza e dell’efficacia della sua lavanderia, in un’ottica di benchmarking con l’attuale best practice nel controllo dei costi, la nuova lavanderia cinese Lin Doh (2).
Mettiamoci nei panni del povero Ralgutti: aveva passato trent’anni senza sostanzialmente muovere un dito per cambiare anche solo una lampadina bruciata e adesso doveva in un sol colpo reggere l’urto con la globalizzazione e la concorrenza dei paesi in via di sviluppo. Preso dall’ansia, anche se non aveva capito proprio tutto quello che gli era stato detto, il ragioniere dopo un po’ di pensa e ripensa decise che sarebbe arrivato alla riunione preparato, con una serie di proposte di intervento di sicuro impatto. Si ripromise di dire anche che quelli proposti erano interventi che teneva nel cassetto da tempo ma di cui il vecchio proprietario, troppo all’antica, non aveva mai voluto nemmeno sentire parlare. Il problema era che non aveva la più pallida idea di che interventi si potessero fare in quella lavanderia: a lui sembrava andasse benissimo così.
Chiamò allora il garzone Ermete, il suo collaboratore più fidato e, mentre lo metteva rapidamente al corrente della telefonata, appese ai muri dell’ufficio dei fogli di carta da pacchi. Poi tirò fuori dei pennarelli colorati e diede un titolo ad ogni cartellone: LAVANDERIA, EFFICIENZA, CINESI, EFFICACIA; ne scrisse anche due di cui non era molto sicuro, con i termini che non aveva capito nella telefonata appena ricevuta: BENCIARCHI, che forse era il cognome di un famoso esperto di lavanderia comparata, e BESS PRATIS, su cui non aveva nessuna ipotesi. Magari il suono di quelle parole prive di senso avrebbe suggerito, per chissà quali associazioni inconsce e parapsicologiche, degli interventi azzeccati.
Nella successiva ora avrebbero dovuto passeggiare per l’ufficio ripetendosi mentalmente i titoli e buttare giù sui cartelloni tutto quello che gli saltava in mente, poi lui avrebbe pensato a convertire il ricco materiale così ottenuto in interventi operativi e alla fine avrebbe selezionato quelli che reputava garantire la maggiore presa.
Quando congedò Ermete i cartelloni riportavano quanto segue:
LAVANDERIA: la fanteria/ lottiamo contro lo sporco impossibile/ il bucato è la nostra fede/ chi ha mai visto una bella lavanderina?/ pisolini sui furgoncini/ ma come fanno certi clienti a sporcare le lenzuola a quel modo?/ da piccolo giocavo al dottore tra le lenzuola appena stese ma non arrivavano mai le pazienti.
EFFICIENZA: più che sufficiente!/ schiavismo/ lasciateci lavorare/ rivoluzione proletaria/ diritti dei lavoratori/ ci vogliono licenziare? Stiano attenti che gli rompiamo i denti / la musica nelle stalle aiuta le vacche a produrre buon latte/ tornatevene da dove siete venuti.
CINESI: fanno rumore con la bocca quando mangiano la minestra/ tanti per niente/ c’hanno un paese così grande che non si vede cosa ci vengano a fare qui da noi/ piccoli e gialli/ vollei una billa per piacele/ dopo i fuochi d’artificio e gli spaghetti salterà fuori che hanno inventato anche la pizza e il mandolino/ imperialisti del bucato/ lavandaie di tutto il mondo unitevi!
EFFICACIA: pesci in faccia/ il nuovo padrone taccia che noi il bucato lo facciamo e l’obiettivo lo centriamo/ campioni del pulito!/ E quei clienti che rovesciano vino rosso a fiumi sulle tovaglie non li convochiamo mica?
BENCIARCHI: bei marchi/ giretti nei parchi/ reperti archeologici ben conservati.
BESS PRATIS: Stellutis Alpinis/ George Gershwin a lavare i panni nel Mississippi.
Disastro! Non ne veniva fuori niente di utile: l’unica cosa chiara era che il suo amico Ermete non voleva sentir parlare di migliorare la produttività, di concorrenza da parte dei cinesi e cose simili; e che nessuno dei due aveva la più pallida idea di cosa o chi fossero benciarchi e bess pratis, naturalmente.
Continuando a camminare intorno nel suo ufficio e leggendo i cartelloni, tuttavia, Achille a poco a poco si trovò davanti a una autentica miniera di proposte.
Non saprei sinceramente ricostruire con precisione i passaggi logici che seguì per arrivarci e d’altra parte non ne è stato capace nemmeno lui durante il processo, dove si è limitato a produrre i cartelloni che aveva conservato; comunque assicura che fu in quel modo che ideò un gran numero di interventi, alcuni magari troppo audaci, ma nel complesso promettenti.
Ne scelse quattro, escludendo a malincuore l’idea di selezionare i clienti degli alberghi mediante un test di abilità nel versare il vino e di buona educazione in generale e quella di piazzare delle brande in una delle tante stanze vuote del palazzo dove poter riposare meglio di quanto si facesse sui furgoni, cosa che avrebbe sicuramente garantito un aumento della produttività; l’ideale sarebbe stato che si assumesse anche una massaggiatrice tailandese che a turno sciogliesse la tensione del duro lavoro dalle spalle dei dipendenti della lavanderia e in particolare dalle sue che dovevano sopportare anche il peso della responsabilità. Capiva però che, in un momento in cui l’azienda si concentrava sulla riduzione dei costi, proposte del genere potessero apparire fuori luogo.
(1) La donna era in realtà romana, ma la Albergons Internationals prevedeva per le segretarie dei dirigenti uno speciale corso di dizione che conferisse loro l’accento autoritario necessario per la posizione da esse occupata.
(2) Mi scuso per l’odioso linguaggio anglofono inserito apparentemente senza motivo in una frase che potrebbe stare tranquillamente in piedi in italiano, senza contributi esteri che tra l’altro corrono il rischio di essere fraintesi. Le parole benchmarking (confronto con un soggetto o parametro di riferimento) e best practice (modo migliore di svolgere una attività) sono qui necessarie per la chiarezza dei successivi paragrafi. E poi danno al lettore poco addentro alle tematiche aziendali un’idea di come il Ralgutti si sia potuto sentire al telefono. Nel corso della narrazione, per un maggiore realismo e per conformità alla documentazione processuale acquisita, ci si manterrà il più possibile fedeli ai termini originariamente usati dai protagonisti, inserendo dove necessario opportune spiegazioni.