IL CALZEROTTO MARRONE
Quadrimestrale on line di scrittura creativa
Lavanderia Fatale
Il progetto di rilancio
Quando si presentò all’appuntamento venne accolto da una donna in tailleur nero, con un grosso naso accusatore, i capelli raccolti in una sdegnosa cipolla sopra la nuca e l’espressione di chi sta perdendo tempo solo a guardarti; la donna gli indicò la parete dietro di lui e gli ordinò, con lo stesso accento tedesco della telefonata di due giorni prima, di attendere. Sollevò il telefono, premette un tasto e annunciò: “E’ qui il tizio della lavanderia”; all’altro capo i tre dirigenti della multinazionale si chiesero l’un l’altro chi avesse chiamato una lavanderia e per pulire cosa e, non avendo niente di sporco, risposero che lo si mandasse pure via, che loro non avevano chiamato nessun lavandaio. Le ci volle un po’ per far loro ricordare l’appuntamento con il ragionier Ralgutti, ma alla fine li convinse a riceverlo.
Achille entrò nell’ufficio e si trovò davanti gli stessi tre signori che avevano contrattato con Melchiorre. Pantaloni grigi, camicia azzurra e cravatta (le rispettive giacche grigie erano appoggiate alle sedie), con l’aria di chi stesse decidendo delle sorti dell’universo e dovesse improvvisamente trovare anche il tempo per giocare a rubamazzo con il figlio capriccioso, lo fecero accomodare su una seggiola all’altro lato della grande scrivania dietro a cui loro stavano sprofondati in enormi poltrone di pelle di daino. Sopra la scrivania c’erano una montagna di carte perlopiù piene di scarabocchi, tre computer portatili, tre telefonini cellulari, tre agende elettroniche, sigarette, accendini e un posacenere straripante di cicche spente che sembrava implorare una pausa, per pietà. I tre stavano chiaramente fumando, infischiandosene del povero posacenere esausto.
Scusandosi per averne solo una copia e offrendosi di uscire a farne delle fotocopie nella tabaccheria all’angolo, il ragionier Ralgutti estrasse dalla borsa il suo Piano Strategico di Rilancio. I tre replicarono che non cera bisogno di copie, era sufficiente che lui ne riassumesse brevemente i contenuti, che non avevano tempo da perdere a leggere documenti e che avrebbe fatto molto meglio a presentarsi con delle slides(1).
Glissando con un “si, beh” sull’ultima frase dato che non aveva idea di che fossero queste slaids, Achille cominciò partendo dalla storia del bucato, dal valore sociale dell’igiene e dall’indiscutibile contributo di immagine che i Lavender’s ottenevano dalla sua lavanderia, dal che discendeva anzitutto l’evidente necessità di valorizzare tale contributo mediante una adeguata politica di comunicazione. La sua proposta, partendo dalla creazione di un bollino di qualità del lavaggio da apporre sui bucati, prevedeva di decorare con il suddetto bollino magliette, cappellini, accappatoi e ogni altro oggetto i signori dirigenti ritenessero opportuno; tali prodotti, inizialmente da distribuire ai clienti all’arrivo in albergo, avrebbero presto invaso il mercato portando alle casse della multinazionale un mucchio di soldi, purché la scelta dello stemma fosse fatta con criterio, qualcosa tipo una lavandaia che rincorreva sorridendo, con spazzola e sapone, un branco di macchie in fuga. Era un’ipotesi certo suscettibile di miglioramenti ma che già così risultava senz’altro evocativa e simpatica.
Nei tre all’altro capo della scrivania cominciò a sorgere il dubbio che li si volesse prendere in giro, ma erano talmente spiazzati che nessuno riuscì ad aprire bocca e quindi, leggendo negli sguardi increduli dei suoi interlocutori un vivo interesse per le sue argomentazioni, il direttore della lavanderia continuò con il secondo pilastro della strategia: l’allestimento, in un paio di stanze del palazzo che ospitava la lavanderia stessa, di un museo del bucato. Si sarebbe dovuto naturalmente intitolare a Melchiorre Bonatti, ma siccome per il momento il vecchio era ancora in vita e la cosa poteva sembrare indelicata nei suoi riguardi, era necessario un nome temporaneo tipo “Liscivia e lisciviature” o simili. I turisti non avrebbero mancato di visitarlo, tanto quando arrivavano in città si sciroppavano a tappeto tutte le mostre, i palazzi e le gallerie che gli si proponeva, senza un minimo di criterio; magari per i clienti degli alberghi della multinazionale si poteva fare uno sconto sul biglietto.
A questo punto i tre erano certi che quel tizio si stesse divertendo alle loro spalle e stavano per interromperlo in malo modo quando lui si alzò preso dal fervore ed illustrò la terza componente del suo piano, che affrontava in pieno il tema dell’ottimizzazione delle risorse: proponeva di utilizzare i furgoni adibiti al trasporto dei bucati, che effettivamente al momento stavano per buona parte della giornata fermi ad aspettare, come navette su cui organizzare tour guidati della città per i clienti degli alberghi. Certo, si sarebbe dovuto studiare un meccanismo per montare e smontare all’occorrenza dei divanetti nello spazio adibito al trasporto della biancheria, ma questo si poteva fare con poca spesa, lo aveva già fatto verificare da Ermete. E nemmeno il fatto che i furgoni fossero sprovvisti di finestrini era un grosso problema: bastava che al fianco del guidatore si ponesse un cicerone sufficientemente loquace che raccontasse ai passeggeri quanto avrebbero visto se avessero potuto guardare fuori. Si sarebbe trattato, in sostanza, di una visita virtuale monomediale alla città! Per rendere l’idea il ragionier Ralgutti si sedette su un immaginario furgone carico di clienti e simulò il passaggio per una delle vie centrali della città: “… sulla vostra destra, oltre questa rada cortina di platani fronzuti e di passanti impegnati a scansarsi l’un l’altro sul marciapiede di porfido, potreste deliziare le vostre pupille con la vista di Palazzo Bronconi-Pomilli, di un delicato rosa imperatrice Brunilde, con le sue caratteristiche bifore da cui, se si è fortunati, la sera si intravede la giovane Ersilia Pomilli intenta a prepararsi per uscire; sapete, ha questo vezzo di lavarsi con le finestre aperte…” e intanto faceva l’occhiolino ai suoi interlocutori, sottolineando come i particolari piccanti fossero infallibili nel dare vita ad una descrizione.
All’altro lato della scrivania la rassegnazione aveva preso il posto di ogni altro sentimento: i dirigenti della Albergons si erano convinti che Ralgutti non li stesse affatto prendendo in giro, che anzi fosse un pazzo e che quindi la cosa più saggia fosse quella di lasciarlo concludere e poi liquidarlo il più gentilmente possibile. Non trovando resistenza da parte dell’uditorio, Achille attaccò con la quarta proposta: avviare una ricerca per individuare la musica più adeguata a stimolare la produttività delle lavandaie, sulla scorta degli studi che sostenevano che le mucche cui viene fatto ascoltare Brahms producono il latte migliore, per poi diffonderla durante la giornata lavorativa negli ambienti della lavanderia. Un simile intervento avrebbe contemporaneamente accresciuto l’efficienza e allietato la giornata ai dipendenti. Aveva anche già delle ipotesi su quali fossero le musiche più promettenti, come linea di ricerca: naturalmente gli spiritual (in questo si era fatto influenzare da Bess Pratis e dalla sua assonanza con “Porgy and Bess” di Gershwin) che un tempo accompagnavano il lavoro nei campi di cotone e che quindi, perché no, potevano stimolare anche chi quello stesso cotone doveva oggi lavarlo.
Con un sorriso soddisfatto posò le quarantatre pagine di documento sulla scrivania e si sedette, in attesa delle reazioni. Certo avevano bisogno di meditarci un attimo: sicuramente si erano aspettati che si presentasse a mani vuote, o tutt’al più con qualche piccolo correttivo, mentre lui gli aveva portato un progetto rivoluzionario e il fatto stesso che non avessero mai aperto bocca, salvo schiarirsi la voce ogni tanto e scambiarsi occhiate ammirate, era segno evidente di come fossero rimasti colpiti.
Che i tre fossero rimasti colpiti era in effetti vero: non si erano resi conto, quando avevano deciso di convocarlo per dargli il benservito, di avere a che fare con uno squinternato magari anche pericoloso e quindi adesso si trovavano piuttosto imbarazzati perché non sapevano come liquidarlo senza provocare reazioni inconsulte. Si scambiarono un’ennesima occhiata. Lui aspettava con un leggero dondolìo avanti e indietro sulla sedia. Il documento stava di traverso sulla scrivania.
Alla fine il più giovane dei tre si alzò, raccolse il plico e lo soppesò. Pesava parecchio. Rilesse il titolo. Guardò il direttore e poi guardò i suoi due compagni che erano rimasti seduti e che con un sorrisino gli facevano cenno di proseguire: nell’ambiente manageriale, come per la verità più o meno ovunque, vige una blanda e oseremmo dire sacrosanta forma di nonnismo per cui i compiti più ingrati, come appunto quello di liquidare quel povero demente, spettano ai più giovani.
“Dunque, ragionier Ralgutti, il suo progetto dimostra sicuramente una mente ... ehm, vivace. Dobbiamo ammettere che il repositioning che lei propone, basato su una strategia marketing oriented e sull’empowerment dell’offerta mediante value added services denota proattività da parte sua(2).
Purtroppo, però, la vision della nostra società si basa sulla regola delle quattro Y(3) che, come lei m’insegna, risulta incompatibile con le idee di ampliamento del business da lei sposate. Inoltre, come saprà, la Y di young ci impone di mantenere un’età media aziendale di 28 anni e sei mesi e lei ci sballa notevolmente i conti.
A malincuore debbo quindi comunicarle che abbiamo deciso di non avvalerci più del suo pur valido contributo e spero voglia accettare i nostri vivi ringraziamenti per quanto ha sin qui fatto.”
Nel pronunciare la parola “ringraziamenti” il giovane pescecane tirò fuori un assegno e lo porse ad Achille.
“Saremo sempre lieti di ospitarla nei nostri alberghi o di dare una lavata alle sue tovaglie e lenzuola nella nostra lavanderia.”
Il povero ragioniere non aveva capito una parola di tutta la prima parte del discorso, dato che non conosceva l’inglese né tantomeno il manageriale, lingua spuria contenente termini inglesi, finte parole italiane ottenute modificando vocaboli inglesi, acronimi vari, il tutto mescolato un po’ a casaccio con particelle pronominali e verbi che servivano a dare all’insieme l’apparenza di un discorso di senso compiuto. Tuttavia gli era chiaro il contenuto delle ultime due frasi: quei tre sbarbatelli l’avevano fatto sgobbare per due giorni per niente, avevano già deciso di licenziarlo e non sarebbe riuscito a convincerli a cambiare idea neanche pregandoli in turco, specie perché loro il turco sicuramente non lo parlavano e lui si sbagliava sempre tra preghiere e imprecazioni.
Intascò quindi l’assegno e ottenne di potersi congedare dai suoi collaboratori annunciando che aveva scelto volontariamente di ritirarsi perché, con la cessione degli alberghi da Melchiorre Bonatti alla multinazionale che loro rappresentavano, sentiva chiudersi un’epoca e che ora toccava ad altri l’onore e l’onere di tenere alto il valore della buona biancheria.
Pur di levarselo definitivamente di torno, gli concessero altri due giorni per lasciare vuoto l’ufficio, possibilmente anche ritinteggiato e disinfettato.
Sembrava che le cose finalmente si mettessero per il verso giusto, ma purtroppo per tutti noi non si sarebbe rivelato così semplice mettere a tacere il vecchio direttore.
L’addio di Ralgutti
Il giorno dopo il colloquio con i dirigenti della Albergons Internationals, convocati i sette dipendenti della lavanderia nel suo ufficio, Achille Ralgutti pronunciò un discorso di addio che ho ricostruito abbastanza fedelmente grazie alle testimonianze sua, di Ermete e degli altri presenti.
Dopo una introduzione storica che, gli avevano insegnato a scuola, ci stava sempre bene, il ragioniere assunse uno sguardo triste e disse: “Purtroppo gli anni passano per tutti. Come sapete il signor Bonatti ha ceduto la gestione ad una multinazionale con dei giovani dirigenti le cui qualità, mi dispiace dirlo, sono quantomeno dubbie. Vi basti sapere che non parlano nemmeno un italiano decente.
Questi signori, pensate, ritengono che una di quelle squallide lavanderie a gettone gestite dai cinesi possa svolgere un servizio paragonabile al nostro! Va da sè, sono dei mentecatti incompetenti con i quali alla mia età non ho più la voglia né l’energia per discutere. E veramente non ne avrei nemmeno i mezzi, dato che non capisco cosa dicono. Ho quindi deciso di farmi da parte per dedicarmi finalmente a leggere il giornale a tempo pieno, senza fastidiose incombenze a distrarmi. Sono peraltro sicuro che saprete farvi onore anche senza la mia guida: in questi anni ho avuto modo di trasmettervi i valori e il sapere necessari; è una sfida che vi lancio quindi con serenità, tanto io non ci perdo niente.
So bene che a voi le sfide non sono mai piaciute: non piacciono nemmeno a me e infatti qui eravamo abituati ad una tranquilla routine senza il minimo rischio; ma se non volete trovarvi dalla sera alla mattina con il culo per terra è meglio che vi dimentichiate la pacchia degli ultimi trent'anni: questi qui non ascolterebbero Dio che gli detta dieci nuovi comandamenti, girano con lo schiacciasassi al posto della limousine e non guardano in faccia il cerbiatto prima di sparargli addosso una scarica di pallettoni! Questi sono gente che tira i calci negli stinchi alle vecchine che chiedono una mano per attraversare la strada! Se volete un consiglio, chiudete bene i vostri armadietti perché non mi stupirei che fossero pure un poco ladri.” E con questa tirata finale chiese di essere lasciato solo per raccogliere le sue cose.
I dipendenti non presero granché sul serio i consigli: che il ragioniere fosse vecchio e rimbambito lo sapevano anche loro, che i cinesi avessero aperto una lavanderia molto economica pure, tanto che ci portavano tutti i loro bucati. Gli sembrava quindi comprensibile che i nuovi proprietari volessero fare qualcosa per portarli ad essere almeno confrontabili con i cinesi e che per fare questo non potessero che affidarsi a qualcuno di diverso dal folle che avevano davanti. Archiviarono l’ultima parte del discorso come uno sfogo di rabbia per essere stato costretto ad andarsene da un posto dove prendeva un bel po’ di soldi sostanzialmente senza fare niente e salutarono il loro vecchio capo tutto sommato tranquilli e magari un po’ curiosi di vedere chi lo avrebbe sostituito.
Tutti tranne Ermete Mossotto, il garzone, che invece era rimasto molto colpito dal discorso di Achille un po’ per l’amicizia che li legava, un po’ perché aveva partecipato alla stesura del progetto che era stato evidentemente bocciato dai nuovi proprietari e un po’ perché aveva un terrore panico di ogni cambiamento potesse anche solo sfiorare il suo lavoro e la sua vita più in generale.
Il sodalizio: sassi si uniscono alla frana
Al quartier generale delle Brigate Epicuro si susseguivano intanto le riunioni per decidere come dare slancio alla terza fase, quella che avrebbe consolidato la simpatia di parte della stampa ed attirato tra le nostre fila nuovi volontari. Il grosso delle discussioni ruotava attorno a che inchiostro usare per i successivi manifesti, dato che quello splendido blu elettrico era finito e non volevamo comperarne altre boccette per non farci beccare; altro tema caldo era se all’interno del gruppo avessimo dovuto adottare degli pseudonimi o mantenere i nostri nomi di battesimo (alla fine scegliemmo dei nomi di battaglia che sono rimasti segreti e che teniamo nel cassetto in caso si possa riprendere la lotta: ci abbiamo litigato sopra così tanto che non vorremmo ci venissero rubati da altri gruppi).
In realtà sapevamo tutti benissimo che quel discutere sui dettagli era solo un modo per evitare di affrontare il vero problema: i soldi. Se non avessimo rapidamente trovato un pollo da spennare potevamo pure piantarla di starcene tutto il giorno rinchiusi al buio nel garage di mia nonna mentre fuori c’era il sole e tutti giocavano a palla proprio lì davanti facendoci un’invidia tremenda.
Dopo aver raschiato il fondo del barile degli argomenti accessori, compreso il nome della rivista che avremmo fondato una volta che fossimo usciti finalmente dalla clandestinità (“Lotta edonista”, che prevalse di misura su “Alimentazione e rivoluzione”) ed il numero massimo di elementi da accettare nelle nostre fila quando, speravamo presto, sarebbero venuti a frotte a chiederci di unirsi alla nostra lotta (decidemmo per cinquecento, anche se alcuni sostenevano fosse più prudente mantenersi al massimo sul centinaio per via dei problemi di coordinamento. Al momento eravamo in quattro e già così faticavamo a trovarci d’accordo), ci decidemmo ad affrontare la questione finanziaria.
Stento ancora oggi a crederlo, ma proprio quando iniziammo la discussione su questo tema mia nonna ci portò la merenda (lo faceva ogni pomeriggio: le avevo raccontato che stavamo mettendo su una “garage band” e dovevamo provare moltissimo; avevamo portato dei vecchi strumenti che tenevamo in un angolo per fare scena quando lei arrivava e sparavamo tutto il giorno musica a volume altissimo, per simulare le prove). Nella merenda in sé non c’era nulla di particolare: panini con il salame nostrano e spremuta d’arancia; i panini, però, erano avvolti in carta di giornale e il primo articolo che ci capitò sott'occhio, di qualche giorno prima, riportava la notizia della vendita da parte di Melchiorre Bonatti dei suoi alberghi alla multinazionale.
Tutti noi conoscevamo la fama di Melchiorre: in città era abbastanza noto per le sue teorie e per i suoi bucati e giravano anche alcune simpatiche barzellette su di lui. L’evidente affinità della crociata del vecchio contro lo sporco ed il ruvido dei tessuti con la nostra contro il deterioramento della qualità gastronomo-giaciglica, unita alla bella botta di soldi che doveva aver incassato dalla multinazionale per gli alberghi e la lavanderia, ci convinsero a provare a bussare alla sua porta per chiedere un contributo alla rivoluzione.
Due di noi tentarono l’approccio il mattino successivo, ma vennero scambiati dal Bonatti per testimoni di Geova una prima volta e per comunisti che cercavano sovvenzioni per la stampa alternativa una seconda.
Provammo allora a presentarsi singolarmente, visto che era troppa la concorrenza nel mercato delle coppie che suonano al campanello. Anche così, però, nonostante vari tentativi non riuscimmo ad avere un colloquio: dapprima rispose che non comprava niente, poi che i mormoni erano già passati e di lì in avanti non rispose più al campanello e si limitò a sbirciare da dietro la tenda per vedere chi suonasse.
Alla fine ci recammo tutti e quattro assieme, indossando i nostri vestiti migliori (o, più precisamente, i vestiti migliori che riuscimmo a farci prestare), alla casa del vecchio dichiarando che eravamo editori di una rivista scientifica interessati a pubblicare un articolo sulla sua teoria dell’igiene. Finalmente ci ricevette.
Il colloquio andò avanti per ore: dapprima Melchiorre ci raccontò la storia della sua vita, quindi passò ad esporre per filo e per segno anche gli ultimi sviluppi della sua teoria, che si era arricchita di alcuni teoremi di equivalenza tra igiene e qualità del cibo dopo che aveva scoperto del tutto casualmente due nuove particelle, i buongustoni e gli schifini, responsabili della buona o cattiva qualità degli alimenti. Non potevamo credere alle nostre orecchie: che avessimo posizioni conciliabili lo sapevamo anche noi, ma che nella sua teoria le nostre posizioni fossero addirittura coincidenti era persino troppo.
Un po’ incuriositi e un po’ ruffiani ascoltammo attentamente le sue argomentazioni, facendo qua e là delle domande tipo: ma il principio di indeterminazione di Heisenberg che ruolo gioca nel suo teorema di conservazione del morbido? Oppure: quale prevede essere la massa critica di melchioni sufficiente ad attivare un’inversione irreversibile della proporzione melchioni/sporconi? Domande, insomma, che ci eravamo preparati prima in modo da rompere il ghiaccio. Lui era entusiasta, sembrava un gattino in un negozio di filati, saltava da un gomitolo all’altro con gli occhi che brillavano e ogni tanto ci guardava con gratitudine.
Pranzammo insieme esaurendo finalmente gli ultimi lemmi della sua teoria e nel pomeriggio potemmo introdurre, molto alla lontana per sondare il terreno, il nostro discorso sulla rivoluzione. Inizialmente non sembrò capire, credeva che volessimo proporgli un’enciclopedia del fitness o qualcosa del genere e stava cominciando ad inferocirsi al punto che, non sapendo più che fare, gli confessammo che non eravamo degli editori ma semplicemente dei terroristi ultra epicurei. Questo lo tranquillizzò moltissimo perché, disse, mentre non sopportava assolutamente che si cercasse di vendere per le case, visto che le città sono piene di negozi e se uno vuole proprio buttare i suoi soldi può anche farsi quei due passi per arrivare al cassonetto preferito, era al contrario fermamente convinto della necessità della demolizione porta a porta come quella che facevamo noi, dato che era quantomeno improbabile che i postacci destinati ad essere ridotti in polvere prendessero coscienza di questo loro destino e scegliessero spontaneamente di andare in qualche fabbrica di esplosivi, se li piazzassero addosso e si facessero saltare.
Scoprimmo che il vecchio, una volta convintosi della correttezza della sua teoria sui buongustoni, aveva cominciato addirittura a valutare l’eventualità di unirsi alla nostra lotta armata, scartandola più che altro perché preferiva passare le giornate a scoprire nuove particelle (stava adesso investigando sul dualismo bello/brutto, convinto naturalmente che esistessero anche in quel caso dei mattoni elementari unici a comporre tutto il bello e dei loro opposti a presiedere il brutto. Per il momento la ricerca consisteva nel far venire a casa sua delle fotomodelle e nell’analizzarle attentamente al microscopio elettronico nella speranza di vedere qualche guizzante marilyno, come aveva deciso avrebbe chiamato il corpuscolo responsabile della loro bellezza, in onore di Marilyn Monroe).
Quando gli proponemmo di contribuire alla causa stando tranquillamente a lavorare nel suo studio, semplicemente finanziando le nostre attività di lì in avanti, lui ne fu entusiasta e promise di mettere a disposizione anche la sua esperienza e la sua scienza per individuare i migliori obiettivi: andare a naso poteva funzionare all’inizio, ma adesso che miravamo in alto era necessario fondare il tutto su solide basi quantitative. Si offrì addirittura di farci dei corsi intensivi di elementi di melchionica applicata, in modo che potessimo alla lunga diventare autosufficienti, ma per il momento ci accontentammo dei soldi.
Disgraziatamente, gli eventi successivi bloccarono praticamente sul nascere i promettenti sviluppi che questo primo incontro con Melchiorre Bonatti e i pochi successivi momenti che abbiamo passato con lui lasciavano presagire per il movimento ultra epicureo.
L’inconsapevole bastone tra le nostre ruote
Se la lavanderia di Bonatti è il luogo a cui rimarrà per sempre associato l’epilogo della nostra avventura rivoluzionaria, la persona che di questo epilogo fu la principale, ancorché involontaria e indiretta, causa è il garzone Ermete Mossotto, oggi tristemente noto come “Pollice Verde”.
Era stato assunto nella lavanderia, ormai trentacinque anni prima, dal vecchio Melchiorre in persona e da lì non si era mai mosso. Nei primi tempi svolgeva una quantità di mansioni diverse: aiutava a caricare e scaricare i furgoni con la biancheria, sciacquava le barrique di rovere dai residui dei bucati a mano, riduceva in scaglie i saponi di Marsiglia che Melchiorre usava come additivi ai detersivi delle grandi lavatrici, portava la colazione al capo, intratteneva i clienti in attesa sfidandoli a dama e così via.
Col tempo e con il venire meno dell’attività verso la clientela esterna, però, si era specializzato in due mansioni: dare acqua alle piante che ornavano davanzali e corridoi del palazzo e preparare il caffè per il direttore; ogni altra richiesta lo trovava sempre impegnatissimo e veramente impossibilitato a dedicarvisi al momento. Si era costruito una ferrea routine ogni giorno sempre uguale e bastava la minima variazione a metterlo in agitazione: era capace di farsi venire una orticaria per il solo fatto che gli chiedessero di non mettere lo zucchero direttamente nelle tazzine del caffè e viveva con una serie di malanni psicosomatici per il timore che qualcosa nel suo enclave potesse cambiare.
Per consolidare la sua stabilità si era anche iscritto al sindacato di categoria e settimanalmente ne chiamava la sede, a suo dire per mantenersi informato sui movimenti che costantemente agivano per demolire la tranquillità dei poveri lavandai dipendenti e prendere eventualmente le necessarie contromisure. Le telefonate che lui faceva erano in realtà più degli sfoghi che delle richieste di informazioni: il Mossotto infatti durante la settimana accumulava crescenti dosi di ansia che doveva periodicamente scaricare per non aggravare qualche suo sintomo. Al sindacato lo sapevano, ormai ci si erano abituati e il giovedì, giorno preferito da Ermete per le sue telefonate catastrofiche, avevano organizzato dei turni perché non fosse sempre la stessa persona a fungere da parafulmine. Alcuni, tuttavia, cercavano di barare organizzando dei comizi apposta per essere fuori sede proprio il giorno del loro turno.
Nelle ore libere dalle due incombenze di lavoro, Ermete si dedicava alla sua attività prediletta: la dama. Era un giocatore provetto e socio fondatore del club provinciale giuoco dama con il quale organizzava tornei a cui partecipavano damisti da tutta Italia. Durante le partite diventava feroce (e a posteriori questo era un indizio cui si sarebbe dovuto prestare maggiore attenzione; ma si sa, a fare le diagnosi a morte avvenuta sono capaci tutti): non parlava più, fissava la scacchiera con occhi di fuoco, sbuffava se l’avversario impiegava più dei regolamentari due minuti per fare la sua mossa e, quando poteva mangiare pedine nemiche, lo faceva con un movimento secco e rapido del polso che lasciava immobile l’avambraccio e mulinava la sua pedina lungo il campo di gioco senza consentire al malcapitato oggetto della sua furia di capire cosa stesse succedendo. Pare avesse sviluppato quella destrezza con lunghi allenamenti, dopo che aveva visto in televisione un film western in cui il protagonista riusciva ad estrarre la pistola praticamente senza muovere le braccia, impressionando a tal punto i suoi avversari da ottenerne un vantaggio psicologico decisivo: lui aveva deciso di trasportare quella stessa soggezione sulla scacchiera della dama.
Dai colleghi della lavanderia era visto come un tipo strano per via di quella sua fissa sui complotti contro i lavoratori; i due fattorini spesso si inventavano di sana pianta voci in proposito per il solo gusto di tenerlo sulla corda. Gli raccontavano che la lobby dei lavandai cinesi era riuscita a convincere i politici italiani a fare una legge che sovvenzionasse l’assunzione nelle lavanderie di immigrati extracomunitari al posto degli italiani, o che il Bonatti aveva deciso di trasferire tutte le sue attività in un’isola sullo stretto di Bering da lui ritenuta particolarmente promettente per il turismo, senza concedere ai dipendenti la possibilità di scegliere di rimanere in Italia: per quanto inverosimili fossero, lui se le beveva, si infuriava, ci costruiva sopra castelli di cause e conseguenze anche affascinanti e poi, regolarmente, chiamava il sindacato per discuterne con loro ed organizzare le contromosse. Loro lo ascoltavano pazienti, gli dicevano che prima di azzardare reazioni eccessive era meglio aspettare sviluppi, che non era ancora stato deciso niente e che al momento giusto lo avrebbero sicuramente chiamato; infine riattaccavano ringraziandolo per il suo prezioso contributo. Naturalmente richiamava sempre prima lui e si lamentava della loro trascuratezza, a volte arrivando a minacciarli di iscriversi ad un altro sindacato dato che non era per nulla soddisfatto di come difendevano i suoi interessi.
Come si può immaginare, il discorso di addio del ragionier Ralgutti lasciò in Ermete una profonda impressione, per non dire un terrore incontrollabile. Per tutto il tempo che Achille parlò, le gambe del garzone sembrarono preda di un qualche demone ballerino, dondolando a frequenze impossibili per un comune mortale tanto che un paio di volte i vetri dell’ufficio entrarono in risonanza; il viso gli divenne presto dello stesso colore della celebre biancheria Bonatti; continuava a guardare alternativamente gli altri suoi colleghi sperando di trovare conforto, ma loro sembravano tranquilli e questo lo agitava ancora di più: oltre al resto, doveva convincere anche loro del rischio che correvano, non poteva sperare di farcela da solo contro la nuova proprietà.
Terribilmente scosso, dopo che Ralgutti ebbe terminato e li ebbe congedati, Ermete si fermò in corridoio con i colleghi e lì cominciò a trarre le sue conclusioni: tanto per cominciare la lavanderia era destinata quantomeno al fallimento, dato che questi giovani manager non conoscevano il mestiere, prova ne fosse che non avevano nemmeno preso in considerazione il progetto del direttore, un lavoro a cui aveva contribuito anche lui e che, li assicurava, risolveva una buona dose di problemi.
Se anche non avessero chiuso, sarebbero stati costretti a lavorare anche di notte, il sabato e la domenica, ferragosto, natale e capodanno dato che i cinesi hanno un calendario tutto diverso dal nostro (e lui sospettava che anche i loro orologi non fossero proprio normali) e che evidentemente erano l’unità di misura adottata dalla Albergons Internationals per stabilire come si dovesse lavorare. Probabilmente avrebbero dovuto aggiungere mansioni non previste dal contratto, tipo sciacquare le ciotole del riso e chissà cos’altro, il tutto senza un corrispettivo aumento di stipendio; e che dire del fatto che avrebbero anche dovuto sostituire il caffè con il tè?! Insomma non c’era speranza, rischiavano di andarsene in fumo anni di lotte proletarie per il miglioramento delle condizioni di lavoro in fabbrica, in ufficio e in lavanderia. Se non si prendevano provvedimenti adesso che erano ancora in tempo, poi sarebbe stato troppo tardi. L’avevano sentito anche loro, il ragioniere: questi qui non facevano prigionieri, al limite qualche schiavo.
Se si escludono le solite domande ironiche da parte dei due fattorini, però, le sue preoccupazioni non trovarono il sostegno sperato da parte dei colleghi che, dopo qualche minuto, lo lasciarono alla sua angoscia per tornare alle loro occupazioni precedenti.
Il patto scellerato
Solo con se stesso ad osservare la porta chiusa dell’ufficio del Ralgutti, il garzone si disse che lì dietro c’era l’unica persona che potesse comprendere realmente i suoi timori e fornirgli l’appoggio necessario a fare che quei timori si concretizzassero in un’adeguata e tempestiva controffensiva.
Lasciò all’ex direttore alcuni minuti per raccogliere le sue cose, che d’altra parte consistevano solo di una foto di bambini sorridenti (non suoi, lui non aveva figli; l’aveva messa lì perché sulle altre scrivanie dirigenziali che aveva visto c’era sempre una foto dei figli), un modellino in scala di un canotto da spiaggia che aveva comperato in villeggiatura sulla riviera romagnola diversi anni prima e un calendario con le donne in costume da bagno (aveva provato a comperare quello con le donne nude ma era già esaurito); poi, quando gli parve che fosse passato un tempo congruo, bussò all’ufficio di Achille ed entrò.
Discussero per un paio d’ore. Anche se non ci è stato possibile ricostruire quanto si dissero perché in quel momento entrambi erano piuttosto alterati e durante il processo non si ricordavano più nulla, è facile immaginare la scena: da un lato il Ralgutti, preda di una rabbia che aveva provato a trattenere ma che alla fine del suo discorso di addio era uscita prepotente e non aspettava altro che qualcuno la attizzasse; dall’altra il Mossotto, animale braccato da mute di concorrenti cinesi e padroni schiavisti. In quelle due ore ebbero modo di alimentarsi a vicenda in un’escalation che li portò alla fine a concordare una linea di azione comune volta da un lato a vendicare Achille e dall’altra a bloccare il processo di cinesizzazione della lavanderia: l’eliminazione sistematica di tutti i direttori che la multinazionale avrebbe inviato al posto del Ralgutti. Tale feroce condotta sarà destinata ad infliggere un colpo mortale al movimento edonista rivoluzionario.
Il primo agnello
Valerio Pani Tigulli era uno dei giovani dirigenti più in vista della Albergons Internationals: laureato in due anni e tre mesi netti con una tesi sull’organizzazione aziendale di seicento pagine senza grafici né tabelle dal titolo “New Business, venture e-capital, killer instinct in the internet competition: high value, low wages”(4), si era poi specializzato alla Original International School of the Excellence di San Jose, California.
Si diceva fosse in grado di lavorare anche quindici ore al giorno sul suo portatile producendo presentazioni con lucidi impareggiabili, effetti tri- e quadri-dimensionali, suoni ed odori, il tutto su argomenti di cui non aveva la minima nozione: era sufficiente fornirgli un paio di articoli divulgativi sul tema, fargli ascoltare frammenti di conversazioni non necessariamente di senso compiuto e al resto pensava un suo algoritmo basato sulla logica fuzzy(5) che produceva frasi sintetiche adoperando le parole che comparivano più frequentemente. Non aveva ancora affinato perfettamente il programma, per cui doveva poi a mano eliminare le varie “Il a e internet un si no ad”, “di che business cosa anche una” e simili, però riusciva mediamente a ottenere ottimo materiale che poi condiva ricopiando grafici e tabelle da altri documenti, modificandone le intestazioni e le grandezze sugli assi in modo da renderli coerenti con l’argomento.
Sembra che il giorno in cui gli proposero di guidare il rilancio della vecchia lavanderia, il giovane Pani Tigulli abbia pensato ad uno scherzo del suo capo, un burlone che una volta, per puro divertimento, l’aveva mandato a Cuba ad attuare un programma di licenziamenti in un albergo da poco acquisito. Quella volta lui, entusiasta di poter mettere in pratica una delle strategie di miglioramento dell’efficienza che gli erano sempre risultate più simpatiche, non stette tanto a pensare a dove si trovava e solo quando arrivarono nel suo ufficio all’Avana due infermieri dell’ospedale psichiatrico accompagnati dalla gendarmeria per internarlo capì che era stato vittima di uno scherzo.
Passò quindici giorni a fare il braccio di ferro con gli psicologi cubani: loro tentavano di guarirlo dai veleni del capitalismo inducendolo a sposare la causa dei lavoratori, lui li catechizzava sulle virtù del mercato cercando di dimostrare come consentendo alle imprese di licenziare liberamente chi gli pareva, alla lunga si ottenesse la piena occupazione purché contestualmente si incentivasse l’emigrazione altrove di quei lavoratori così privi di valore che proprio non trovavano uno straccio di posto in patria.
Questi discorsi, naturalmente, convincevano sempre più i medici del fatto di trovarsi di fronte uno psicotico e tra l’altro rischiavano di farlo incriminare per vilipendio della costituzione cubana. Fortunatamente, dopo due settimane il suo capo smise di ridere e di far ridere i suoi amici raccontando orgoglioso del bellissimo scherzo e decise che il ragazzo aveva passato abbastanza tempo in prigione, così chiamò il primario dell’ospedale psichiatrico dell’Avana e gli raccontò tutto. Risero al telefono per un paio d’ore, con il dottore che gli raccontava dei tentativi del Pani Tigulli di convincerli delle sue ragioni nel voler licenziare i camerieri cubani e del fatto che se ne sarebbero accorti quando la loro isola sarebbe stata comperata in blocco da qualche giovane guru della new economy; l’altro stava cominciando a pensare che forse il ragazzo avesse bisogno di passare un altro po’ di tempo da quelle parti, però gli servivano rapidamente dei lucidi per un discorso che doveva tenere ad un convegno e quindi, scusandosi per l’incomodo, riconoscendo che il suo collaboratore aveva qualche rotella fuori posto e promettendo che l’avrebbe esortato a curarsi a dovere, chiese se per favore potevano rimandarglielo.
Il dottore suggerì, come cura, un paio d’anni a pascolare capre in Siberia, poteva anche segnalargli un allevatore disponibile a prendere manodopera non qualificata: un po’ di lavoro all’aria fresca tra l’altro gli avrebbe consentito di irrobustire quel suo fisico rachitico. La proposta non dispiacque al capo di Valerio, che però doveva consultarsi con la sezione sviluppo risorse umane per verificare se tale formazione fosse coerente con l’iter di carriera progettato per il dottor Pani Tigulli. Per il momento, in cambio della pronta liberazione del suo collaboratore e come ringraziamento per averlo ospitato, avrebbe inviato una cassa di olio extra vergine d’oliva riserva speciale, con l’emblema della società, a cui aggiunse due bottiglie di grappa stravecchia e un panettone perché glielo accompagnassero in aeroporto e si assicurassero che prendesse l’aereo giusto. Naturalmente il tutto andò a decurtare la busta paga del povero Valerio.
Dicevamo che all’inizio credette di essere vittima di un nuovo scherzo: andò nell’ufficio del capo e provò con tutti i mezzi a smascherarlo, arrivò anche a tirargli la barba per dimostrare che era posticcia, come aveva visto fare in diversi film di spionaggio, ma ottenne solo di far infuriare l’altro che, alla fine, lo cacciò in malo modo minacciando di mandarlo veramente ad allevare capre in Siberia.
Purtroppo per lui non era uno scherzo: due giorni dopo Valerio Pani Tigulli faceva ingresso nel suo nuovo ufficio.
Per prima cosa indisse per il pomeriggio una riunione plenaria: come tutti i libri di testo insegnano, il modo migliore per cominciare un processo di ristrutturazione orientato all’efficienza è dare una bella strigliata ai dipendenti, indipendentemente da cosa abbiano fatto prima.
Non essendoci una sala riunioni, si sedettero sui cestoni della biancheria sporca e il nuovo direttore cominciò il suo discorso di insediamento.
“Cari signori, non ho tempo da perdere visto che qui di lavoro da fare per arrivare ad un livello di produttività almeno decente ce n’è moltissimo. Fino a ieri avete fatto la bella vita, buttato i panni di tre alberghetti nelle lavatrici, aspettato che fossero pronti, riconsegnati. Questo non è lavorare! Questo è rubare. Fossi in voi sprofonderei dalla vergogna a passare le mie giornate così e venire pure pagato, ma evidentemente voi non avete un minimo di amor proprio.
Beh, da oggi si cambia registro! (questa frase c’è in tutti i manuali, pare sia stata testata prima sui criceti e poi sulle scimmie e nel 98% dei casi ha prodotto risultati strabilianti, nettamente superiori a “da oggi si volta pagina” e nemmeno da confrontare con “oggi comincia una nuova fase” o simili)
Adesso fate parte di una delle maggiori multinazionali del settore e come tali, volenti o nolenti, dovrete comportarvi: tanto per cominciare non sarà più tollerato l’uso di quelle squallide tute da lavoro, siamo in uno dei più bei palazzi del centro e lo dobbiamo valorizzare. Da domani, dunque, le signore verranno in tailleur grigio chiaro o panna con gonna abbondantemente sopra il ginocchio, camicetta scollata azzurra, calze autoreggenti a rete e sabò neri con il tacco alto; i signori, va da sé, completo grigio scuro, camicia azzurra, cravatta blu a pois grigi e scarpe nere.
Poi non voglio più vedere persone ferme nei corridoi: i corridoi, lo dice il nome stesso, sono fatti per correre quindi tutti gli spostamenti, d’ora in poi, andranno fatti di corsa.
Ogni mattina, per prima cosa, voglio un briefing con resoconto dei bucati della giornata precedente, programma per la giornata entrante e previsioni sul resto della settimana: quantità, origine, qualità, tempi massimi e minimi di disbrigo. Inoltre voglio un costante confronto con i livelli di eccellenza del mercato: dovrete immediatamente avviare una unità di business competitive intelligence(6) che tenga monitorata la concorrenza della lavanderia cinese Lin Doh.
Dobbiamo raggiungerli e superarli, l’azienda si aspetta questo da noi, io non sono abituato a mancare gli obiettivi assegnatimi e non voglio iniziare adesso perché ho a che fare con una manica di lavativi. E’ un traguardo difficile da raggiungere e capisco che possa spaventarvi (nei manuali sta scritto che dopo una lunga strigliata è bene chiudere con un tono incoraggiante e impercettibilmente amichevole); vedo però nelle vostre espressioni la giusta determinazione e so che, sepolte sotto strati di muffa depositata negli anni a causa di una guida priva di nerbo, avete le qualità per raccogliere e vincere questa sfida.
Se però non ve la sentite, se siete delle mammolette basta dirlo: quella è la porta, nessuno è indispensabile e, se volete la verità, nemmeno utile. Siete un branco di fannulloni buoni a nulla, spero vi siate spaventati a dovere e decidiate di rassegnare le dimissioni, così potrò organizzare questo posto come piace a me. Ricordatevi: se entro sei mesi non avremo raggiunto un livello di efficienza almeno pari alla concorrenza, le conseguenze ricadranno tutte su di voi perché io ho comunque la scusa di aver trovato un posto in condizioni disperate. Le lancette del timer hanno cominciato a girare da adesso, a voi la scelta.”
Probabilmente non aveva chiuso il discorso come aveva programmato, si era lasciato prendere la mano dalla foga; però in fondo era quello che pensava e se quei muli capivano solo il bastone, beh lui non si sarebbe tirato certo indietro.
Come sappiamo, non ebbe molto tempo per applicare le sue teorie organizzative alla lavanderia: dopo meno di un mese il dottor Pani Tigulli spariva nel nulla senza lasciare traccia e l’indomani, alla lavanderia, Ermete appariva decisamente sollevato.
(1) Per slides (termine inglese che significa diapositive oppure vetrini per microscopio) il nostro manager, come per la verità fanno la quasi totalità dei suoi colleghi, intendeva i normali lucidi per la lavagna luminosa; va osservato, tuttavia, che tali lucidi in inglese si chiamano overheads e non è molto chiaro come mai in Italia si sia diffuso l’uso improprio del termine slides. Possiamo azzardare sia per una questione di lunghezza di pronuncia: in una gara tra lucidi, overheads e slides arrivano sicuramente primi questi ultimi; è dunque verosimile che in un ambiente come quello italiano, costantemente proteso all’ottimizzazione di ogni cosa, qualcuno abbia calcolato che tra costi di incomprensione e benefici di tempo il termine improprio conveniva e si sia premurato di diffonderne capillarmente l’uso, tanto che ora viene adottato correntemente anche negli Stati Uniti, segno del potere laggiù detenuto dalla colonia italo-americana.
(2) Ci troviamo qui di fronte ad un tipico esempio di frase apparentemente di senso compiuto e volendo anche in qualche misura correlato con la situazione contingente in cui è stata pronunciata, ma che nell’uso sfacciato di termini inglesi o impropriamente tradotti dall’inglese (nella fattispecie il termine “proattiva”, che in italiano non esiste e che deriva dall’inglese proactive, propositivo), denuncia l’evidente imbarazzo in cui versava il dirigente nel dover liquidare sbrigativamente un povero vecchio illuso di aver fatto bella figura, senza volergli spiegare perché. Quasi tutti i termini sono in realtà facilmente comprensibili, tranne forse value added services, che indica servizi, di scarso o nessun costo per l’azienda, che arricchiscano nella percezione del cliente il valore dell’offerta, consentendo di solito di alzare i prezzi (qui, in particolare, immagino ci si riferisse al furgoncino turistico ed al museo).
(3) Naturalmente non esiste alcuna regola delle quattro Y: il giovane dirigente continuava a nascondersi vigliaccamente dietro alle parole: lo stratagemma di parlare per acronimi e citare regolette inventate di sana pianta è pratica diffusa in ambito aziendale, dove è spesso necessario giustificare decisioni prese un po’ a naso dando l’impressione che siano fondate su solide basi teoriche.
(4) Il Pani Tigulli si era laureato in Italia, ma una regola non scritta dei corsi di laurea in organizzazione aziendale prevede che i titoli delle tesi (possibilmente anche l’introduzione, ma questo è lasciato alla discrezione del candidato) vadano scritti in inglese e naturalmente il nostro si era adeguato alla regola. Il titolo, sostanzialmente privo di significato (“Nuovi affari, capitale elettronico di rischio, istinto omicida nella concorrenza su internet: alto valore, bassi salari”), si direbbe avesse come unico fine quello di raccogliere in una costruzione sintatticamente corretta il maggior numero possibile di termini che ricordassero un’economia aggressiva e un po’ elettronica. Sorprende, in questo senso, la mancanza della parola market, chiaramente una svista.
(5) La logica fuzzy consente di prendere decisioni o fare affermazioni approssimate, come nel caso del Pani Tigulli, in mancanza delle informazioni che normalmente sarebbero necessarie; sostanzialmente si basa sul presupposto che sia impossibile sapere tutto quello che si dovrebbe, per cui tanto vale non rompersi l’anima a cercare di qua e di là. E’ dimostrato che la probabilità di incontrare qualcuno che possa fondatamente contestare le nostre affermazioni fuzzy è così bassa e la possibilità di cavarsela a buon mercato chiedendo con interesse di segnalarci della bibliografia, nel caso dovessimo proprio incontrare questo seccatore, è così a portata di mano che il rischio di fare brutte figure è praticamente nullo.
(6) La business competitive intelligence (B.C.I.) è attività di spionaggio messa in atto dalle imprese nei confronti delle loro concorrenti, di solito per evitare di dover investire in ricerca e sviluppo. Celebre è il caso di una nota ditta farmaceutica citata per plagio da una concorrente che si era vista soffiare dalla prima il design delle divise dei suoi informatori scientifici: in quell’occasione il giudice diede ragione all’accusa per via di una borsa malauguratamente dimenticata da uno dei B.C.I.-men nello studio dei sarti che stavano curando le divise in questione, borsa contenente una macchina fotografica miniaturizzata ed un piccolo registratore camuffato da accendino contenente le annotazioni degli spioni.
Approfitto di questa nota per segnalare che monitorare è un verbo che in italiano non esiste ma piaceva tanto al giovane Pani Tigulli che lo usava indifferentemente come equivalente di “tenere controllato” (dall’inglese to monitor) e di “colpire con un monitor”.