IL CALZEROTTO MARRONE

Quadrimestrale on line di scrittura creativa

Lavanderia Fatale  Scarica l'articolo in PDF

Il secondo ed il terzo agnello

Questa prima sparizione non venne, inizialmente, legata alla lavanderia: la Albergons Internationals ricordando i precedenti del suo giovane dirigente scomparso immaginò che si fosse perso per il centro della città e non riuscisse più a trovare la strada, o che avesse ritenuto opportuno ritornare a Cuba per riprendere la discussione con gli psichiatri locali, convinto di aver trovato nuovi argomenti a sostegno della sua tesi, magari portandosi dietro una bella raffica di lucidi per sbaragliare ogni contestazione. Aspettarono quindi qualche giorno per dargli tempo di farsi vivo o districarsi nel caotico traffico cittadino, chiamarono anche a Cuba per verificare se fosse lì e poi, in mancanza di segni di vita, nominarono il suo sostituto, un giovane e scaltro collega di Valerio di nome Ruggero Terrabruciata.

Un curriculum simile a quello di Pani Tigulli, imbevuto degli stessi valori, prese contatto con i suoi nuovi dipendenti con un discorso che nei contenuti fotocopiava quello del suo predecessore ma che nei modi era ben diverso, fondato sulla corrente di pensiero manageriale che sosteneva l’opportunità, per meglio gestire le risorse, di instaurare con esse una finta complicità basata prevalentemente sulla denigrazione dei precedenti dirigenti e su una disponibilità di facciata. I dipendenti della lavanderia vennero quindi a sapere che il direttore scomparso era, rispetto al loro nuovo capo, un debole che faceva la voce grossa per paura del confronto, mentre lui era tranquillamente a disposizione per ogni chiarimento, in una discussione franca e aperta chiaramente nei limiti dei rispettivi ruoli. Appresero che il Pani Tigulli, evidentemente, alle prime difficoltà si era eclissato, ma lui non avrebbe mollato tanto facilmente: aveva le idee chiare, sapeva come convincere i suoi collaboratori a seguirlo e sapeva anche premiarli se dimostravano di meritarlo. Per chiudere con una spruzzata di cameratismo che sancisse definitivamente il sodalizio con i suoi sottoposti, il Terrabruciata aggiunse che in azienda si diceva che il suo predecessore fosse un po’ “strano”, probabilmente omosessuale dato che pare alcuni anni prima fosse scappato a Mikonos per un paio di mesi con l’amante di sua moglie.

Questo approccio meno aggressivo concesse al nuovo direttore qualche tempo in più ma non lo salvò dal suo destino, segnato fin dal momento in cui aveva accettato l’incarico alla lavanderia: pochi giorni dopo aver chiesto ad Ermete di limitare ad una volta al giorno l’annaffiatura delle piante, per via degli ettolitri d’acqua che consumava (per le piante si utilizzava giornalmente esattamente il doppio dell’acqua destinata ai bucati), anche Ruggero Terrabruciata scomparve nel nulla, mentre le piante del Mossotto diventavano sempre più lussureggianti.

Due direttori scomparsi in meno di tre mesi resero ai responsabili della Albergons incaricati di gestire l’integrazione degli alberghi Bonatti piuttosto complicato trovare qualcuno che si sedesse sulla sedia vacante nell’ufficio che era stato del ragionier Ralgutti. Eppure non avevano alternative visto il contratto che avevano firmato.

Per convincere Eros Frammisti dovettero garantirgli una paga doppia rispetto a quella che avevano proposto ai primi due, con l’aggiunta di una giovane stagista estremamente carina e disponibile e due pitbull a presidio dell’ufficio.

Ma lo stillicidio di direttori era destinato a continuare: le ultime persone ad aver visto Eros Frammisti e la sua stagista, le lavandaie Suele Faggin e Noemi De Pazzi, affermano che la sera del sette luglio di quel tragico 2000 li videro inoltrarsi mano nella mano a colpi di machete per il corridoio nord, quello in cui le dracene del Mossotto avevano raggiunto le dimensioni più impressionanti. Poi più nulla.

I dolori del vecchio Melchiorre

Con la terza sparizione gli avvenimenti che avrebbero condotto alla conclusione della nostra vicenda subirono una brusca accelerazione, anche se a noi sembrava che le cose si stessero mettendo bene per il movimento: grazie ai finanziamenti di Melchiorre avevamo affittato un capannone fuori città e quindi avevamo finalmente potuto smettere di fingere di suonare rock and roll tutto il giorno (mia nonna ci rimase un po’ male, è vero, però le promettemmo di fare un concerto tutto per lei una volta perfezionato il repertorio); in più avevamo concluso un paio di operazioni che ci portarono definitivamente alla ribalta sulla stampa nazionale. In particolare la seconda, in cui facemmo saltare per aria un deposito di reagenti chimici usati da una ditta produttrice di surgelati per dare sapore e profumo ai suoi prodotti: si liberò nell’ambiente una quantità tale di questi preparati che per alcuni giorni, fino a che non piovve, le piante, l’erba e tutto il resto nel raggio di un paio di chilometri attirarono branchi di cani e gatti che passavano la giornata a sgranocchiare rami al e ruminare ciuffi d’erba. Questo exploit ci valse addirittura alcuni servizi sui telegiornali con tanto di riprese del fenomeno ed interviste a padroni che tentavano invano di riportare a casa i loro cuccioli e abitanti della zona che non ne potevano più di vivere immersi nella paella e nel merluzzo. Insomma, stavamo decisamente sfondando ed infatti cominciammo le discussioni sul menù del grande banchetto per l’inaugurazione della sede ufficiale del movimento, su chi avrebbe dovuto diventare redattore capo della nostra rivista e su come sarebbe stato composto il primo numero, chiaramente con allegato un grande test psico-gastronomico che aiutasse il lettore a stabilire se era più pollo ruspante, branzino transgenico o né carne né pesce.

Nonostante ciò, Melchiorre Bonatti era sempre più inquieto per via del destino della sua lavanderia. Era vero, l’aveva venduta e non poteva farci nulla, però quando aveva firmato il contratto gli avevano assicurato che sarebbe stata condotta con continuità, da persone capaci e appassionate; invece sembrava che la Albergons Internationals stesse facendo di tutto per trasformarla in una sorgente di sporconi. Si era convinto che i tre dirigenti scomparsi avessero ricevuto espresso mandato dalla proprietà di creare un po’ di incertezza sul futuro e poi farsi da parte: secondo lui i tre in quel momento se ne stavano in ferie su qualche isoletta del Pacifico mentre la lavanderia languiva senza una guida. Aveva anche parlato con alcuni dei suoi vecchi dipendenti, per sentire da loro quale fosse la situazione e questi gli avevano sostanzialmente confermato i suoi timori: sinceramente non sembrava che la nuova proprietà avesse granché a cuore il destino della lavanderia, visti i direttori che aveva mandato che, oltre ad essere piuttosto volatili, erano anche abbastanza scarsi come lavandai. L’ultimo dei tre, addirittura, passava buona parte del tempo chiuso nel suo ufficio con la stagista, mentre fuori i due pitbull ringhiavano a chiunque solo guardasse verso la porta. Quel pazzo comunicava con i dipendenti facendo appendere dalla sua fidata stagista in una bacheca appositamente montata in corridoio degli ordini di servizio deliranti: il primo di questi descriveva la nuova articolazione gerarchica della lavanderia, con ben sei livelli diversi su un personale complessivo di nove elementi esclusi i due cani, che aveva fatto infuriare Ermete per essere stato posto al gradino più basso, subalterno persino alla portinaia che non era nemmeno dipendente della lavanderia stessa. Il secondo ordine di servizio elencava una serie di procedure per il total quality management che andavano dall’utilizzo di pinze asettiche per maneggiare la biancheria all’adozione del just in time nella supply chain alberghi-lavanderia per ridurre il livello delle scorte(1). I successivi proseguivano su questa falsariga e non vennero quasi più nemmeno letti dai dipendenti.

Melchiorre stava insomma perdendo la speranza di vedere continuare la sua opera e, cosa peggiore, stava vedendo la sua amata lavanderia dibattersi nel penoso tentativo di tirare avanti nonostante le ferite inflittegli dai nuovi proprietari. Per lui questa sofferenza era quasi insopportabile e, facendo affiorare i sensi di colpa che si portava dietro da quando aveva ceduto le sue attività alla Albergons per dedicarsi ad astratte ricerche teoriche, ci chiese il favore di mandare in mille pezzi la lavanderia in uno dei nostri prossimi attentati. Era la prima volta che ci esprimeva un simile desiderio e noi lo liquidammo come frutto di stanchezza, convincendolo che non era una buona idea perché alla lavanderia non sarebbe derivato nessun vantaggio dal finire in macerie, mentre la multinazionale probabilmente non chiedeva di meglio che liberarsi in un modo o nell’altro di quel peso morto. Non sapevamo quanto fossimo vicini alla verità, con questa affermazione.

Il burattinaio scemo

La Albergons Internationals, in effetti, era ridotta alla disperazione: nessuno sano di mente avrebbe accettato a qualsiasi condizione di prendere in mano la direzione della lavanderia e però un direttore ce lo dovevano mettere. Decisero di chiedere a qualcuno dei dipendenti se era disposto a provare, a questo punto gli bastava che si tirasse avanti alla bell’e meglio, ma le due lavandaie ed il fattorino che interpellarono risposero che non se ne parlava nemmeno: quel posto aveva una maledizione, probabilmente lanciata da Ralgutti il giorno del suo commiato, ed evidentemente chi lo occupava per prima cosa iniziava a parlare un linguaggio ridicolo, poi diventava scemo e alla fine spariva e loro non intendevano passare per nessuno dei tre stadi.

Dopo alcuni giorni di impasse arrivò la folgorazione: invece che offrire semplicemente la direzione della lavanderia, i tre proposero l’organizzazione del suo spin-off e della successiva quotazione in borsa, assicurando una congrua tranche di stock option(2). Con tutti i fanatici della new economy che c’erano in giro, qualche pazzo disposto ad accettare sarebbe sicuramente saltato fuori. Per risolvere la questione legale con il Bonatti stabilirono che la Albergons avrebbe mantenuto una quota di controllo nella nuova società.

Con questo approccio non gli ci volle molto, effettivamente, a trovare un nuovo candidato: folta chioma sciolta sulle spalle, barbona irsuta da boscaiolo, jeans extra large, T-shirt blu con il simbolo “@” giallo sul petto dentro uno stemma da Superman e sandali di pelle marrone, Corrado Mufloni si autodefiniva un “web wiz”, che starebbe per “mago di internet”.

Non vedeva l’ora di cominciare perché, pur trovando molto stimolante il lavoro di manutenzione delle stampanti di rete ed aggiornamento dei programmi ogni sei mesi, all’uscita rispettivamente delle collezioni autunno/inverno e primavera/estate, aveva sviluppato alcune personali opinioni sulle relazioni tra imprese attraverso internet, opinioni che era ansioso di mettere alla prova sul campo (veramente lui aveva detto “views sulle business to business web romances”, che significa grossomodo “opinioni sulle storie d’amore tra imprese via internet”; se qualcuno sa dirmi cosa possano essere delle storie d’amore tra imprese(3) io cambio volentieri la traduzione). L’offerta che gli veniva fatta cascava quindi a fagiolo e se il compenso fosse stato commisurato ai rischi, dato che aveva sentito storie poco tranquillizzanti su quel posto, era disposto a partire l’indomani stesso.

A scanso di equivoci e per tranquillizzare il Mufloni, comunque, i tre decisero anche di rivolgersi ad un investigatore privato perché risolvesse il mistero delle sparizioni,  dato che la polizia sembrava troppo occupata con protettori, spacciatori, mafiosi, tangentisti e maniaci per stare dietro anche al loro caso, che non si sapeva nemmeno che razza di caso fosse dato che non c’erano tracce di omicidi, suicidi, rapimenti o altro e, a parte l’azienda, nessuno si lamentava della sparizione dei tre.

Presero dunque le pagine gialle e cercarono un nome che gli ispirasse fiducia: la scelta di quei disgraziati cadde su Manlio P.I., forse per qualche reminiscenza televisiva, ed inserì il penultimo ingranaggio nel meccanismo che si era ormai avviato e che ci trascinava nostro malgrado verso il triste epilogo.

Manlio Olivier si occupava prevalentemente di pedinare le mogli per conto dei mariti quando questi, raccontando che stavano a lavorare fino a tardi, uscivano con le loro amanti. A volte controllava anche entrambi i coniugi per conto dei figli, oppure l’intera famiglia per conto di vicini impiccioni. Insomma, era sostanzialmente uno spione che non aveva la minima esperienza di investigazioni, ma ovviamente questo ai tre distinti clienti che gli stavano di fronte quel pomeriggio di metà luglio non lo disse. Invece gli chiese come mai una multinazionale si rivolgesse ad un investigatore privato, con tutti i servizi di sicurezza e investigazione interni che doveva avere. I tre gli risposero che effettivamente un tempo la società aveva avuto una sua squadra di intelligence ma che nella recente frenesia riorganizzativa ispirata alla logica della focalizzazione sul core business (nel loro caso gli alberghi), il nucleo era stato scorporato e quotato in borsa, la sua quotazione era andata alle stelle per via di un nome azzeccato che ricordava tanto internet e adesso praticava delle tariffe tali da risultare decisamente più costoso di quando era completamente stipendiato dalla Albergons con tanto di contributi previdenziali, premi aziendali e panettoni di fine anno. Quindi, dato che il budget che avevano a disposizione per gestire quella maledetta acquisizione degli alberghi Bonatti aveva un limite, dovevano rivolgersi a qualcun altro e avevano pensato a lui.

Non c’era da preoccuparsi, disse il detective, lui aveva diversi anni di esperienza alle spalle e avrebbe sicuramente risolto rapidamente ogni problema, purché naturalmente gli  venissero forniti tutti gli elementi senza nascondere particolari che al loro sguardo inesperto potevano apparire irrilevanti ma che magari nascondevano la chiave che avrebbe aperto come d’incanto le porte del mistero. Detto questo tirò fuori la sua espressione da professionista navigato assieme al blocco per gli appunti e ad una biro e si mise in ascolto.

I tre gli porsero i curriculum ed i fascicoli personali dei dirigenti scomparsi e di Corrado Mufloni, quindi presero a lamentarsi dell’esibizionismo delle forze dell’ordine. Probabilmente a causa della crescente quota di donne al loro interno,  le suddette forze ormai si dedicavano unicamente ai crimini che davano loro garanzia di prime pagine e titoloni e trascuravano casi come quello di questi poveri direttori scomparsi solo perché, non essendoci politici, mafiosi o immigrati clandestini coinvolti, non avrebbero avuto sufficiente esposizione televisiva.

Ci sarebbe voluto anche da loro un bel sottofondo di affari sporchi, qualche trafficante internazionale: allora si che polizia, carabinieri e guardia di finanza sarebbero accorsi alla lavanderia come api sul miele!

Manlio prese questo sfogo piuttosto puerile come un suggerimento, sapientemente dissimulato, sulla pista da seguire: evidentemente quei tre avevano qualche sospetto ma temevano di essere controllati e quindi parlavano per giri di parole.

Mentre lui annuiva con enfasi per far capire che aveva colto i sottintesi, passarono a raccontargli delle crescenti difficoltà che avevano avuto nel reperire persone disposte ad assumere l’incarico e in particolare gli descrissero lo stratagemma adottato per trovare il quarto candidato; inoltre riassunsero la trattativa con Melchiorre, il colloquio con il Ralgutti e il poco che sapevano su quel che era successo in lavanderia negli ultimi mesi.

  • “Capisco, capisco” assentì Olivieri. “Tranquilli, avete scelto la persona giusta.”

Un po’ titubanti, i tre si congedarono con un corale “siamo nelle sue mani” che sapeva tanto di “che Dio ce la mandi buona…”

Le indagini di Manlio P.I.

È strana la frequenza con cui persone inette che cercano ottusamente di risolvere un problema andando in una direzione talmente sbagliata da risultare fastidiosa ad un osservatore esterno, inciampino loro malgrado nella soluzione.

Manlio Olivier era il re degli inetti.

Il giorno dopo aver ricevuto l’incarico, attorno alle dieci del mattino dopo aver fatto colazione ed aver letto il quotidiano sportivo, si recò in ufficio per dare inizio alle indagini. La notte aveva portato consiglio: in particolare il brillante suggerimento di mettere a confronto le tre vere vittime. Aveva deciso che la stagista, ancorché sicuramente carina, non meritasse eguale dignità vittimistica (così disse nel corso della sua testimonianza al processo) rispetto ai tre direttori e non tanto perché avesse un misero contratto a termine senza garanzie di sorta, quanto perché era fin troppo evidente come la poveretta in ultima analisi non fosse che un goffo tentativo di confondere le acque costringendo gli investigatori a perdere tempo con complicate ipotesi che ne spiegassero la morte: trascurando lei veniva sicuramente tutto più semplice. Gli era in effetti venuto anche il dubbio che fossero invece i tre direttori a costituire un’abile cortina fumogena per sviare l’attenzione dal vero obiettivo dei misteriosi delinquenti, la stagista; ma se l’era fatto rapidamente passare in base a due importanti considerazioni: per prima cosa i clienti gli avevano chiesto di indagare sui direttori, citando solo incidentalmente la collaboratrice di Frammisti, per cui evidentemente di lei non gli importava un bel niente. E poi, mentre sui direttori aveva un sacco di informazioni da cui partire per le sue indagini, della ragazza non gli avevano lasciato nemmeno il nome e quindi gli sarebbe toccato andare a rovistare chissà dove per poi scoprire, probabilmente, che era solo una che aveva scelto il lavoro sbagliato e che avrebbe fatto meglio a fare la parrucchiera o la cartolaia, come sognano tutte le brave bambine.

Passò quindi a studiare i direttori scomparsi.

  • Tanto per cominciare, i tre erano tutti uomini. Poi, tutti erano attorno alla trentina, tutti laureati in organizzazione aziendale, tutti bianchi. Una serie di coincidenze a suo modo di vedere piuttosto significative. Andando a leggere la parte relativa ai passatempi preferiti dei tre scoprì con stupore che tutti praticavano il golf e lo squash e che avevano preso il diploma di sommelier.

Se in vita sua avesse anche solo guardato un paio di film gialli, a quel demente sarebbe magari venuto in mente di controllare altri curriculum di giovani e rampanti dirigenti di multinazionale e avrebbe così scoperto che il 99% sono uomini, sulla trentina, laureati in organizzazione aziendale e bianchi, il 98% gioca a golf, il 91% a squash (è passato un po’ di moda negli ultimi anni, troppo faticoso) e il 95% frequenta corsi per sommelier. Lui, invece, annotò sul blocco che aveva comperato appositamente per la sua prima vera indagine questa lunga lista di ben sette similitudini, contro nessuna differenza apprezzabile, se si escludeva l’aspetto fisico. Ma le foto si possono facilmente ritoccare.

Un guizzo di fantasia di cui non lo si sarebbe detto capace lo buttò ulteriormente fuori strada: confrontando i titoli delle tesi dei direttori scomparsi individuò altre sorprendenti analogie. Queste, però, più che fornire indizi all’investigatore, dovrebbero far pensare i giovani studenti universitari e suggerirgli una condotta un po’ più seria di quella tenuta da certi loro colleghi: come si ricorderà, il titolo della tesi di Valerio Pani Tigulli era: “New business, venture e-capital, killer instinct in the internet competition: high value, low wages”; la tesi del Terrabruciata recitava invece: “Wages killer: the new value in e-high competition, venture capital internet business”; Eros Frammisti si era invece laureato su “Internet business venture, high wages: low value, in the instinct competition new capital killer”(4).

Con il cuore che gli batteva forte, Manlio passò a controllare le specializzazioni post laurea delle tre presunte vittime; tutti avevano completato la loro formazione negli Stati Uniti, per la precisione in California; probabilmente, si disse l’investigatore, per via del surf e delle bagnine procaci. Ma le sorprese non finivano qui: le scuole che avevano frequentato i tre erano rispettivamente la Original International School of the Excellence di San Jose, la School of the International Original Excellence di San Juan e la Excellence School of the Original International di San Jacinto!

Ora, bisogna riconoscere che queste ultime coincidenze erano alquanto bizzarre, ad una lettura superficiale: ancora, che i titoli delle tesi di tre studenti con poca fantasia potessero risultare una combinazione delle stesse identiche parole poteva anche starci, in fondo non è infrequente trovare intere tesi ottenute mediante la stessa procedura, applicata però al testo anziché solamente al titolo; che tuttavia in California esistessero realmente tre scuole di specializzazione i cui nomi erano praticamente identici e per di più contenenti una parola come “excellence” che non si capiva bene che razza di insegnamento fosse, sembrava inverosimile. Certo, lo so anche io che sarebbe bastato fare un piccolo controllo su internet per verificare che le tre scuole esistevano e che, tra l’altro, ne esistevano altre quattro con nomi simili, ma stavo solo cercando qualche giustificazione alla apparente totale dabbenaggine di questo sciagurato sedicente detective.

Leggendo poi i fascicoli personali redatti dalla sezione risorse umane della multinazionale, il nostro rimase molto colpito dall’avventura cubana del Pani Tigulli: un simile scherzo aveva sicuramente lasciato nel giovane dirigente tracce profonde, un forte desiderio di rivalsa nei confronti della Albergons Internationals.

Dopo aver raccolto nel comodo del suo ufficio questa mole di indizi a sostegno dell’ipotesi che i tre scomparsi fossero in realtà la stessa persona, ed aver anche già individuato un possibile movente, Manlio si apprestò a verificare se per caso anche il quarto direttore presentasse le medesime analogie.

Disgraziatamente questo, pur essendo maschio, bianco e sulla trentina, era laureato in informatica con una tesi su “Sistemi internet nell’e-business per la new economy del web world: una via all’eccellenza”, un titolo che faceva pietà al pari dei tre dei suoi colleghi, ma che non vi si sovrapponeva quasi per nulla e conteneva addirittura alcune parole in italiano. Niente scuola di specializzazione, nemmeno una vacanza in California. Per di più il tizio giocava a tennis e calcetto e suonava la chitarra in un gruppo heavy metal.

Rilesse il curriculum per verificare se non gli fosse sfuggito qualcosa, ma sembrava non esserci dubbio: il quarto candidato non aveva quasi niente in comune con i tre che lo avevano preceduto.

Convinto in cuor suo che prima o poi avrebbe trovato il modo di sovrapporre agli altri tre anche quell’ultimo malnato che rifiutava al momento di collaborare, Manlio P.I. decise che per quella mattina aveva lavorato abbastanza: rischiava di chiudere il caso troppo in fretta e dato che la Albergons gli pagava una parcella decisamente più elevata di quelle che era solito praticare per i suoi pedinamenti, preferiva prolungare un altro po’ le indagini. Tanto più che, con le scoperte fatte, si era di molto tranquillizzato rispetto al rischio di pestare i piedi a qualche picciotto o, peggio, ai servizi segreti americani: era evidente che non c’era nessun complotto internazionale, nessun affare sporco; semplicemente un tizio che cercava di fregare, in qualche modo ancora in parte oscuro, la ditta per cui lavorava.

New economy

Quando Ermete incrociò per la prima volta nei corridoi della lavanderia Corrado Mufloni lo scambiò per una scimmia, forse fuggita da qualche zoo, che si era stabilita nella sua rigogliosa foresta e gli offrì delle noccioline. Rimase quindi piuttosto scosso nel sentirsi ringraziare. La scimmia, scoprì, era in realtà il suo nuovo capo, un tipo che non aveva però niente a che vedere con i tre che lui e Ralgutti avevano fatto fuori negli ultimi mesi e che suscitava persino qualche simpatia. Arrivò a pensare che forse questa volta potevano anche soprassedere all’eliminazione. La scimmia gli chiese dove fosse il suo ufficio, che non riusciva a individuare in mezzo a tutto quel fogliame, e gli preannunciò la canonica riunione plenaria per l’indomani mattina; Ermete, indicatagli una porta coperta di rampicanti pochi passi più in là, lo salutò raccomandandosi di prestare attenzione ai due pitbull che dopo la scomparsa del dottor Frammisti e della sua stagista non si erano più trovati e si sospettava si aggirassero tra i cespugli. Poi andò a telefonare al Ralgutti per informarlo che la multinazionale stava ormai raschiando il fondo del barile: se erano arrivati a mandare lì quella specie di gorilla ammaestrato voleva dire che loro due avevano sostanzialmente vinto la partita. Rimaneva solo da sentire cosa il nuovo direttore avrebbe detto nel corso della riunione.

Il mattino seguente tutto il personale venne convocato da Corrado Mufloni nel corridoio, in un piccolo spiazzo appositamente sgomberato delle liane che ormai si stavano impadronendo della lavanderia. Il direttore fece sedere per terra in cerchio i suoi nuovi collaboratori, mentre lui si appoggiò ad un tronco di ficus e da lì pronunciò il suo discorso.

Toccò diversi argomenti, era tanto logorroico che nessuno alla lavanderia è stato in grado di ricostruire compiutamente quel suo primo sermone, anche se tutti concordano nell’affermare che ripeté almeno settanta volte le parole “e-commerce” e “virtual supply chain”, a quanto pareva vocaboli di gran moda nel mondo dell’economia digitale. A grandi linee, comunque, il progetto che venne presentato agli esterrefatti dipendenti prevedeva cinque stadi:

  • predisposizione di una rete informatica che connettesse tra loro le quattro lavatrici, le due centrifughe ancora funzionanti, i furgoncini, i fustini del detersivo ed il rubinetto dell’acqua, il tutto coordinato da un elaboratore centrale; questo primo passo avrebbe consentito di tenere costantemente controllata l’attività, raccogliendo moli di dati preziosissime al fine di data warehousing e data mining(5), elementi essenziali per un modello di business vincente nella new economy;
  • estensione della rete alle camere da letto, ai bagni, ai tavoli e ai camerieri dei tre alberghi, in modo da avere un’acquisizione in tempo reale dei dati sull’insudiciamento dei capi del cui lavaggio la lavanderia era al momento responsabile;
  • costituzione in società della lavanderia e ricerca di fondi presso i principali venture capitalist(6) per finanziare la ricerca di microchip impermeabili da inserire direttamente nei tessuti, per un controllo continuo del loro stato in ogni fase del loro utilizzo;
  • quotazione in borsa della lavanderia e contestuale lancio in grande stile di un portale per il commercio elettronico rivolto ai consumatori finali nel settore della lisciviatura, basato sull’offerta di connessione alla rete Lavender’s, mediante internet, del letto, bagno e tavola da pranzo del cliente (volendo si prevedeva anche l’estensione al cesto dei vestiti sporchi, ma solo per gli abbonamenti premium);
  • con i guadagni di borsa derivanti dall’inevitabile ascesa del titolo si sarebbe avviata la produzione in serie dei chip impermeabili e loro diffusione dapprima in lenzuola, asciugamani e tovaglie degli alberghi e, in un secondo momento, in tutti i capi dei clienti abbonati al servizio di web laundry (lavanderia internet), creando la prima rete mondiale del pulito!

Nel descrivere il suo progetto, il Mufloni saltellava intorno, si dondolava alle liane, schioccava le sue bretellone viola, insomma dava l’impressione di essere un folle, impressione che più o meno rispondeva al vero.

Finito di parlare sorrise ai suoi collaboratori e chiese se ci fossero domande. Nessuno ebbe il coraggio di fiatare e così il direttore li congedò e  si chiuse nel suo ufficio a progettare la rete informatica aziendale.

Questa volta anche gli altri dipendenti erano d’accordo con Ermete sul fatto che si stesse correndo il rischio di finire male, che si fosse capitati in mano ad un visionario (non sapevano che nella economia digitale dare del visionario ad una persona è un complimento, che i visionari sono pagati a peso d’oro e che più sparano proposte insensate più soldi prendono). Per la prima volta il garzone poté sfogare la sua ansia senza essere preso in giro  o snobbato,  ma anzi venendo ascoltato come un’autorità in materia. Arrivò persino, dall’alto della sua esperienza, a tranquillizzare la De Pazzi che si era lasciata troppo suggestionare e già parlava di cercare di organizzare tra i conoscenti una cordata disposta ad acquisire il controllo della futura società per sottrarlo allo scimmione. Le disse che se non c’è due senza tre, allora per induzione non deve nemmeno esserci tre senza quattro e che in ultima analisi chi va al mulino s’infarina. Nessuno capì cosa intendesse dire con questo proverbio, che a posteriori risulta una evidente dichiarazione di intenti.

Interrogatori

Mentre aspettava che gli venisse in mente come far rientrare il Mufloni nel suo puzzle, Manlio P.I. pensò che comunque qualche chiacchierata con le persone a vario titolo coinvolte nel caso valeva la pena di farla, se non altro per dare l’impressione di stare lavorando seriamente al caso. Decise dunque di fare visita, in incognito, a Melchiorre, a Ralgutti e già che c’era anche alla  lavanderia, più che altro per togliersi la curiosità.

Riporto di seguito alcuni estratti dal blocco di appunti del detective, come testimonianza della sua completa mancanza di qualsivoglia spirito di osservazione, intuito, capacità analitica e buon senso.

Non riesco a darmi pace per il fatto che un simile babbeo sia riuscito a rovinarci la rivoluzione.

“Martedì mattina: visita a Melchiorre Bonatti.

Tentato approccio usando travestimento da ragazzo della pizzeria con consegna a domicilio; non mi ha aperto ma sono riuscito a osservarlo da oltre il cancello mentre mi lanciava contro uno zoccolo olandese (che ho prontamente scansato e recuperato): è vecchio ma energico e un po’ irascibile.

Ritentato approccio camuffato da idraulico: sono riuscito a schivare anche il secondo zoccolo e adesso ho un bel paio di zoccoloni di legno da mettere sulla scrivania.

Trovato la soluzione: gli telefonerò fingendomi società di sondaggi e subdolamente introdurrò domande sul caso della lavanderia.

Il Bonatti è stato ben contento di rispondere alle mie domande:

  • non fa uso di grappe analcoliche
  • il suo colore preferito è l’indaco (dice che è circa color melanzana)
  • tifa Inter
  • agli ultimi referendum ha votato quattordici quesiti su quarantuno
  • non si riconosce in nessuno dei settantanove partiti dell’arco costituzionale
  • non ha idea di chi sia il colpevole della strage di Ustica
  • per lui, tra giudici, imprenditori, avvocati e guardia di finanza è tutto un magna-magna
  • non conosceva nessuno dei direttori scomparsi dalla lavanderia.

Quando gli ho chiesto di indicarmi un presunto colpevole tra:

  • lui stesso,
  • il direttore licenziato,
  • Hannibal the Cannibal
  • ha riattaccato.

Avevo da chiedergli un altro paio di cose sui suoi hobby e sulla musica che preferisce ma non importa, sul Bonatti ho informazioni sufficienti.”

“Martedì Pomeriggio: visita ad Achille Ralgutti

Tentato approccio spacciandomi per presidente dell’AVLC (Associazione Vecchi Lavandai in Congedo): centro!

Mi ha accolto molto calorosamente, dichiarando che la nostra associazione è benemerita, che i lavandai in congedo avrebbero in effetti bisogno di qualcuno che tutelasse i loro interessi, che difendesse la loro immagine dalle offese delle nuove generazioni senza rispetto. Credo stesse cercando di mettermi a mio agio.

Gli ho chiesto come passasse il tempo ora che l’hanno messo da parte senza tanti complimenti e lui ha risposto che, oltre a leggere il giornale, studia il modo di vendicarsi di quei maledetti.

Dei dipendenti della lavanderia l’unico che continui a vedere è il garzone, tale Ermete, che deve essere una specie di nullità, da come me l’ha descritto: passa le giornate a dare acqua alle piante, preparare il caffè e giocare a dama.

Ha avuto modo di incontrare tutti e tre i dirigenti scomparsi, andando a trovare Ermete alla lavanderia, e dice che erano tre incompetenti, sbruffoni che si riempivano la bocca di paroloni senza sapere nemmeno cosa volessero dire (aha! Mi sa che sono proprio sulla strada giusta).

Non sa chi possa essere stato a eliminarli, però chiunque sia stato ha fatto bene, se lo meritavano. Qui, naturalmente, è venuta fuori la sua amarezza di vecchio stallone sul viale del tramonto che si confronta con dei giovani nel pieno del loro vigore e della loro bellezza: probabilmente lui non vede una donna da anni mentre loro ne cambiano più di una a sera, è comprensibile che provi un certo astio verso di loro e che gioisca delle loro sventure.

A questo punto ho provato a congedarmi ma lui ha continuato a parlare, criticando la decisione di Bonatti di cedere la lavanderia assieme agli alberghi: non poteva ritornare a gestire come all’inizio solo la lavanderia e liberarsi di quegli alberghi? Ma no, i vecchi lavandai non vengono mai presi in considerazione quando si tratta di stabilire le strategie; le multinazionali, poi, bisognerebbe ammazzarle tutte finché sono piccole. Ho dovuto promettergli di invitarlo come speaker al prossimo convegno nazionale dell’AVLC per riuscire a farlo smettere.

Per oggi basta, direi che ho avuto sufficienti conferme dei miei sospetti: manca solo il riscontro dei lavandai.”

“Mercoledì pomeriggio: visita alla lavanderia.

Riuscito al primo colpo approccio fingendomi una giornalista di cronaca nera.

C’è una vegetazione impressionante: questo Ermete sarà anche una nullità ma con l’annaffiatoio è un drago.

Interrogate le lavandaie: loro non hanno notato niente di strano, tranne che le piante ultimamente stanno crescendo in maniera pazzesca, tanto che loro evitano di inoltrarsi in certe zone della lavanderia per paura di trovarci serpenti o altre bestie schifose. Non capisco perché tirino fuori le piante: il garzone avrà trovato un concime particolarmente efficace, che c’entra con i direttori scomparsi? Donne…

Sostengono che i direttori si comportavano in maniera molto diversa uno dall’altro, anche se poi erano tutti piuttosto carini e per tutti l’obiettivo era farle sgobbare di più (!).

Congedate le lavandaie, sentiti i fattorini: interessante!

Durante i discorsi di insediamento dei primi due direttori scomparsi (il terzo non aveva detto nulla, si era chiuso nel suo ufficio con la stagista e lì era rimasto fino alla sua scomparsa), i due fattorini si sono divertiti a prendere nota delle parole che venivano ripetute più spesso. Ebbene, hanno riscontrato l’identica quantità di ripetizioni per le parole “nuovo management” (61), “infingardi lavandai” (53), “obbedire” (36), “cioè” (152) e per l’espressione “voi m’insegnate” (29). Si erano poi presi la briga di analizzare gli ordini di servizio che il terzo appendeva in bacheca e, se si escludono le colloquiali “cioè” e “voi m’insegnate” che evidentemente in uno scritto si possono rinvenire con frequenza minore (49 e 12, rispettivamente), gli altri tre termini comparivano nelle stesse identiche quantità. Penso proprio di essere sulla strada giusta.

Nemmeno loro hanno notato cose strane in lavanderia, se si esclude il fatto che il Mossotto sembra meno ansioso da quando il ragionier Ralgutti ha lasciato il suo posto. Sfido, sarei stato anche io in ansia ad avere un capo come quello!

Intervistato anche il garzone: come immaginavo è una mezza calzetta, preoccupato più che altro che non si calpestino le sue piante, che effettivamente ingombrano tutti i corridoi. Non vale la pena annotare altro.

Il nuovo direttore mi ha concesso una lunga intervista di cui non ho capito niente, se non che lui non conosceva i tre dirigenti che l’hanno preceduto, ma che per quel che ha sentito dire avevano un approccio ben diverso dal suo. Dice che mentre loro erano ancora imbevuti di old economy, lui è pienamente immerso nella digital age, nell’era dell’informazione e quindi difficilmente, anche incontrandosi, avrebbero avuto modo di capirsi perché è noto come nella nuova economia tutto vada a velocità tripla che in quella vecchia, compresi i discorsi. Ha poi tirato fuori una serie di menate informatiche, internet, spazzole computerizzate, lenzuola digitali che inizialmente non mi dicevano niente ma che a poco a poco ho capito servivano, nella sua mente, a marcare vieppiù la sua differenza dai tre scomparsi. Devo analizzare meglio il curriculum di questo tizio: sono sempre più convinto che si tratta sempre della stessa persona.

Ha scelto un travestimento veramente puerile, con quella parrucca da figlio dei fiori e il barbone posticcio.”

Dopo questo giro di “interrogatori”, l’ineffabile detective se ne tornò soddisfatto in ufficio a mettere assieme il suo delirante teorema.

La tragica decisione

Melchiorre Bonatti ricevette da Suele Faggin come un tacco a spillo sull’alluce scalzo la notizia dell’ultimo exploit della Albergons Internationals, che avrebbe ridotto la sua gloriosa lavanderia ad un intrico di fili elettrici e computerini. Per lui il bucato era sempre stato qualcosa di sensuale e l’igiene un concetto quasi mistico e adesso saltava fuori questo buzzurro in ciabatte che pretendeva di automatizzarli, che scambiava il flusso di melchioni di una tovaglia pulita per un microchip, che voleva fare della sua lavanderia un portale che non aveva nemmeno idea di che fosse. Non gliel’avrebbe permesso: l’avevamo indotto a sperare fino all’ultimo che quegli sciacalli rispettassero i patti ma ora era chiaro che si era sbagliato la prima volta a vendere e la seconda a darci retta quando lo esortavamo a non farla finita. Non avrebbe permesso che la lavanderia pagasse per i suoi errori, meglio la morte.

Della lavanderia, s’intende.

Provammo nuovamente a dissuaderlo in tutti i modi: sostenendo che tutto sommato la lavanderia poteva preferire comunque vivere di e-bucati invece che saltare per aria e finire sparpagliata in mille pezzettini tra cui non sarebbe più riuscita a raccapezzarsi; raccontandogli delle barzellette sconce per distrarlo e tirarlo su di morale; assicurandolo che sarebbe sparito anche questo quarto direttore e come lui ogni altro che la Albergons avrebbe piazzato al suo posto, bloccando così ogni possibile ristrutturazione della lavanderia: tutto sarebbe rimasto a tempo indeterminato come lui l’aveva lasciato, tranne per il fatto che non era più Ralgutti a scaldare la sedia in ufficio. Non ci fu niente da fare, era disperatamente risoluto a farla finita e ci confessò che fin da principio aveva accettato di finanziarci anche perché in cuor suo aveva già deciso che al momento giusto ci avrebbe utilizzati per  togliere la sua lavanderia dalle grinfie di quei cialtroni, avendo realizzato che la vendita era stata un errore.

Pur sentendoci un po’ dei terroristi-oggetto, per rispetto del suo dolore e del suo conto in banca accettammo di incaricarci del lavoro, anche se a rigore non rientrava tra gli obiettivi della nostra campagna e avrebbe dunque potuto disorientare il timido seguito che stavamo faticosamente costruendoci.

In effetti da qualche tempo cominciavano a giungere lettere ai giornali che sostenevano come, anche se eravamo dei deficienti da rinchiudere nella cucina di una friggitoria di quarta categoria e buttare via la chiave, per certi versi avevamo ragione. Una ragazza che si firmava “Indecisa ‘74”, dopo aver lungamente esposto la sua pietosa storia di giovane confusa incapace di prendere una qualsivoglia decisione perché si impelagava regolarmente in una infinita lista di argomenti a favore e a sfavore che sorprendentemente risultavano ogni volta di peso e numerosità equivalenti, rendendo impossibile discriminare tra le alternative disponibili, arrivò a sostenere che avrebbe persino potuto unirsi alla nostra lotta in favore del buono e del sano; ma che d’altra parte a lei le pesche piacevano con la buccia; tuttavia c’era chiaramente bisogno di fare qualcosa per quei tremendi tramezzini talmente pieni di maionese da far schifo; ma se solo avesse accennato a dire che lasciava le lezioni di danza, viola da gamba e cucito per dedicarsi alla rivoluzione epicurea suo padre prima avrebbe fatto un infarto e poi l’avrebbe presa a martellate sulla testa; d’altra parte non si poteva mica rimanere per sempre sudditi dei pregiudizi di genitori retrogradi. Proseguiva con un’alternanza schizofrenica di motivazioni pro e contro lo sposare la nostra causa e concludeva chiedendo un consiglio a Suor Severina. Questa gentilmente le elargiva ben due preziosi suggerimenti: le diede l’indirizzo di un noto analista che avrebbe potuto sicuramente aiutarla con il suo problema di incapacità di prendere decisioni e la invitò a pregare tanto, ma tanto il buon Signore perché le portasse un po’ di sale in quella zucca vuota, perché se davvero considerava concretamente l’ipotesi di andare per alberghi, ristoranti e negozi di alimentari a piazzare cariche di dinamite, beh forse aveva anche un problema più serio di quelli cui un buon analista riesca a trovare soluzione.

Come si vede, nonostante un pregiudizio ancora  piuttosto radicato nei confronti della lotta armata al sistema, si cominciava a scorgere anche una certa sensibilità ed era proprio questa sensibilità embrionale che temevamo di soffocare sul nascere con un’azione che andava a colpire quello che per anni era stato un caposaldo del buon vivere.

Purtroppo non tanto del destino del nostro piccolo seguito dovevamo preoccuparci, ma del nostro stesso che fu irrimediabilmente segnato da questa decisione che veniva meno al proposito di non immischiarci con le multinazionali fino a che non avessimo ottenuto un robusto consenso a livello internazionale. Chi è causa del suo mal pianga sé stesso.

(1) Come altrove in questa narrazione, mi rifaccio al lessico originale che risulta senz’altro evocativo; il total quality management è un insieme di regolette perché tutto sia fatto come Dio comanda, mentre il just in time è un rivoluzionario modo di gestire la catena di approvvigionamento (supply chain) inventato dai giapponesi, tale che tutto quello che serve arrivi giusto in tempo. Non sono riuscito a risalire a quale tipo di scorte si intendesse ridurre mediante questo just in time.

)(2 Qui il termine spin-off rende molto più della sua traduzione italiana (scorporo) l’immagine di questa idea che balza fuori dal nulla a sbrogliare una intricata matassa organizzativa. Il termine stock option, invece, probabilmente non rende nessuna idea, ma non c’è una traduzione italiana e quindi siamo costretti a tenercelo: è un modo per far guadagnare, a certe condizioni, un bel po’ di soldi ai dirigenti se le azioni della loro società aumentano di valore ed è di gran moda nell’ambiente delle nuove e dinamiche aziende californiane, che sono quelle che fanno tendenza.

  • (3) La mia prima ipotesi, per una traduzione letterale di “romance”, era stata che il Mufloni intendesse riferirsi a storie d’amore tra dipendenti di imprese diverse che nascono e si sviluppano in internet, magari partendo da relazioni d’affari. Visto il personaggio potrebbe effettivamente essere così, ma potrebbe anche essere che costui ritenesse i sistemi informatici di un’impresa dotati di una propria autonoma vita emotiva e capaci quindi di stringere relazioni affettive con sistemi di altre imprese: con i moderni sviluppi dell’intelligenza artificiale non si sa mai. Per una suggestiva esposizione delle potenzialità relazionali dei moderni computer si veda “Problemi di famiglia: quando i battibecchi tra il tuo PC ed i videogiochi di tuo figlio rischiano di minare l’unità del nucleo familiare” di Eugene S. Wilder.  A scanso di equivoci ho comunque mantenuto una traduzione forse retrograda ma perlomeno comprensibile ai più.

(4) I due ultimi titoli, chiaramente privi di senso al pari di quello del Pani Tigulli, risultano anche più ostici alla traduzione: quello del Terrabruciata potrebbe essere “Assassino di salari: il nuovo valore nell’elevata concorrenza elettronica, affari su internet con il capitale di rischio”, mentre quello del Frammisti suonerebbe più o meno “L’azzardo degli affari su internet, alti salari: basso valore, nella concorrenza istintiva nuovo assassino di capitali”. Come si vede, pur non potendo escludere sottintesi, simbolismi e utilizzi arditi della punteggiatura al limite dell’ermetismo, siamo quasi certamente di fronte a frasi di contenuto nullo. Non potendo chiedere direttamente agli autori cosa intendessero significare, dato che i morti non parlano, abbiamo intervistato i loro relatori di tesi i quali sono cascati dalle nuvole e hanno dichiarato che deve esserci un errore perché loro un titolo simile non l’avrebbero mai lasciato passare, dato che sono tra i pochi a leggere veramente da cima a fondo le tesi dei loro laureandi.

(5) Sostanzialmente si proponeva di immagazzinare (warehousing) e analizzare (mining) dei dati, né più e né meno; va da sé che nella nuova economia tutto ha un suo nome più new. E’ poi da vedere cosa ci potesse tirare fuori di utile, da queste analisi. Ma, come sostiene la economista Olivia R. Hardy, Associate Professor di innovative behaviourism alla Carnagie Mellon University, ”non è chiedendosi cosa se ne potesse tirare fuori che le prime giraffe hanno deciso di allungarsi il collo, e adesso loro si pappano tutte le foglie più alte lasciando gli altri a scannarsi per quelle a livello suolo, che sono anche tutte impolverate e piene di insetti”. Non si può darle torto.

(6)(6) I venture capitalist sono la reincarnazione nel ventesimo secolo di gloriosi cavalieri erranti medievali, eroi che avevano intrapreso una vita emozionante fatta di belle dame da salvare, duelli all’alba dietro i conventi dei carmelitani scalzi, viaggi alla ricerca di draghi e altri favolosi mostri da sconfiggere, il tutto accompagnati solo dalla loro fedele spada. Al giorno d’oggi hanno in parte modificato il loro modo di operare sostituendo la spada con meno appariscenti e più efficaci masse di denaro e le dame da salvare con promettenti aziende da finanziare; quanto ai duelli, il loro orario è diventato più civile, dopo le nove di mattina, e i conventi sono stati abbandonati, forse perché ormai ingombri di cadaveri, a favore delle borse valori. I draghi si sa che non ci sono più, probabilmente estinti a causa degli stessi cavalieri di ventura.

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