IL CALZEROTTO MARRONE

Quadrimestrale on line di scrittura creativa

Lavanderia Fatale  Scarica l'articolo in PDF

La soluzione Sella

Frankie Sella, presidente, amministratore delegato, direttore generale e azionista di maggioranza della Albergons Internationals Corporation, quando ricevette il rapporto periodico sulle attività internazionali della società andò immediatamente a verificare se e come era stata condotta a termine un’operazione che gli stava particolarmente a cuore: l’acquisto dei Lavender’s. Nel leggere dei disastri che stavano combinando i suoi tre uomini in Italia si alzò dalla scrivania, aprì l’armadio alla sua destra, scelse una giacca scura e la indossò al posto di quella gialla che portava. Poi si risedette, rilesse il rapporto e decise che era il momento di farsi un giretto dalle nostre parti per rimettere a posto le cose. Prima di partire doveva solo passare per casa ad informare la sua Gina: durante il processo ci raccontò che l’ultima volta che aveva fatto un viaggio di affari avvisandola che avrebbe mangiato fuori solo una volta arrivato a destinazione, al suo ritorno aveva trovato le serrature della casa cambiate e quando aveva suonato il campanello si era sentito rispondere che l’albergo era al momento esaurito, che ripassasse il giorno dopo. Era stato costretto a chiedere ospitalità per la notte ai vicini, i signori Tripper, degli impiccioni tali che per settimane continuarono a dire in giro che lui e sua moglie avevano dei problemi, che stavano pensando al divorzio, che dormivano in stanze separate o perlomeno sui lati opposti del letto. Per farli smettere dovette far appendere fuori dalla porta di casa loro, da un paio di suoi collaboratori, la signora Tripper imbavagliata, con le ciglia finte incollate in modo da tenerle chiusi gli occhi e con del gorgonzola spalmato a tapparle le orecchie.

Personaggio per certi versi oscuro, i cui legami con il cartello di Medulin(1), con il CAI(2) e con il terrorismo internazionale(3) hanno contribuito a circondarlo di un alone di onnipotenza, il Sella, per i suoi metodi decisi, il suo indiscusso charme ed il suo variegato abbigliamento, nel corso del processo si guadagnò qui in Italia una notevole celebrità.

  • La stessa mattina in cui noi discutevamo con Melchiorre Bonatti dei dettagli dell’eutanasia per la sua amata lavanderia, lui piombava, vestito di nero dalla testa ai piedi, tranne panciotto e cravatta rosso fuoco, nell’ufficio dei tre dirigenti italiani della multinazionale.

Li trovò che, attorno ad un tavolo ingombro delle solite carte scarabocchiate, si parlavano a vicenda al cellulare fumando e guardando fisso sui rispettivi computer portatili alcuni grafici raffiguranti la curva di diffusione della influenza asiatica dell’inverno precedente e della sua incidenza sugli anziani, nel tentativo di calcolare la probabilità che per Natale un  qualche malanno levasse di torno il Bonatti consentendogli così di chiudere quella maledetta lavanderia mangiasoldi, dato che erano convinti che prima o poi sarebbe sparito anche il Mufloni, sicuramente senza aver portato a termine il suo inverosimileprogetto. All’ingresso del capo i tre scattarono in piedi come molle balbettando in un inglese pietoso (così disse il Sella nel corso del processo) qualche frase di circostanza, ma vennero investiti da una serie di insulti in dialetto Chicagoano che li fece impallidire (anche senza capirne il significato letterale percepivano, sensibilità di manager, che si trattava di giudizi poco lusinghieri sulla loro condotta).

Quando si fu sfogato a dovere, Frankie comunicò ai tre che tutte le spese relative alla sua trasferta da Chicago, oltre naturalmente a tutti i costi finora sostenuti dall’azienda per la loro incapacità di curarsi di quei tre pidocchiosi alberghi, sarebbero stati decurtati dalle loro buste paga. Poi si fece fare un quadro della situazione, andò a cambiarsi e uscì a cena nel più lussuoso ristorante della città.

Lì, da un maitre particolarmente chiacchierone, venne a conoscenza delle gesta delle Brigate Epicuro, che terrorizzavano alberghi, locande e annessi vari in tutta la città ma non sicuramente un ristorante come quello, che garantiva una qualità a prova di bomba. Questa battuta idiota, che probabilmente veniva ripetuta identica da mesi a tutti i nuovi clienti del ristorante, dette al boss della Albergons l’idea giusta per risolvere rapidamente e senza perderci nulla la questione Lavender’s: bastava far saltare la lavanderia lasciando ricadere la responsabilità sui terroristi e il gioco era fatto! Niente lavanderia, niente contratto da onorare con il vecchio Bonatti.

Chiamò immediatamente al telefono i tre dirigenti e, senza spiegargli nulla, disse che sperava vivamente che avessero assicurato la lavanderia contro gli attentati; in caso contrario, che provvedessero entro l’indomani mattina. Poi, senza aspettare una risposta, riattaccò e chiamò la sua adorata moglie per farsi augurare la buonanotte, quindi andò a dormire.

Possiamo discutere dell’opportunità di eliminare uno dei più belli e rappresentativi palazzi del centro storico per questioni di affari. Per  noi, tuttavia, è stato decisamente istruttivo vedere da vicino all’opera un individuo così profondamente in sintonia con i suoi desideri, tanto da non farsi disorientare da convenzioni che la nostra inerzia e chiusura mentale ci fa prendere per valori assoluti ma che in ultima analisi sono solo il portato di centinaia d’anni di storia e di cultura occidentale e che in altre parti del mondo non hanno alcun valore.

Quando poi andiamo a vedere cosa hanno generato la nostra storia e la nostra cultura, dalla strage degli indios da parte dei colonizzatori europei alla strage degli stomaci europei da parte dei fast food americani (siamo certi che una società che persegue così ostinatamente la vendetta e che è talmente convinta del fatto che essa vada consumata fredda da aspettare quattrocento anni per rivalersi sia sorretta da dei principi indiscutibilmente giusti?), dalle torture inflitte agli eretici dai tribunali dell’inquisizione, a quelle subite dal povero Willie Coyote ad opera dell’odioso Bip-Bip, dobbiamo per forza di cose relativizzare i valori su cui la nostra società si è fondata, con la inevitabile conseguenza di rivalutare l’opera di singoli individui che avendo chiaro in mente cosa volevano non si sono lasciati omologare dalla massa e sono andati avanti per la loro strada.

Frankie Sella è indiscutibilmente uno di questi individui e grazie a questo è diventato uno dei più potenti albergatori al mondo, mentre i tre dirigenti che fino al suo arrivo avevano gestito la faccenda Lavender’s senza nemmeno prendere in considerazione l’eliminazione del Bonatti (e con questo causando cinque omicidi, costringendo un onesto garzone di lavanderia ed un vecchio direttore pronto per la pensione a trasformarsi in serial killer) non arriveranno mai da nessuna parte e se per caso arriveranno da qualche parte, sarà certo quella sbagliata.

  • Per non smentirsi, i tre avevano effettivamente assicurato i nuovi acquisti contro gli attentati, però si erano limitati agli alberghi, che per loro avevano un certo interesse, trascurando invece la lavanderia, di cui tanto intendevano disfarsi alla prima occasione, confidando che i terroristi avessero un bel po’ di altri obiettivi in mente. Passarono quindi la notte a svegliare tutti gli assicuratori che conoscevano, prendersi insulti non riportabili su carta stampata ed elemosinare un’assicurazione per la lavanderia, ad ogni costo. Finalmente, alle sei e un quarto, conclusero con un tale che gli estorse, oltre ad un premio assicurativo degno della piramide di Cheope, la consegna a domicilio ogni giorno per due anni di brioche appena sfornate dalla miglior pasticceria della città.

Frankie Sella, intelligenza multiforme e, probabilmente anche per l’avanzare dell’età, un po’  vezzosa, come abbiamo visto ha la piccola mania di scegliere i vestiti in base al suo stato d’animo del momento: pare ad esempio sia solito interrompere le riunioni per cambiarsi la camicia se qualcuno lo fa arrabbiare, motivo per cui gira sempre con una ventiquattrore che ha dimensioni da valigia di giapponese in vacanza. La mattina dopo aver brillantemente trovato la soluzione ai problemi causati dai suoi galoppini, indossò una cravatta larga e corta, rosa decorata a bombe nere con la miccia accesa o in fase di esplosione, quindi si recò in ufficio ad organizzare i preparativi per il colpo.

Pur trovando la soluzione escogitata un po’ drastica, come sostennero in un’intervista rilasciata nei giorni del processo e poi sparita dalla circolazione come ogni altro indizio a carico della Albergons, i tre galoppini lì per lì non ebbero il coraggio di dire niente per non ripetere l’esperienza del giorno prima. Anzi, si dilungarono in lodi al loro capo apprezzandone l’apertura mentale, l’abilità nel problem solving(4) ed il gusto nello scegliere le cravatte.

Fu stabilito che la lavanderia sarebbe saltata per aria due giorni dopo. Gli esplosivi li avrebbe reperiti direttamente Frankie, che non voleva rischiare di mandare tutto in malora per qualche fesseria che immancabilmente avrebbero combinato i tre in un simile delicato frangente. Lui, d’altra parte, con le sue conoscenze non avrebbe avuto nessun problema a trovare tutto l’occorrente, compresi alcuni buoni consigli da professionisti navigati.

Per un attimo il boss pensò che avrebbe potuto far fare il lavoro direttamente alle Brigate Epicuro, così non ci sarebbe nemmeno stato il bisogno di far ricadere impropriamente alcunché, ma poi decise che era bene dare una svegliata ai suoi tre dirigenti facendoli partecipare ad un’esperienza formativa sul campo.

Eureka!

Manlio P.I. ci mise più di quanto avesse preventivato a far combaciare tutte le tessere del mosaico: per due giorni interi stette a confrontare i curriculum dei dirigenti, arrivò persino ad anagrammare, anziché le parole, le lettere che componevano i titoli delle quattro tesi di laurea per controllare se combaciassero, ovviamente senza arrivare a nulla.

Pensò di trattare il quarto profilo come un errore di misurazione che non invalidava la sua teoria, come fanno sempre i ricercatori quando si trovano di fronte a dati non perfettamente coincidenti con le previsioni dei loro modelli teorici, ma da qualche parte sentiva che in realtà era vicino a trovare la chiave, che certi mezzucci non si confacevano ad un detective della sua levatura.

Provò anche a tradurre i curriculum in altre lingue, per controllare se in quel modo si evidenziassero similitudini nascoste, unì i punti e le virgole con segmenti cercando figure rivelatrici, costruì testi selezionando solo le lettere dispari di ogni parola, poi quelle pari, poi li lesse dalla fine all’inizio ma non c’era niente da fare: il quarto dirigente era molto differente dai primi tre.

Quando realizzò questo, quando interiorizzò e fece propria questa semplice verità (parole sue) ebbe la soluzione.

Erano circa le undici di sera: senza por tempo in mezzo decise di andare a smascherare il truffatore a casa sua, come aveva visto fare al tenente Colombo nei telefilm. Si immaginava di entrare e trovarlo in mutande e canottiera, davanti al suo computer intento a giocare a Space Invaders mentre beveva uno sciroppo di tamarindo.

L’avrebbe salutato cordialmente, l’altro si sarebbe messo sulla difensiva. La sua nave spaziale lasciata a sé stessa sarebbe stata rapidamente massacrata dagli extraterrestri, magnifica metafora di quando stava per accadere del suo ingegnoso castello di carte.

Nervosamente, il direttore gli avrebbe offerto del tamarindo che lui avrebbe accettato, iniziando a giocherellare con i pezzetti di ghiaccio che galleggiavano nel liquido giallastro e parlandogli delle sue indagini, di come avesse attentamente vagliato tutte le possibilità, di come avesse interrogato tutti i possibili sospetti e di come quelle sparizioni gli apparissero più strane quanto più approfondiva la sua conoscenza dei fatti. A quel punto avrebbe tirato fuori la frase ad effetto, la mazzata che avrebbe fatto crollare il colpevole: “E alla fine ho capito perché mi sembravano strane. Perché non c’è mai stata nessuna sparizione, non è vero dottor Mufloni? O dovrei dire Pani Tigulli? Oppure Frammisti o come diavolo si chiama lei veramente?”

Vedendosi scoperto, il meschino avrebbe tentato di sopraffarlo lanciandogli la bottiglia di tamarindo ma lui, già allenato dalla gragnuola di zoccoli del Bonatti, l’avrebbe presa al volo senza fare una piega, inibendo con la sua glaciale superiorità ogni ulteriore tentativo di fuga.

Mentre ripassava mentalmente la scena, rivedendo e limando le frasi che avrebbe pronunciato per renderle più incisive e cariche di sottintesi, raggiunse l’abitazione del Mufloni.

Suonò il campanello un paio di volte senza ottenere risposta: evidentemente l’altro aveva capito che il cerchio si stava chiudendo e si era dato alla fuga per l’ennesima volta; decise allora di entrare per cercare degli indizi che potessero metterlo sulle sue tracce. Usando la forcina del suo coltellino svizzero da detective (che rispetto a quello standard ha in più la forcina, alcuni classici travestimenti, la macchina fotografica con teleobiettivo e un altro po’ di aggeggi tecnologici), in una ventina di minuti riuscì ad entrare.

Subito venne aggredito dai due pitbull che a suo tempo erano stati posti a difesa del Frammisti e della sua stagista e che poi non si erano più trovati.

I cani si erano affezionati al Mufloni vedendo come lui, terrorizzato dall’avvertimento di Ermete su questi due killer a piede libero, quando aveva necessità di passare per i lussureggianti corridoi della lavanderia avanzasse guardingo chiamandoli “ciccini”, “bei cagnetti”, e dicendo loro che li capiva, che sapeva che non erano cattivi ma solo abituati alla violenza fin dall’infanzia, cresciuti nel ghetto tra spacciatori, prostitute e poliziotti corrotti. Quel comportamento ispirava loro tenerezza: nessuno gli si era mai rivolto così, nessuno si era mai messo nei loro panni, tutti si aspettavano ferocia spietata e loro per quieto vivere si adeguavano a queste aspettative. Ma quante volte, vedendo un bambino giocare a palla, avrebbero voluto bucargliela per scherzo e poi riportargliela scodinzolando come un qualsiasi barboncino e invece avevano dovuto aggredirlo e sbranarlo sotto gli occhi dei suoi amici? Quante volte vedendo una bella cagnetta avrebbero voluto spassarsela con lei e invece il loro senso del dovere li aveva indotti a spezzarle l’osso del collo? Conducevano una vita d’inferno e per la prima volta qualcuno si dimostrava sensibile ai loro problemi. Usciti dal loro nascondiglio, l’avevano seguito a casa e ci si erano installati, offrendosi come cani da guardia in cambio della sua amicizia e di qualche chilo di carne al giorno.

Manlio P.I., naturalmente, non si aspettava una simile accoglienza, ma dimostrando una prontezza di spirito una volta tanto degna di ammirazione prese una orrenda statuetta di argento che stava sulla mensola in ingresso, una rappresentazione equestre di Bill Gates che con una mano impugnava una specie di grumo che simboleggiava probabilmente un sistema operativo, mentre con l’altra si reggeva piuttosto energicamente alle briglie dato che il cavallo appariva lievemente imbizzarrito. Con quella, semplicemente facendogliela vedere, mise in fuga i cani. Stava per scappare lui stesso, impressionato dalla bruttezza della scultura che teneva ancora in mano, ma si riscosse, posò il manufatto dove l’aveva preso e iniziò le ricerche.

Ad una prima perlustrazione non trovò nulla di utile, ma poi gli venne in mente che forse il suo uomo aveva lasciato inavvertitamente delle indicazioni scritte, appunti di telefonate, indirizzi o altro. Corse al tavolino dove stava il telefono e, trionfante, vi trovò un bloc notes. Disgraziatamente non c’erano appunti, sopra, però le prime pagine erano state strappate. Annerendo la prima pagina bianca con una matita, a poco a poco Manlio fece apparire il seguente testo:

Dolce il gorgoglio delle acque reflue:

residui di un bagno tardo

incrostano la vasca mia.

Vita effimera conducono,

a cui metterà tosto fine

il guanto di gomma della Candida.

Perplesso davanti all’ermetismo di un simile messaggio cifrato, il detective si sedette a pensare. Le acque reflue inducevano a pensare alle fognature: forse il Mufloni aveva trovato nascondiglio all’interno della rete fognaria. Ma tutto il resto? E chi era questa Candida? La sua donna, forse una complice che lo aiutava nei travestimenti. C’era poi quel riferimento ad una vita effimera cui un guanto avrebbe dovuto mettere fine che gli risuonava nella mente: doveva avere a che vedere con le sparizioni, ma in che modo? Naturalmente, indagando con un minimo di serietà, l’Olivier avrebbe scoperto che Ruggero Mufloni, che fin da piccolo coltivava una vena poetica, aveva una donna delle pulizie, Candida, con la quale comunicava lasciandole bigliettini in versi che descrivevano le sue richieste di interventi specifici, in aggiunta alla generica pulizia dell’appartamento.

Non ci sarebbe mai arrivato. Invece sono certo che con un po’ di applicazione sarebbe riuscito a far dire a quel biglietto qualcosa di totalmente insensato che comunque lo avrebbe condotto alla lavanderia quella notte: era evidentemente destino che le cose andassero come sono andate e lui, non posso pensare altrimenti, era lo strumento designato di questo destino.

Non ebbe comunque bisogno di sforzare più di tanto la sua fantasia: casualmente notò la luce lampeggiante della segreteria telefonica che indicava la presenza di un messaggio, un messaggio di Ermete Mossotto che chiamava urgentemente alla lavanderia il signor direttore per un guasto alla rete che era stata impiantata quel giorno stesso. Pareva che alcune liane si fossero risentite della presenza di altri cavi all’infuori di loro e si fossero aggrovigliate attorno ai connettori, bloccando il flusso di dati da e verso le lavatrici e isolando così l’elaboratore centrale che, sentendosi tutto solo,  aveva lanciato l’allarme.

Pensando che tutto sommato lo smascheramento potesse riuscire ancora meglio sul luogo dei presunti delitti, l’investigatore uscì dall’appartamento dimenticando l’enigma del bigliettino e si recò alla lavanderia.

Convergenza

Io mi sono sempre considerato un pragmatico, non ho mai creduto nella presenza di esseri soprannaturali che stessero lì a guidare gli eventi sulla terra. Se anche esistevano, mi dicevo, chi glielo faceva fare di perdere tempo dietro a noi invece di vivere la loro vita? Avranno avuto pure le loro esseresse soprannaturali da corteggiare, i loro sport soprannaturali e così via. Anche le varie teorie sulla predestinazione, sulla presenza di un disegno complessivo a cui le azioni individuali contribuiscono come ingranaggi, quasi che le volontà dei singoli che prendono le proprie decisioni non fossero che processi periferici di una organica volontà collettiva, mi hanno sempre lasciato freddino. Eppure non posso far finta di non vedere come ciò che avvenne quella notte di luglio e tutte le vicende personali apparentemente slegate, indipendenti le une dalle altre, che concorsero a portare in quella particolare notte quelle particolari persone a incontrarsi senza un accordo precedente in quel determinato luogo, come tutto questo non possa essere frutto del caso.

Non ho ancora capito di che cos’altro dovrebbe essere frutto, è vero. Non posso pensare, ad esempio, che un qualsiasi essere superiore, anche uno minimamente superiore, possa aver scelto come strumento per portare a termine il suo disegno un deficiente come Manlio Olivier: già noi normali esseri umani rabbrividiamo di disgusto al solo sentirlo parlare, figuriamoci un’entità in grado di vedere, senza la mediazione del linguaggio, i suoi processi mentali.

D’altra parte che razza di disegno superiore, che si suppone sia volto al bene collettivo, può passare per il fallimento di un’azione rivoluzionaria sacrosanta e oserei dire necessaria quale quella che stavano portando avanti con successo le Brigate Epicuro?

Non lo so, non sono ancora arrivato ad una spiegazione della cosa. Probabilmente non si è ancora scritta la parola fine su questa vicenda e quindi manco degli strumenti necessari a capirne la logica di fondo, tuttavia sento che non è stato l’imponderabile a farci finire in carcere; non può essere, sarebbe veramente seccante. Lasciatemi almeno pensare che ci sia stato un motivo.

Mentre il Ralgutti ed il Mossotto aspettavano pazienti l’arrivo della loro vittima, pronti a fargli fare la fine dei tre precedenti direttori e della povera e incolpevole stagista, nel quartier generale delle Brigate Epicuro stavamo sincronizzando gli orologi per l’imminente “operazione funerale”, come l’avevamo chiamata: si era deciso di concludere le sofferenze della lavanderia Bonatti proprio quella sera. Non che i nostri attentati implicassero particolari incastri di azioni separate che richiedessero orologi precisi al secondo: andavamo sempre tutti e quattro assieme da un posto all’altro, piazzavamo le cariche insieme e le facevamo saltare con un telecomando una volta a distanza di sicurezza. La sincronizzazione degli orologi era più che altro una questione scaramantica, l’avevamo fatta per scherzo la prima volta con il distributore di merendine e da allora la ripetevamo ogni volta. Per la verità erano anche altri i gesti che ripetevamo, per lo stesso motivo: la procedura completa durava circa un’ora, compresi precisi turni al bagno e una fastidiosa testata contro lo spigolo di una mensola che avevo preso la prima volta alzandomi per uscire, una vera croce. Avevamo discusso lungamente su quale fosse il periodo antecedente la nostra prima operazione da considerarsi influente a fini portafortuna e le posizioni, alquanto eterogenee, andavano dal contare solo l’ultima cosa che avevamo fatto prima di uscire dal garage di mia nonna per recarci in stazione al voler ripetere per filo e per segno tutta la giornata precedente. Alla fine, anche perché non riuscivamo ad accordarci su come si fosse svolta la giornata, avevamo adottato una posizione intermedia, appunto considerando l’ora prima dell’avvio della operazione.

Anche Melchiorre aveva voluto partecipare alla missione, per dare l’ultimo saluto alla sua lavanderia, ma non aveva ripetuto con noi il rituale perché ritenevamo che una qualsiasi alterazione dello stesso avrebbe potuto portare male. A posteriori dobbiamo dire che, se per caso la scaramanzia non è una stupidaggine insensata, i riti scaramantici vanno adattati alle circostanze per far sì che il loro influsso sia efficace. In ogni caso quella sera lui era così abbattuto che se anche si fosse unito a noi l’avrebbe fatto senza convinzione, con effetti sicuramente disastrosi.

Comunque, dopo aver sincronizzato gli orologi, uscimmo con gli zainetti carichi di tritolo ed i cuori carichi di tristezza alla volta della lavanderia.

Più o meno nello stesso momento, negli uffici della Albergons Internationals, Frankie Sella e i tre dirigenti si preparavano a risolvere alla radice il loro problema con i Lavender’s Hotels. Il boss indossava un doppiopetto arancione e fischiettava alcune variazioni su “My favourite things”: stava divertendosi un mondo in quel ritorno ad attività che non svolgeva più in prima persona da parecchi anni; gli altri tre indossavano calzamaglie nere, scarpe nere, maglioni neri e passamontagna nero nonostante fosse fine luglio. Dopo un ultimo ripasso del piano i quattro si avviarono, con le rispettive ventiquattrore, anche loro alla lavanderia.

La frana!

Quando il commando della Albergons arrivò alla lavanderia trovò le luci accese, cosa che indispettì parecchio il Sella per via degli sprechi energetici, costringendolo a cambiarsi d’abito: mise un completo grigio fumo con camicia nera e cravatta gialla. I quattro girarono per un po’ nei corridoi, districandosi nel fogliame e imprecando contro gli insetti tropicali che vi avevano trovato residenza, finché non raggiunsero la sala lavatrici. Lì trovarono il Mufloni seduto per terra, impigliato in un groviglio di rami e cavi elettrici da cui spuntava il manico di un grosso coltello piantato dritto nel cuore del malcapitato. Di fianco al morto, il Mossotto ed il Ralgutti erano intenti a riempire una grande tinozza metallica con dell’acido, operazione che interruppero per occuparsi dei nuovi venuti.

Ralgutti, dalle voci e dai telefonini che sbucavano dalle loro tasche, riconobbe anche sotto i passamontagna i tre incompetenti che mesi prima l’avevano cacciato senza dare ascolto alle sue preziose proposte. Prese ad insultarli, disse che non potevano tormentarlo così, che già non gli aveva perdonato di essersi impicciati in come gestiva la lavanderia, ma che se adesso venivano lì a sindacare anche su come si vendicava della loro offesa al suo onore allora voleva proprio dire che ce l’avevano con lui; a quel punto si sentiva costretto a sfidarli a duello, scegliessero loro l’arma purché non fosse troppo pesante da maneggiare perché era un po’ stanco dopo la collutazione con il Mufloni.

I tre, levatisi i passamontagna per il troppo caldo e perché tanto erano stati riconosciuti, lo canzonarono prendendo i cellulari, componendo il numero di telefono della polizia e dicendo che erano proprio curiosi di sapere come poteva spiegare il morto che stava ai loro piedi. L’ex direttore chiese di quale morto parlassero, che lì non c’era nessun morto e che se loro ne vedevano uno era perché erano loro gli assassini: chi lo dice sa di esserlo!

Quando sentì parlare di polizia, Frankie prese i cellulari dei suoi tre sottoposti, li infilò in una centrifuga e la avviò alla massima potenza, poi si mise a discutere con il garzone su chi dovesse lasciare il campo all’altro: il boss sosteneva che il padrone era lui e che quindi stava a lui decidere, che anche il corpo del direttore morto era suo e avrebbe fatto pagare a loro due vandali i danni per il buco lasciato dal coltello, che lui non aveva tempo da perdere, doveva andare a letto presto perché l’indomani mattina all’alba aveva un aereo per l’America e non poteva mica stare dietro ai capricci del primo assassino che capitava per cui si levassero dai piedi e li lasciassero far saltare per aria tutto; poi avrebbero potuto riprendere ad accoltellare chi gli pareva. Ermete naturalmente non voleva sentire ragioni: siamo arrivati prima noi, ormai abbiamo cominciato e quindi dovete almeno lasciarci finire la partita, non avevate mica prenotato e così via.

Nel bel mezzo di questo interessante dibattito arrivammo anche noi, con in testa Melchiorre, che sapeva la strada.

  • Quando vide i tre dirigenti della Albergons, furioso anche più di Ralgutti, lì aggredì accusandoli di essere dei meschini parolai che approfittavano della buona fede delle persone, di predicare bene e razzolare male, di non avere né arte né parte, di essere degli assassini. A questo punto però i tre lo fermarono dicendo che non era vero, che era stato appena appurato che gli assassini erano Ralgutti e Mossotto, ma Bonatti non si fece intimidire e stava riprendendo la sua requisitoria quando anche l’ultimo personaggio fece il suo ingresso in scena.

Eccoci qua

Manlio P.I., che aveva ormai limato alla perfezione il suo discorso per indurre il Mufloni a confessare, entrò nell’affollata sala delle lavatrici e chiuse la porta alle sue spalle producendo intenzionalmente un certo rumore, per ottenere che i presenti facessero silenzio. Nessuno se ne accorse.

Si schiarì allora la gola e mollò da una certa altezza sul ripiano metallico di una lavatrice il suo coltellino svizzero, ma tutti continuavano a litigare come se nessuno fosse entrato.

Solo quando estrasse la sua pistola e sparò un colpo in aria, urlando “Silenzio!” riuscì ad attirare l’attenzione dei presenti. Ma non di tutti: Ermete ed il boss continuarono, un po’ più a bassa voce, a polemizzare petulanti: “c’ero prima io”, “ma io sono più grosso”, “e io c’ho il papà aviatore”, “e il mio fa l’astronauta”…

Infine Manlio li centrò in testa con due saponette esclamando un perentorio “Basta!” e allora anche i due indisciplinati si degnarono di fare silenzio.

Trascurando studiatamente il Mufloni, si rivolse ai tre dirigenti che l’avevano assoldato e disse che era contento di trovarli lì: aveva intenzione di chiamarli, l’indomani mattina per non disturbarli a notte inoltrata, per comunicargli che era riuscito come promesso a risolvere rapidamente il mistero dei direttori scomparsi e per invitarli assieme alle altre persone coinvolte in qualche modo nelle indagini (e nel dire questo si rivolse anche al Mossotto, al Ralgutti ed a Melchiorre) ad una riunione in cui avrebbe chiarito una volta per tutte come fossero andate realmente le cose, ma visto che erano già tutti lì era ancora meglio: potevano assistere di persona, in diretta, allo smascheramento del colpevole.

Tutti lo guardavamo come si guarda un tizio non invitato alla festa che si metta anche a fare il disc jockey con della musica che non piace a nessuno, ma lui non se ne accorse, preso nel suo ruolo di moderno Poirot. Apostrofò invece Frankie Sella e noi quattro delle Brigate Epicuro presentandosi e suggerendo che, prima di cominciare, facessimo anche noi un rapido giro di presentazioni in modo che tutti poi sapessimo a grandi linee con chi si stesse parlando. Presi di sorpresa, lo assecondammo: “Ehm, noi siamo le Brigate Epicuro, ultra edonisti rivoluzionari; ci occupiamo principalmente di far saltare in aria alberghi, ristoranti, cose così. Prima di questo abbiamo lavorato come cuochi in un fast food e come controllori della qualità in una catena di alberghi ma erano esperienze che non ci soddisfacevano in pieno.”

Anche il boss della Albergons rimase vittima dell’assurda stupidità di quel detective: “Sono Frankie Sella, very, but very powerful chairman(5) della Albergons Internationals; qui è tutto mio. Ho cominciato portando pizze a domicilio, una cosa piacevolissima, tutto all’aria aperta, conoscevo un sacco di gente e tutto quanto; poi ho avuto la fortuna di consegnare una pizza al precedente padrone della multinazionale che oggi presiedo, e gliel’ho consegnata così bene che lui, mentre gli tenevo il mio coltello piantato in gola, ha avuto il buon cuore di firmare un documento in cui affermava che, stanco delle sue responsabilità, mi lasciava tutto e si ritirava a coltivare il suo orticello. Così eccomi qua.”

Bene, adesso la situazione appariva chiara: c’era Mufloni morto tra le piante e i cavi della sua rete aziendale; c’erano Ralgutti e Mossotto colti sul fatto mentre si apprestavano a far sparire il cadavere; c’erano i vertici della Albergons Internationals con le valige piene di tritolo pronti a far saltare la lavanderia; c’eravamo noi praticamente nella stessa condizione; e c’era questa caricatura di un detective che non aveva capito nulla e che non si era nemmeno accorto che il suo colpevole era stecchito.

A quel punto sembrava aprirsi una serie praticamente infinita di soluzioni: per esempio Frankie Sella avrebbe potuto indossare un risoluto abito rosso e licenziare su due piedi il detective, dato che ormai erano già stati scoperti senza il suo aiuto gli assassini e non c’era più bisogno di pagarlo; Manlio allora si sarebbe arrabbiato, avrebbe minacciato di sparargli se non firmava una carta in cui gli consegnava il comando di tutto e, una volta diventato lui stesso very powerful, avrebbe obbligato tutti a starlo a sentire mentre finalmente smascherava il vero colpevole.

Oppure noi, invece di rimanere lì come allocchi, avremmo potuto con qualche scusa, tipo che dovevamo dare da mangiare al pitone che altrimenti si sarebbe stritolati e ingurgitati i nostri cuccioli di labrador, congedarci dalla compagnia per tornarcene al quartier generale rinunciando al colpo, che tanto ci avrebbe pensato Frankie; a quel punto, però, anche Ermete e Ralgutti avrebbero inventato qualcosa per venirsene via con noi; ma il detective ci sarebbe rimasto male per il nostro disinteresse e si sarebbe messo a piagnucolare: non potete andarvene tutti, qualcuno deve rimanere a sentire, dai che non ci metto tantissimo, vedrete che è divertente; noi chiaramente, per non vederlo implorare in quel modo, avremmo ceduto e saremmo rimasti tutti a sentirlo. Potrei andare avanti per pagine e pagine a immaginare possibili sviluppi, l’ho fatto più volte in cella ripensando a quella notte, ma questi sviluppi si concluderebbero sempre allo stesso modo: non avevamo scampo.

Forse tutti noi, in quel momento, per chissà quale forma di premonizione sapevamo che non c’era in realtà modo di togliere l’iniziativa a Manlio P.I.; oppure semplicemente noi avevamo incontrato delle difficoltà impreviste che richiedevano di rivedere i nostri piani, mentre lui era venuto lì con l’intenzione di fare una filippica al povero Mufloni e poco gli cambiava se ad ascoltarlo c’erano altre undici persone.

Era concentrato sulla sua orazione accusatoria e il fatto che la lavanderia fosse così affollata in piena notte non gli dava minimamente da pensare; in effetti dubito che quel cervello limitato avesse risorse residue da dedicare a pensare, essendo già impegnato a ripassare mentalmente il teorema d’accusa.

La lezione del professor Olivier

Manlio Olivier, mentre noi rimanevamo lì impalati, pronunciò dunque la sua arringa.

“Cari signori, come voi tutti sapete alcuni giorni fa i tre dirigenti della Albergons Internationals qui presenti vennero da me chiedendomi di aiutarli a risolvere l’inquietante mistero che circondava le sparizioni di tre dirigenti della medesima società incaricati di sostituire il ragioner Ralgutti (indicò a beneficio dei presenti il ragioniere, che stava guardando per terra sperando di non essere interrogato), sollevato dal suo incarico perché ritenuto non più adatto a guidare la lavanderia.

Mi spiegarono che, a causa di una clausola contrattuale voluta dal Bonatti al momento della cessione dei suoi alberghi alla loro società, erano costretti a tenere aperto questo posto nonostante costasse ben più di qualsiasi alternativa presente sul mercato ed a loro dei bucati non importasse un fico e dei sette dipendenti che lavoravano qui meno ancora (guardò a questo punto il Mossotto che, al sentire questa ultima frase stava per riprendere a litigare con i tre dirigenti e venne fermato solo dallo sguardo autoritario del detective). Mi dissero anche che i tre direttori che si erano alternati sulla poltrona del Ralgutti erano tutti molto capaci e preparati. Su questo, però, ho avuto delle visioni diametralmente opposte nel corso delle mie indagini presso la lavanderia.

Devo dire che alla fine questo aspetto si è rivelato irrilevante, se non per il fatto che nei due opposti giudizi non ci fosse uno dei tre particolarmente brillante e gli altri due un po’ ottusi o viceversa: o erano tutti e tre molto svegli, oppure erano degli incompetenti. Annotatevi questo particolare, perché è tra le chiavi per far aprire il sesamo.

Assieme alle loro descrizioni, i tre dirigenti mi consegnarono dei profili e curriculum dei direttori scomparsi e del qui presente Mufloni (anche il Mufloni, come il Ralgutti, stava guardando per terra, evidentemente sentendosi braccato e non avendo il coraggio di affrontare la disfatta a viso aperto) e fu dalla approfondita analisi dei profili dei tre scomparsi che ebbi la prima indicazione di quale potesse essere la soluzione: una lista impressionante di similitudini facevano l’uno sostanzialmente la copia carbone degli altri due, dal fatto di essere tutti laureati in organizzazione aziendale al giocare a golf, fino ad arrivare ad un particolare che forse denota una inconscia volontà di essere alla fine smascherato, oppure invece un delirio di onnipotenza che spingeva il nostro a sfidare beffardamente le vittime della sua truffa (Qui fece una pausa ad effetto, tenendoci tutti sulla corda). I titoli delle tesi di laurea ed i nomi delle scuole di specializzazione dei direttori scomparsi sono costruiti anagrammando le medesime parole, non una di più, non una di meno!”

A questo punto il detective si fermò e con lo sguardo abbracciò l’intero uditorio per verificare l’impatto delle sue parole.

Per la maggior parte lo stavamo guardando storto, pensando che doveva essere ubriaco o drogato, mentre Ralgutti e Mossotto si scambiavano occhiate d’intesa, evidentemente convinti che l’intervento di quel demente che stava sviando l’attenzione dal loro delitto potesse in qualche modo salvarli. Frankie si era cambiato d’abito, indossando un doppiopetto viola impazienza, e guardava con disprezzo i suoi tre dirigenti, colpevoli di avere assoldato quell’imbecille.

Manlio interpretò tutto questo come evidente segno di profondo interesse, ammirazione e persino invidia; non riuscì, però, a trattenersi dal bacchettare il Sella, sostenendo che non era educato cambiarsi lì in pubblico, che la prossima volta se proprio non poteva aspettare andasse in bagno e lì facesse quello che doveva fare. Ma in fretta perché non si poteva mica tenere tutta la classe ad aspettare i comodi suoi. Poi riprese.

“Naturalmente non potevo basarmi sul solo contenuto di quelle carte per costruire la mia accusa: ogni indagine che si rispetti richiede dei riscontri incrociati, una serie di interrogatori, un controllo dei luoghi in cui si presume si siano verificate le sparizioni. E poi, se devo essere sincero, c’era ancora una questione che rimaneva oscura: il profilo del quarto dirigente, del Mufloni, era completamente differente dagli altri tre. Anche troppo differente. Decisi di lasciar decantare questa constatazione: al momento opportuno avrei capito, ero sicuro che sarei riuscito a far quadrare il cerchio.

Dedicai alcuni giorni a sentire approfonditamente le persone in qualche modo coinvolte con la lavanderia e così intervistai, in incognito, il Bonatti, il Ralgutti e tutti i dipendenti della lavanderia stessa. Mi risultò subito evidente che nessuno di loro aveva a che fare con le sparizioni: non l’anziano ex proprietario, così restio ai contatti interpersonali che mai avrebbe potuto anche solo avvicinare i tre direttori, figuriamoci farli sparire; nemmeno il vecchio direttore, il ragionier Ralgutti, troppo impegnato a recriminare sul suo trattamento, a rimuginarci: come tutti sanno, can che abbaia non morde. All’interno della lavanderia, poi, il personale era tutto così mediocre che probabilmente non sarebbe nemmeno stato in grado di pensare che si potesse far sparire qualcuno: ve le immaginate le quattro lavandaie che nottetempo ficcano in lavatrice il corpo del loro direttore, sperando di lavarlo a tal punto da farlo svanire? Oppure i due fattorini mettere il cadavere al volante di uno dei loro furgoni sperando che questo se ne andasse da solo? Magari potevano anche accendergli il motore, per aiutarlo. E che dire del garzone? Spero non si offenda, ma per me era evidente che oltre alle due stupidaggini che faceva da trent’anni alla lavanderia non era in grado di andare, figuriamoci organizzare la sparizione di quattro persone.

Chiaramente il colpevole non andava cercato tra quelle persone; tuttavia non avevo sprecato il mio tempo inutilmente, nel sentirle: ognuna di loro mi fornì, in un modo o nell’altro, indizi a sostegno della mia tesi. Interrogai anche l’attuale direttore, sperando in qualche passo falso che mi fornisse l’ultima chiave di lettura,  passo falso che puntualmente si verificò anche se non in maniera eclatante: il Mufloni, con uno zelo anche troppo evidente, per tutta la conversazione che avemmo si era premurato di sottolineare la sua profonda distanza ideologica e metodologica dagli altri tre. Naturalmente proprio in questa eccessiva differenza stava la chiave per risolvere definitivamente il mistero.”

Ormai eravamo tutti curiosi di vedere dove sarebbe andato a parare; persino Frankie aveva dimenticato il suo aereo e si era messo un completo verde pastello, rispettosamente nascondendosi dietro un mucchio di panni da lavare per non urtare la suscettibilità dei presenti. Ralgutti e Mossotto erano sempre più rilassati, convinti ormai di essersela cavata. Chissà come, il fatto che Manlio P.I. desse l’impressione di non aver notato che Corrado Mufloni era morto implicava che nemmeno gli altri presenti fossero più coscienti che loro due lo avevano appena fatto fuori: se il detective diceva che non erano stati loro, si doveva cercare qualcun altro! Con crescente speranza, dunque, ascoltavano le argomentazioni che li stavano scagionando immaginandosi quasi di vedere da un momento all’altro il Mufloni, non più accoltellato, alzarsi e contestare al detective quel tono saccente con cui aveva riportato il loro colloquio.

“Qualcuno ha un’idea di perché proprio la differenza era la chiave per ricondurre all’identità?” Dall’alto della sua superiorità l’Olivier ci guardava sfidandoci a dargli quella risposta, mancava solo che ci suggerisse l’iniziale della soluzione per aiutarci a  tirarla fuori. Nessuno sembrava intenzionato a dargli soddisfazione, così riprese.

“Ci misi parecchio anche io, non vi preoccupate: due giorni interi dedicati a leggere e rileggere i miei appunti, le carte, le descrizioni della situazione fattemi dei miei clienti, ma alla fine, proprio questa sera ho avuto l’illuminazione definitiva: il Mufloni era diverso perché doveva essere diverso!

Dopo che per tre volte aveva interpretato sostanzialmente lo stesso personaggio, facendolo una quarta volta avrebbe corso il rischio di ripetersi, di annoiare e di rendere evidente che in realtà era sempre lui travestito. Così decise che sarebbe dovuto diventare un personaggio completamente nuovo rispetto ai tre precedenti, confidando nel fatto che comunque non si sarebbe più trovato nessuno rispondente ai requisiti precedenti disposto ad accettare il posto. Provate a confrontare il Mufloni con il Pani Tigulli: tanto il primo è brutto, trasandato, grezzo e anche sporco, tanto il secondo era un figurino, sempre impeccabile, bello e pettinato. Non deve essere stato facile, per una persona abituata a curare il suo aspetto, ridursi ad un goffo scimmione come quello lì, però per la sua vendetta era necessario.

E quanto alla difficoltà di trovare un suo sostituto dimostrò di avere ragione: dopo la terza sparizione, mi dissero i dirigenti della Albergons, non avevano più trovato giovani con la preparazione che interessava loro e disposti a rischiare l’osso del collo alla lavanderia, così decisero di cambiare completamente profilo, mirando ad un tipo un po’ folle, che amasse il rischio; guarda caso, proprio il tipo di persona che il nostro uomo aveva deciso di impersonare, evidentemente conoscendo a fondo la psicologia, lasciatemi dire un po’ sempliciotta, dei suoi capi.

Tombola, ragazzi, avevo ormai fatto quadrare tutto.

Vi chiederete ora quale potesse essere il movente.

Quello l’avevo capito fin da principio, era evidente. C’erano, veramente, due ordini di motivazioni: una prima prettamente economica ed una seconda più emotiva. Quanto alla questione economica, basta che guardiate i compensi dei quattro dirigenti che si sono succeduti in pochi mesi alla guida di questo posto: mostrano una crescita esponenziale. Ho controllato l’inflazione: i prezzi sono cresciuti di un misero uno percento, quindi la maggiore paga era legata a qualcos’altro. Ma cosa distingueva il primo dal quarto dirigente?

Il rischio! Per compensare il fatto che, apparentemente, quell’incarico comportava il concreto rischio di svanire senza lasciare traccia, la Albergons è stata costretta a pagare sempre più profumatamente i suoi direttori.

Già questo potrebbe essere un buon motivo, ma il nostro uomo ne aveva anche un altro, forse persino più importante: la vendetta! Ebbene si, leggendo il profilo del primo direttore ero subito rimasto colpito da una storia, qualcosa di ben anteriore alla vicenda che ci ha portato tutti qui questa notte. Alcuni anni fa il dottor Valerio Pani Tigulli, il primo direttore, era stato vittima di un tiro piuttosto antipatico da parte del suo diretto superiore che per scherzo l’aveva mandato, per conto della società, a licenziare alcuni dipendenti di un albergo cubano; la cosa aveva causato l’imprigionamento del Pani Tigulli per un paio di settimane all’Avana, con intervento del locale ospedale psichiatrico per motivazioni che non mi sono sinceramente molto chiare. Il giovane dirigente si sentì tradito, beffato, svergognato. Per mesi, una volta rientrato in patria, rimase sicuramente oggetto delle prese in giro da parte dei colleghi, sviluppando un feroce desiderio di rivalsa. Chi non avrebbe provato lo stesso desiderio?

E quale modo migliore di vendicarsi che costringere l’azienda a pagarlo sempre di più, una montagna di soldi per fare il medesimo lavoro? Così quando gli si presentò l’occasione non ci pensò due volte: dopo poche settimane di lavoro alla lavanderia, durante le quali aveva intanto provveduto a inserire negli archivi aziendali alcuni profili fittizi di giovani dirigenti con le sue stesse caratteristiche, si eclissò in attesa che lo richiamassero, sotto uno dei suoi pseudonimi, per riprendere il suo posto con una paga congruamente aumentata. Il giochino gli riuscì due volte, poi dovette cambiare ruolo per non farsi beccare, ma intanto anche i suoi capi dovettero cambiare tipologia di direttore e quindi il trucco riuscì ancora una volta.”

Adesso, finalmente, Manlio Olivier si rivolgeva direttamente al povero Mufloni: "Ma questa volta non avrà modo di sparire di nuovo, caro dottor Ruggero Mufloni! O dovrei dire Valerio Pani Tigulli? O Eros Frammisti o come diavolo si chiama lei veramente?

Poteva sperare di mettere in scacco la sua azienda, ma non una vecchia volpe come Manlio P.I.!”

(1) Il cartello di Medulin (Croazia), da non confondersi con il più famoso cartello di Medellin (Colombia), è un’organizzazione para-mafiosa che gestisce il racket dei campeggi in tutta la zona mediterranea e che con l’organizzazione parallela di Rostock (Germania) costituisce il cosiddetto “segmento d’oro”, che controlla il turismo leggero in tutta Europa stabilendo i tipi di gelati da tenere nel bar, le canzoni da utilizzare per l’animazione, l’altezza dell’erba sulle piazzole e altro ancora, con pattuglie che nottetempo vanno a spicchettare le tende ai clienti nei campeggi che non si adeguano alle direttive.

(2) alcuni sostenevano, erroneamente, fosse un pronipote dello stesso Quintino Sella, fondatore nel lontano 1863 del Club Alpino Italiano e questo gettò, fino a che non fu chiarita la sua totale estraneità con il CAI stesso, un’ombra inquietante sulla gloriosa storia dell’istituzione montanara, sui rifugi da essa gestita e sulle guide alpine

(3) Sembra addirittura che questo individuo sia in grado di coordinare a fini di business l’attività di una notevole massa di attivisti politici, fanatici religiosi e mercenari qualsiasi su scala globale, penalizzando con piccole guerre civili o semplici insurrezioni le aree in cui intende costruire nuovi alberghi, in modo da spuntare prezzi più bassi per i terreni edificabili.

(4) Spesso impropriamente assimilato alla capacità di risolvere problemi, il problem solving è invece un’arte marziale mentale, come lo definisce il logico Stanley G. Laurel, Professor Emeritus di positive thinking alla Princeton University, nel suo “Sconfiggere i problemi. Come abbattere ogni ostacolo che si frapponga tra te ed i tuoi obiettivi e vivere una vita di piena armonia tra te e te”. Assimilando il problema ad un avversario, il problem solver mette in atto una serie di tecniche mentali, di artifici logici che spiazzano il problema stesso, gli fanno credere di essere affrontato da un lato e invece lo prendono dal lato opposto, oppure addirittura non lo prendono affatto e lo lasciano lì, trascurato e umiliato. Spesso il semplice guardare dall’altra parte è sufficiente a che il problema, offeso, se ne vada imbronciato. Altre volte è necessario ricorrere a stratagemmi più sottili, mutuati dalle tecniche di guerra dell’antica Cina. Certo, alla fine ciò che traspare all’esterno è banale capacità di risolvere i problemi, ma il valore di una generica risoluzione di problema e quello di un’attività di problem solving applicata al medesimo problema è evidentemente ben diverso.

(5) Spesso la qualifica di very powerful chairman, letteralmente “presidente molto potente”, viene usata con leggerezza, più che altro per riempirsi la bocca e impressionare interlocutori poco scafati, da presidenti d’impresa senza un minimo di voce in capitolo nelle decisioni che contano; il caso del Sella è tuttavia uno dei pochi in cui tale terminologia risulti appropriata e dove addirittura il rafforzativo appaia necessario, sia per la quantità di cariche che all’interno della Albergons Internationals il nostro ricopre (ricordiamo che oltre a presidente è anche amministratore delegato e direttore generale oltre ad essere azionista di maggioranza, che alla fine è l’unica cosa che conti), sia per la sua indubbia ancorché oscura influenza anche all’esterno dell’azienda.

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