IL CALZEROTTO MARRONE
Quadrimestrale on line di scrittura creativa
Lavanderia Fatale
Domanda trabocchetto
Il morto, da parte sua, se ne stava immobile con lo sguardo per terra.
Aveva anche cominciato ad impallidire lievemente, per via del sangue che aveva perso.
“Fa bene a starsene zitto e impallidire, caro dottore: non c’è proprio niente che possa dire a sua discolpa e adesso l’aspetta solo un bel po’ di tempo in gattabuia!”
Con un sorriso soddisfatto, quello squinternato si rivolse ai tre dirigenti della multinazionale per riscuotere il loro apprezzamento ma questi, vergognandosi come vermi per averlo assoldato, stavano guardando altrove e aspettando l’inevitabile reazione furiosa del loro boss.
Per la verità il loro boss non era l’unico da cui avrebbero dovuto aspettarsi una reazione: anche noi eravamo tentati di riempire di parole quei tre incompetenti: in fondo era colpa loro se eravamo stati costretti a sorbirci i discorsi di quel tipo e altre, più gravi conseguenze ci sarebbero derivate da quella loro scelta insana.
Invece, ancora una volta, il più lesto a prendere la parola fu Manlio P.I.: saltando di palo in frasca come solo a lui ho visto fare, l’investigatore si rivolse ad Ermete. “Ah, signor Mossotto, c’è una cosa che però mi deve spiegare, che proprio non capisco: cosa diavolo ci mette in quelle piante per farle venire su così bene, così verdi e direi rigogliose? Perché sa, anche io ho un paio di dracene, però le mie rispetto a queste sembrano in fin di vita. Ho provato anche con dei concimi, ho provato ad annaffiarle più spesso dato che mi è stato detto che lei gli dà acqua anche tre volte al giorno, però non ho notato apprezzabili segni di cambiamento.”
Il povero Mossotto, che sino a quel momento era convinto di essere definitivamente riuscito a farla franca, si sentì il mondo crollare addosso: aveva pensato che quel detective fosse un imbecille totale che non riusciva a vedere un morto neanche quando ce l’aveva seduto davanti; aveva sperato che con tutto quel parlare l’investigatore avesse confuso a tal punto tutti gli altri che ormai non ci si ricordasse più che lui e Achille stavano preparandosi a far sciogliere nell’acido quel maledetto cadavere; aveva anche cominciato, per convincere ulteriormente i presenti che in realtà Mufloni era ancora vivo, a fare battutine nell’orecchio del morto, a dargli delle impercettibili spintarelle per farlo muovere, a fingere di ascoltarlo e poi ridere come se gli avesse fatto qualche osservazione sagace. E invece saltava fuori che era stata tutta una finta, che quel Manlio Olivier si era divertito a giocare con lui per tutto il tempo, fingendo di aver sbagliato completamente strada per il solo gusto di farlo illudere; uno sciacallo che giocava con i sentimenti dei poveri assassini, un voltagabbana della peggior specie, senza il minimo rispetto, senza morale, ecco cos’era.
Vedendosi perduto cedette di schianto, senza ritegno: “Ebbene si, sono stato io! Ma lei è un infido serpente, se la prende con i più deboli. Si, li ho uccisi io tutti quanti, assieme all’Achille e poi li abbiamo sciolti nell’acido e dati alle piante come concime. Ha visto che bene che vengono su le piante, con quel buon concime? E guardi che quei direttori non erano mica buoni per altro che per concimare le mie piante, mi creda.
Lei, signor Sella, dovrebbe stare più attento a chi assume nella sua società perché quei quattro erano degli incapaci, si fidi di me. Volevano solo licenziarmi, lasciarmi per strada, ecco la verità. Altro che migliorare la produttività della lavanderia. E allora ditemi voi cosa potevo fare io per difendermi: il sindacato è sempre più asservito ai padroni, i miei colleghi erano troppo superficiali per organizzare una resistenza interna efficace, sperare che i direttori cambiassero idea da soli era da stupidi. Non restava che questa soluzione. Mi sembrava tutto sommato abbastanza accettabile anche per la Albergons, in fondo gli eliminavamo persone senza un minimo di qualità, avrebbero dovuto solo ringraziarci, ecco la verità. E invece questi cosa fanno? Assoldano un detective! Bella riconoscenza. Evidentemente aveva ragione l’Achille a volersi vendicare di questa azienda che l’aveva cacciato senza un minimo di gratitudine. Diglielo anche tu, Achille, come stanno le cose!”
Il Ralgutti, frastornato per questo improvviso cambiamento, perse completamente di vista la situazione e cadde in una pietosa regressione infantile: si mise a balbettare qualcosa a proposito delle interrogazioni programmate, disse che non era preparato perché dei compagni prepotenti gli avevano sottratto il libro e gli appunti e quindi non aveva potuto studiare, chiese che lo si interrogasse la prossima volta, quando sicuramente sarebbe stato preparato a dovere.
A questo punto i tre dirigenti della Albergons, ringalluzziti dall’atteggiamento implorante del ragioniere, aggredirono verbalmente i due. “Eh no, carini! Non potete rigirarci la frittata in questo modo! Da che mondo è mondo il top management stabilisce la vision e la strategy, il middle management si occupa di veicolarle agli strati sottostanti e attuarle, mentre le risorse umane poco skillate(1) si limitano a eseguire, sempre che ne siano capaci! Ma chi vi ha dato il permesso di sindacare le nostre scelte? Ma cosa stiamo qui a discutere? Voi non conoscete nemmeno le teorie di base, siete dei bifolchi, pensate che uno per dirigere una lavanderia debba conoscere come si fa il bucato: ma in che mondo vivete? Siete solo dei qualunquisti tutti ripiegati sui vostri interessi privati. Ma adesso vi faremo pagare i danni, ci avete sabotato il nostro bellissimo integration plan facendoci fare brutta figura con il boss e adesso noi vi trasferiamo per punizione a ripulire le camere in uno dei nostri alberghi specializzati in gite scolastiche: un vero inferno! Vogliamo vedere se poi avete ancora voglia di discutere.”
Per quel che possa ricordarmi, quei cinque andarono avanti così per diverso tempo, ma sinceramente dopo un po’ divenne difficile stargli dietro anche perché parlavano tutti assieme, senza un moderatore che mantenesse il confronto su toni civili e costruttivi.
Una conversazione di lavoro
Noi eravamo rimasti piuttosto in disparte mentre si consumava la tragedia di Ermete Mossotto ed Achille Ralgutti: tutto sommato la cosa non ci coinvolgeva per niente, anche se potevamo avere le nostre simpatie, e per il momento pareva che personalmente non corressimo seri rischi. Come noi, aveva un atteggiamento piuttosto distaccato anche il boss della Albergons, la cui attività principale in tutto quel tempo era stata cambiarsi d’abito con una velocità impressionante e con una notevole frequenza. La cosa ci colpì parecchio, anche perché i suoi vestiti erano sempre decisamente eleganti e apparivano di ottima fattura, così lo avvicinammo e gli facemmo i complimenti per il suo guardaroba, davvero notevole. Poi, incoraggiati dal sincero piacere con cui aveva accolto il nostro apprezzamento facendoci anche toccare con mano la deliziosa morbidezza del tessuto, ci permettemmo di fargli presente che ci sembrava decisamente meno azzeccata la scelta dei suoi collaboratori che apparivano, spiaceva dover dare ragione ad Ermete Mossotto, degli incapaci.
Frankie si cambiò nuovamente d’abito, indossando un viola scuro che, ci disse, esprimeva il suo fastidio nel dover parlare di quei tre, e ci chiese di lasciar perdere quel discorso perché già era abbastanza infuriato con loro senza che ci si mettessimo pure noi.
Ci spiegò che era sempre molto complicato stando nella sua sede centrale negli Stati Uniti, dall’altra parte dell’Oceano, tenere tutto sotto controllo a livello internazionale basandosi solo sulle strutture ufficiali dell’azienda, specie perché queste tendevano a coprirsi a vicenda, a fare comunella: per esempio una volta lui aveva deciso che in un albergo appena acquisito in non si ricordava più quale stato africano, per esigenze esclusivamente di servizio s’intende, tutti i dipendenti di colore andassero licenziati; beh, la sede locale della Albergons tirò fuori tutta una serie di difficoltà legali, di questioni di immagine e di ordine pubblico da cui risultava chiaro che avevano fatto degli accordi di qualche genere con quell’albergo alle spalle sue e degli azionisti, che in ultima analisi sono gli unici che proprio non è il caso di contrariare. Era stato costretto, per far andare avanti le cose come dovevano andare, a mandare un piccolo commando a minacciare quei dipendenti in esubero, in modo che si licenziassero da soli. E i casi di questo tipo non si contavano!
Alla fine, non potendosi fidare per la straordinaria amministrazione della gerarchia aziendale, si era creato una piccola struttura segreta parallela a quella ufficiale cui demandava le attività più spinose. Di tale struttura facevano parte, guarda caso, anche alcuni gruppi di terroristi accuratamente selezionati. Terroristi di eccellenza, mica estremisti da quattro soldi che agivano sull’impulso del momento tirando qualche molotov solo perché non gli piaceva come il governo trattava i lavoratori: i suoi erano gente seria, preparata, come gli sembrava fossimo noi e a questo proposito si domandava se non fossimo interessati, caso mai, a entrare a far parte della sua rete. C’erano anche dei fringe benefit, naturalmente: all’atto dell’associazione ci sarebbe stato consegnato il telefonino della ditta, potevamo andare in vacanza con lo sconto del venti percento in tutti gli alberghi Albergons e avremmo avuto accesso ai grandi fornitori di armi ed esplosivi dove si approvvigionavano i maggiori gruppi terroristici a livello internazionale.
La proposta sembrava conveniente anche se, gli dicemmo, come posizione di principio noi avremmo combattuto le multinazionali; la cosa poteva non costituire un problema se la Albergons Internationals fosse stata una azienda che prestasse particolare cura alla qualità di cibi, lenzuola, materassi e così via. Per risolvere la questione suggerimmo che ci si ospitasse in alcuni dei loro alberghi nelle successive settimane, cosicché avessimo modo di sincerarci di persona della coerenza ideologica di una simile scelta, dato che non volevamo disorientare con prese di posizione azzardate il seguito dei nostri simpatizzanti.
Ma allora è proprio una fissa!
Mettiamoci per un attimo nei panni di Melchiorre Bonatti: combattendo contro il suo amore per il pulito e contro i sentimenti che lo legavano a quell’edificio e a quelle lavatrici si era risolto a distruggere la sua lavanderia per non lasciare che un manipolo di miserabili la trasformasse con le sue pratiche maldestre in un focolaio di sporconi, macchiandone la storia gloriosa; era arrivato lì quella notte sperando di farla finita prima possibile anche grazie al nostro contributo di esperti; era ormai vecchio e aveva vissuto tutto quello che aveva da vivere, aveva anche terminato la sua ricerca dei marilyni sui corpi delle fotomodelle e adesso gli sarebbe toccato di intraprendere la caccia alle loro anti-particelle, gli orridoni, osservando senza posa una sequenza chissà quanto lunga di stomachevoli carampane, una cosa che ci aveva confessato non garbargli affatto, anche se andava fatta per il bene della scienza.
Ora pensate a come vi sentireste se, con quanto detto sopra, vi trovaste nella presente situazione: vi siete introdotti con uno zaino carico di tritolo nella vostra lavanderia e il tritolo, tanto per cominciare, pesa un sacco e quindi lo zaino vi fa male alla schiena vecchia e ricurva; è la prima volta che fate saltare per aria una qualsiasi lavanderia e inevitabilmente siete nervoso; è tardi e voi di solito a quest’ora state già dormendo e per di più continuate a inciampare nelle maledette piante che qualche stupido ha sparso dappertutto, anche sui pavimenti dei corridoi; arrivate annaspando sul posto in cui avete stabilito di piazzare l’esplosivo e lo trovate già affollato di gente peggio di Piazza San Marco per la festa del Redentore. Per di più subito dopo arriva un detective farneticante che sembra fare apposta ad innervosirvi perdendo tempo in chiacchiere senza senso e, quando questo se Dio vuole ha finito, prendono il suo posto due vostri vecchi collaboratori e i tre farabutti che vi hanno indotto con l’inganno a vendergli quanto avevate di più caro, che si mettono a litigare come gatti in calore, uno spettacolo davvero disgustoso.
Già questo sarebbe stato sufficiente a giustificare un cedimento del povero vecchio, ma la goccia che fece traboccare il vaso, debbo ammetterlo, fu il vedere che noi delle Brigate Epicuro, che eravamo arrivati lì con lui per sostenerlo nella sua mossa disperata contro la multinazionale che lo aveva ingannato, ci mettevamo a chiacchierare come se niente fosse proprio con il capo di quella stessa multinazionale.
Ricordo bene come, quando ero giovane, mi desse fastidio vedere che l’amico assieme al quale ero andato ad una festa, dove magari non conoscevo quasi nessuno e i pochi che conoscevo mi stavano antipatici, si metteva a scherzare proprio con gli antipatici trovando un sacco di interessi e conoscenze in comune con loro e lasciandomi come un fesso a presidiare il tavolo delle tartine. In quei momenti avrei voluto che al mio amico sbucasse istantaneamente un enorme brufolo sul naso, che gli scappasse un rutto incontrollato proprio sulla faccia della ragazza più carina del gruppetto con cui stava facendo tanto il giovialone.
Probabilmente un sentimento simile ora animava il vecchio Melchiorre, tradito anche da noi che ci eravamo offerti di accompagnarlo alla festa.
Una tale serie di offese in un tempo così breve indussero il povero Bonatti ad una decisione ancora più drastica di quella che eravamo lì per mettere in pratica: senza più il minimo interesse alla vita sua o delle altre persone che offendevano la lavanderia con il loro vano vociare, prese dal suo zaino le cariche di tritolo ed il suo accendino per mettere definitivamente tutti a tacere.
Protagonista fino in fondo
Chi in un litigio, chi in una chiacchierata, chi meditando tra sé e sé, avevamo tutti trascurato il detective e nessuno ne sentiva nemmeno la mancanza.
Il geniale individuo, anche dopo che Ermete aveva confessato, era ancora convinto della solidità del suo teorema accusatorio ritenendo che la confessione del garzone altro non fosse che un tentativo di rubargli la scena da parte di un eterno fallito che per una volta voleva recitare la parte del protagonista. Pensava che il Mufloni, lungi dall’essere morto, fosse semplicemente annichilito dall’abilità con cui lui l’aveva smascherato.
Mentre quindi attorno a lui tutti si erano messi a fare i fatti propri, Manlio P.I. si avvicinò al direttore seduto tra cavi e vegetali e provò a tirargli i capelli, convinto che sarebbe rimasto con una parrucca in mano. Si fece invece cadere addosso il cadavere e per lo spavento rischiò di finire nella tinozza dell’acido.
Quando si riebbe, terrorizzato dal pensiero di essere veramente in mezzo a degli assassini e a dei dinamitardi, lui che al peggio aveva dovuto avere a che fare con mogli di dongiovanni che scoprivano di essere state pedinate (un’esperienza che comunque non avrebbe augurato a nessuno), si nascose dietro una lavatrice e con il cellulare inserito nel suo coltellino svizzero chiamò la polizia, annunciando che in un colpo solo aveva risolto il caso dei direttori scomparsi e scoperto la banda di terroristi epicurei che da mesi teneva in scacco le forze dell’ordine con i suoi attentati: avrebbero trovato tutti alla lavanderia Bonatti purché si sbrigassero, che diavolo, mica pretendevano che glieli catturasse anche, gli assassini. Già gli aveva levato le castagne dal fuoco trovandoli mentre loro nemmeno pensavano esistessero, adesso che venissero a fare il loro lavoro e … click.
L’agente che aveva risposto riattaccò, stanco di sentire il logorroico all’altro capo del filo. Poi, più che altro per non rischiare di finire nei guai se per caso fosse saltato fuori che quella era una telefonata seria, anche se sembrava impossibile che lo fosse, mandò comunque una pattuglia a controllare. Fortuna volle che la pattuglia arrivasse proprio poco prima che Melchiorre desse fuoco alla miccia che ci avrebbe mandati tutti a continuare le nostre chiacchiere qualche metro più in basso.
Epilogo
Come di tante altre cose, non mi sono ancora capacitato di come tutti, visto che lì evidentemente non avevamo più nulla da fare salvo rischiare che qualcuno alla fine ci trovasse e ci mettesse dentro, abbiamo continuato a occuparci tranquillamente dei fatti nostri fino all’arrivo della polizia.
La stessa pattuglia della polizia è rimasta piuttosto sorpresa di trovare riuniti in quella lavanderia, intenti a discutere di facezie, due assassini, quattro dinamitardi e altri cinque aspiranti tali, oltre ad un cadavere, tanto che temeva si trattasse di una trappola e non ne voleva sapere di entrare. Quel disgraziato del detective ha dovuto trascinare a forza un agente, prendendosi anche delle randellate e rischiando una denuncia a piede libero per aggressione a pubblico ufficiale, per convincerlo ad arrestarci tutti, mentre l’altro rimaneva fuori a fare da palo e a coprirlo da eventuali complici appostati nei paraggi.
E così finimmo tutti quanti in questura e poi in galera, dove naturalmente continuammo le discussioni che erano state interrotte dagli inopportuni poliziotti.
L’unico che rimase tristemente in silenzio per tutto il tempo fu il povero Melchiorre Bonatti: per due volte nella stessa notte non gli avevano lasciato portare a termine l’unica mossa che avrebbe potuto nella sua immaginazione salvare la lavanderia dal destino crudele che le si stava preparando. Era troppo. E sinceramente non posso dargli torto, specie se guardo a quel che avvenne in seguito. Evidentemente lui sentiva che sarebbe successo, i vecchi sono così: hanno un sesto senso per la morte, sia essa di persone, di animali, di piante o di lavanderie.
Si chiuse dunque in un mutismo ostinato che ruppe solo mesi dopo, durante il processo, per puntualizzare che le teorie sulla propagazione dell’igiene, che avevamo tirato in ballo noi per spiegare la sua partecipazione al commando che quella famosa notte aveva tentato di far brillare la lavanderia, non erano “farneticazioni di fanatici dinamitardi”, come sosteneva il pubblico ministero, ma leggi di natura scientificamente dimostrate, sorrette da montagne di evidenze empiriche da lui prodotte ed elargite ai suoi clienti negli ultimi cinquant’anni; che chiedesse pure, il signor pubblico ministero, a chiunque avesse avuto la fortuna di dormire nelle famose lenzuola dei Lavender’s, se non aveva sentito scorrere incessanti sul suo corpo i melchioni, magari per questo faticando un po’ ad addormentarsi; che chiedesse se questo fortunato signore non si era ritrovato la mattina dopo perfettamente pulito e con un sorriso splendente come non se lo ricordava da tanti, tanti anni, pur essendo andato a letto senza farsi la doccia, senza lavarsi i denti né le orecchie!
Il pubblico ministero aveva a quel punto lanciato uno sguardo significativo all’avvocato difensore, il quale aveva annuito alzando impercettibilmente gli occhi al cielo. Fortunatamente il Bonatti non se ne accorse, risparmiandosi quell’ulteriore ingiuria che lo avrebbe sicuramente indotto a perorare ancora la causa delle sue particelle, scaldandosi sempre di più finché il giudice non avrebbe chiamato le guardie o peggio ancora gli psichiatri e lo avrebbe fatto portare via.
Purtroppo per lui, non accorgendosi degli sguardi di intesa tra i due avvocati, aveva solo rinviato una conclusione che, come tutto il resto delle vicende che in quei fatidici mesi hanno travolto lui e le Brigate Epicuro, era evidentemente inevitabile. Comunque, grazie a quella sua uscita durante il processo, Melchiorre ebbe se non altro la soddisfazione di vedere dibattuta sui maggiori quotidiani e in alcuni talk show la sua teoria dai più importanti igienisti, produttori di lavatrici e scienziati d’Italia; l’astrofisica Petunia Tlocc presenziò a quattro programmi televisivi nella stessa serata sostenendo l’esistenza dei melchioni, la loro affinità con i petunoni, la possibilità di osservarli solo a temperature superiori ai novanta milioni di gradi centigradi, valori non raggiungibili nemmeno nelle più moderne lavatrici a fusione nucleare e, infine, la probabile presenza di una importante sorgente di melchioni in un corpo celeste tutto bianco da poco individuato tra la costellazione dello Scorpione e la nebulosa di Andromeda. Assicurò inoltre che si sarebbe adoperata per fare sì che il nuovo corpo celeste venisse intitolato al Bonatti e suggerì addirittura un bellissimo nome: Alfa Melchiorri, nella speranza che si potesse con il tempo individuare un’intera costellazione del Melchiorre composta di sorgenti di melchioni e che si sarebbero chiaramente chiamate Beta Melchiorri, Gamma Melghiorri e così via. La cosa fece naturalmente un gran piacere al vecchio lavandaio.
Nel corso del processo noi del movimento avemmo tutto sommato un trattamento favorevole da parte della stampa e dell’opinione pubblica: alla fine, nonostante i dubbi di coerenza che avevamo sollevato all’inizio, la scelta di rischiare la cattura per fare un piacere ad un vecchio sentimentale ci faceva apparire così scemi che risultavamo quasi simpatici. Ricordo che una mamma ci scrisse che, da quando trasmettevano i servizi sul nostro processo, la sua bimba di quattro anni si divertiva molto di più a seguire il telegiornale in cui parlavano della nostra sfortunata avventura che non a guardare i cartoni animati e spesso prima di andare a dormire le chiedeva di ripeterle la storia dei terroristi imbranati. Ancora adesso ricevo lettere da vecchie signore commosse per come abbiamo prestato ascolto ai bisogni di un anziano in un mondo dove loro sono sempre trascurati, dove ai loro interessi sono regolarmente anteposti anche quelli dei cani, dei gatti e delle piante e dove se non tiri fuori la grana non ti si fila nemmeno tua madre. Queste frasi mi imbarazzano in qualche misura, ma per non demolire un’immagine ideale che evidentemente aiuta queste persone a meglio sopportare le tribolazioni della vita di tutti i giorni, ho sempre evitato nelle mie risposte di fare menzione dei corposi finanziamenti che il buon Melchiorre ci aveva messo a disposizione.
La maggioranza dei giornali mandarono, all’inizio del dibattimento, i loro esperti di terrorismo internazionale che ci lusingarono non poco paragonandoci a Brigate Rosse, Nuclei Armati Rivoluzionari, Talebani e una serie di altre organizzazioni eversive di rilievo mondiale, confrontando le rispettive metodiche di attacco al sistema e facendoci persino rientrare, alla fine, in una ben determinata scuola(2); dopo alcuni giorni, chissà perché, questi esperti se ne andarono e lasciarono il posto a giornalisti che si occupavano di costume o, addirittura, di cronaca rosa; alcuni giornali mandarono direttamente i loro vignettisti satirici.
Per noi, ovviamente, era anche frustrante venire presi così poco sul serio, però in compenso finalmente ci eravamo avvicinati alla gente e da lì, a tempo debito, avremmo potuto ripartire.
La Albergons Internationals ebbe sempre, per la durata del processo, una posizione un po’ defilata: veniva citata a mezza bocca, il pubblico ministero pareva non essere riuscito a raccogliere testimonianze di alcun genere sulla effettiva intenzione da parte di Frankie Sella e dei suoi sottoposti di condurre a termine un attentato dinamitardo alla loro stessa lavanderia, l’esplosivo rinvenuto dalla polizia nelle ventiquattrore dei dirigenti, in un primo momento riconosciuto come tale, divenne poi un insieme di ciocchi da caminetto, di quelli ottenuti pressando la segatura e infine, a scanso di equivoci, scomparve del tutto dagli atti.
In compenso, come ho già annotato altrove, il boss della multinazionale divenne una celebrità: si era fatto portare in aula un paravento dietro cui andava a cambiarsi, dopo che il giudice l’aveva diffidato dal farlo davanti alla corte, e le sue sfilate divennero uno spettacolo nello spettacolo. Dopo alcuni giorni una televisione gli aveva fatto firmare un contratto in esclusiva per commentare in tempo reale i vestiti che cambiava, con un microfono applicato alla canottiera, che assieme alle mutande era l’unica parte del vestiario che tenesse addosso; una quantità di esperte di moda presero a seguire il processo giudicando il gusto del very, but very powerful chairman e facendo a gara a chi indovinava quali colori avrebbe indossato. Si accese un dibattito infuocato tra psicologi da un lato e cromoterapeuti dall’altro a proposito della funzione allocentrica/espressiva o invece egocentrica/curativa dei cambi d’abito: i primi sostenevano che scegliendo ad ogni cambio di umore di indossare un abito di colore e spesso anche composizione differenti Frankie intendesse comunicare, rendere in qualche modo esplicito all’esterno il proprio stato emotivo, dimostrando quindi una singolare sensibilità per l’altro, per chi intorno a lui poteva avere interesse, utilità o curiosità verso il suo sentire del momento. I cromoterapeuti, all’opposto, ritenevano che la scelta dei colori rispondesse esclusivamente ad un’esigenza di benessere interiore, di ottimizzazione della propria collocazione nel qui ed ora e con la particolare situazione emotiva, costruendo l’ambiente cromatico ideale per sé stesso; a sostegno di questa tesi portavano l’evidente sovrapposizione tra le scelte cromatiche del Sella corrispondenti ai suoi stati d’animo e la tabella standard della International Chromotherapy Association che stabilisce i colori adatti ad “ospitare” o a sedare, a seconda dei casi, le diverse emozioni.
In mezzo a tutto questo Frankie ci stava come un pascià: aveva delegato per un po’ gli affari della società ad un uomo di fiducia, aveva invitato la sua Gina a raggiungerlo e trascorreva questa vacanza italiana passando le serate tra un salotto buono e una discoteca e facendo le sue sfilate la mattina in tribunale.
Un po’ meno bene se la passavano i tre dirigenti della sede italiana della Albergons, che evidentemente stavano aspettando gli inevitabili provvedimenti che avrebbe preso il capo prima di tornarsene negli Stati Uniti. I poveretti sembravano quasi più abbattuti di Melchiorre, durante le udienze non aprivano bocca se non quando interrogati, non si scambiavano commenti e guardavano sempre per terra, tanto che un paio di volte vennero ripresi dal giudice che pretendeva lo si salutasse degnamente al suo ingresso in aula.
Il vedere poi che tutti i protagonisti del processo, in un modo o nell’altro, erano seguiti dalla stampa, dalla televisione e dall’opinione pubblica e loro invece no feriva oltremodo il loro amor proprio.
Bisogna infatti considerare che, anche se erano degli allocchi, i tre erano cresciuti convinti di essere dei veri duri, della gente con un talento speciale per gli affari, predestinati ad essere protagonisti, in prima linea. E adesso si trovavano trattati come degli oscuri passacarte nemmeno capaci di gestire una piccola lavanderia senza provocare una strage, quando anche dei pezzenti come Ralgutti e Mossotto avevano ottenuto la loro dose di attenzione e venivano intervistati a più riprese.
Già, perché tra la stampa si era fatta strada questa visione delle cose secondo cui la colpa di tutto, alla fine, andasse addossata praticamente per intero ai tre tapini della multinazionale che senza prima analizzare a fondo la situazione avevano adottato un approccio evidentemente inefficace e dannoso ad un problema che se affrontato con un po’ di criterio si sarebbe risolto da solo. Invece loro avevano dapprima insultato il vecchio direttore e poi fatto trattare come dei lavativi perdigiorno sette onesti addetti alla lavanderia. Non potevano poi lamentarsi se questi si ribellavano e lottavano per il proprio onore e per i propri diritti.
Si poteva certo discutere sui modi scelti per far valere le proprie ragioni, ma la sostanza non cambiava e tutti speravano sinceramente che “il Frankie”, come ormai era chiamato il boss della Albergons, desse una bella lezione a quei tre babbei, dato che dal punto di vista legale pareva proprio che non ci fosse nulla da fare.
In quei giorni Achille Ralgutti si divertì moltissimo ad osservare il linciaggio morale di coloro che, diceva, gli avevano rovinato la vita e non mancò di dare il suo sostanzioso contributo: durante gli interrogatori non perdeva occasione di sottolineare la dabbenaggine dei tre dirigenti, il loro atteggiamento di superiorità e i colletti sporchi delle loro camicie, che aveva notato nel corso del colloquio in cui l’avevano costretto a lasciare la lavanderia. Per alcuni giorni i giornalisti avevano trovato interessante andarlo ad intervistare per sentire, senza i vincoli all’espressione di giudizi personali che rendevano un po’ fiacchi gli interrogatori, come erano andate le cose dal suo punto di vista. In quelle occasioni il ragioniere diventava un fiume in piena, magnificava la sua gestione della lavanderia, raccontava della telefonata minatoria in tedesco stretto da parte della segretaria, esponeva il suo brillante metodo per ottenere con il contributo delle sue risorse umane delle idee innovative da proporre ai nuovi padroni, descriveva per filo e per segno il suo meraviglioso progetto ed infine dava una rappresentazione alquanto parodistica del discorso con cui il più giovane dei dirigenti gli aveva chiesto di levarsi di torno e lasciar fare a loro. Invariabilmente le interviste si chiudevano con una lunga filippica sulla mancanza di rispetto per i più anziani ed esperti, sull’arroganza delle nuove generazioni e sulla loro abitudine a nascondere il vuoto pneumatico che hanno in testa dietro l’uso di parole prive di senso e frasi sconclusionate, degne di un bimbo dell’asilo.
La logorrea del ragioniere, tuttavia, dopo qualche giorno stancò anche il più pervicace dei cacciatori di pettegolezzi e quindi le interviste finirono.
Quanto al detective, dopo i primi giorni in cui la sua faccia comparve su tutti i giornali e telegiornali e venne trattato come un eroe, cadde in secondo piano per via della evidente casualità della sua impresa. Solamente gli avvocati difensori nostri e dei due assassini vollero sentirlo più volte perché non riuscivano a farsi una ragione del fatto che quello avesse davvero beccato i loro clienti e cercavano di scovare qualche indizio che portasse alla ribalta un complice, un complotto o qualcos’altro. Ovviamente non ne cavarono nulla.
E veniamo al nostro bastone tra le ruote, al garzone Ermete Mossotto o, come venne nominato in quei giorni da uno spiritoso giornalista, Pollice Verde che con la sua ansia spropositata è stato sostanzialmente la causa di tutta questa vicenda: in fondo, se lui si fosse limitato a protestare e chiamare i sindacati come aveva sempre fatto, noi adesso non saremmo dietro le sbarre e io probabilmente anziché scrivere questo libro starei redigendo un nuovo comunicato delle Brigate Epicuro. E magari saremmo passati dalla classe 13 della tassonomia dei terroristi ad una classe superiore. Ma con i se ed i ma, si sa, la storia non si fa.
Il garzone, con le sue esternazioni, contese la scena a Frankie Sella, dissertando sul destino dei lavoratori, sul valore del posto fisso che lascia tutti più tranquilli in un’epoca in cui tutti predicano la virtù della precarietà, sulla necessità di un sindacato più attento anche alle difficoltà psicologiche e non solo a quelle economiche dei loro associati. Ma non fu per le sue posizioni politiche che Ermete Mossotto si guadagnò la ribalta: furono le sue due passioni private ad attirare l’attenzione dei media.
Per il prodigioso rigoglio di dracene, ficus ed altre piante da appartamento che aveva creato alla lavanderia veniva costantemente consultato da giornalisti di periodici di giardinaggio in qualità di esperto, tanto che ad un certo punto uno di questi gli propose di aprire una rubrica di consigli ai lettori. Inoltre l’ateneo di Heidelberg, in Germania, avviò le pratiche per conferirgli la laurea honoris causa in botanica.
Quando non era impegnato negli interrogatori e ad elargire consigli su come rendere più floride le aiuole di casa, il Mossotto giocava a dama: non c’era usciere, avvocato, giornalista, assassino o giudice che non volesse sfidarlo e regolarmente uscivano tutti battuti. Quelle sfide erano diventate un’attrattiva al pari dei defilée di Frankie Sella, spesso il garzone giocava contro cinque o sei persone contemporaneamente su tavoli paralleli, al pari dei grandi maestri di scacchi e le telecamere della televisione avevano più volte immortalato l’agghiacciante esecuzione da parte di Ermete delle povere pedine avversarie, evidenziandone la ferocia che non poteva non rimandare a quella che era stata fatale a Valerio Pani Tigulli, ai suoi successori e alla povera stagista.
Sembrava insomma che delle sentenze di questo processo non importasse nulla a nessuno, tanto erano tutti interessati più che altro ai personaggi coinvolti. La stampa e la televisione speravano in effetti che la cosa andasse avanti per le lunghe dato che il pubblico dimostrava di continuare ad apprezzare tutto il folklore di contorno.
Tuttavia dopo alcuni mesi, si dice quando gli affari ormai non consentivano più a Frankie Sella di prolungare la sua vacanza, finalmente i giudici uscirono dalla camera di consiglio per leggere le loro conclusioni.
Coda
Come ormai tutti avevamo capito sarebbe successo, la Albergons Internationals ne uscì immacolata: gli esplosivi non si trovarono più, noi delle Brigate Epicuro non dicemmo nulla per non compromettere l’eventuale futura associazione alla rete terroristica facente capo alla multinazionale, le testimonianze di Ralgutti e Mossotto che dichiararono di aver sentito quella notte i quattro dire che intendevano far saltare per aria tutto vennero giudicate inattendibili perché viziate da chiaro risentimento; la presenza del boss della Albergons con i tre dirigenti quella notte alla lavanderia venne spiegata come una visita didattica che il capo aveva organizzato per far capire ai suoi inetti collaboratori come la si dovesse gestire.
Le voci su presunte mazzette versate dal boss americano su conti intestati ai giudici e ai pubblici ministeri coinvolti nel processo non sono mai state dimostrate e d’altra parte nessuno ha nemmeno avuto da ridire sul fatto che, dalla conclusione del processo in poi, le famiglie dei suddetti giudici e pubblici ministeri si siano sempre recate in vacanza in alberghi affiliati alla multinazionale, ospitando anche amici e parenti.
Frankie Sella è ritornato in America con la sua Gina ma ha mantenuto legami con diverse riviste di moda italiane che periodicamente lo intervistano e pubblicano servizi fotografici sui suoi nuovi abiti. Ha anche lanciato una linea di abbigliamento con il suo nome, ovviamente caratterizzata dalla grande varietà cromatica e dalla possibilità di acquistare con uno sconto speciale uno stock di dieci vestiti delle tonalità che maggiormente si addicono ai prevalenti stati di umore del cliente.
Il boss non ha comunque deluso le aspettative di quanti gli chiedevano di fare giustizia della irritante cialtroneria dei suoi tirapiedi: dopo un periodo di formazione in una colonia estiva sull’Aspromonte frequentata dai figli delle famiglie d’onore della zona, i tre sono stati destinati come camerieri in uno degli alberghi della multinazionale specializzato in gite scolastiche, una specie di colonia penale per i dipendenti della Albergons, spesso usato dai più anziani come spauracchio per terrorizzare i nuovi assunti. D’altra parte non si può negare che della colonia penale abbia molte caratteristiche: la rilevazione annuale sulla sicurezza nei posti di lavoro segnala che le ore medie di sonno giornaliere per i camerieri sono tre, a causa delle incessanti scorribande degli studenti e delle urla dei professori nel tentativo di tenerli a freno; che il lavoro necessario per rassettare una camera dopo una notte di permanenza degli studenti occupanti e dei loro amici o amiche equivalga grosso modo a cinque ore passate a spaccare pietre a martellate in una cava sotto il sole; non vanno trascurate poi le petulanti lamentele del vicinato che non sopporta il baccano degli ospiti dell’albergo e se la prende regolarmente con i camerieri i quali, per contratto, devono stare a sentire senza controbattere, dire che quelle sono tutte lamentele sacrosante e che si impegneranno personalmente a che la prossima notte le cose vadano meglio. Alcuni camerieri sono stati bastonati da un paio di casalinghe stanche di essere prese in giro, dato che poi ogni notte è sempre la stessa musica.
Quanto a Manlio Olivier, questa indagine che poteva sembrare per lui un successone e il trampolino di lancio verso una promettente carriera di investigatore privato di alto livello si è rivelata un’autentica iattura: la capillare diffusione della sua faccia presso milioni di case tramite giornali e televisioni conseguente al nostro arresto gli aveva bruciato in un attimo tutto il mercato dei pedinamenti, che costituiva il suo pane quotidiano fino al giorno in cui venne assoldato dalla Albergons Internationals; d’altra parte il processo aveva reso poi evidente come la sua abilità investigativa fosse sostanzialmente nulla. Nessun cliente si è più sognato di cercarlo per proporgli alcunché, nemmeno di cercare il cagnolino smarrito.
Per diverso tempo è rimasto chiuso nel suo ufficio senza fare niente, ripensando al suo famoso caso e a come mai, nonostante avesse risolto ben due misteri piuttosto complicati in un colpo solo, nessuno lo prendesse sul serio e anzi quando lo vedeva in giro la gente lo salutasse con dei risolini niente affatto simpatici. Alla fine, stufo di piangersi addosso e spinto dall’invidia verso i suoi colleghi che ancora avevano clienti che li andavano a cercare per spiare familiari, amici, nemici e semplici passanti, ha deciso di diventare consulente anti-spioni, mantenendo il nome di Manlio P.I. perché ci era affezionato. Se non poteva più pedinare nessuno perché era troppo famoso, avrebbe almeno sfruttato la sua decennale esperienza suggerendo a chi pensava di essere pedinato o a chi lo era realmente i modi per far perdere le proprie tracce, per seminare false piste, per pedinare il pedinatore e, addirittura, per beccare in castagna il mandante mentre se la spassava con la sua amante. Così, tra l’altro, i suoi ex colleghi avrebbero smesso di ridere di lui.
La cosa è però durata poco: l’Assospioni, dopo avergli comminato una salatissima multa per infrazione del codice deontologico degli investigatori privati, gli ha ritirato il tesserino; inoltre pare Manlio abbia ricevuto alcune lettere anonime piuttosto esplicite rispetto alle eventuali spiacevoli conseguenze di un suo insistere in quella vile iniziativa, che l’hanno convinto a dedicarsi ad altro.
Al vecchio Melchiorre Bonatti è stata concessa l’infermità mentale, scagionandolo così dalla tentata demolizione della lavanderia. Come prima conseguenza è stato costretto a sottoporsi ad un periodo di supporto psicologico, tuttora in corso, durante il quale una terapeuta si occupa di curarlo delle sue manie, in particolare di quel suo voler a tutti i costi radere al suolo il palazzo della lavanderia prima che altri ci mettano le mani; lui durante le sedute cerca in ogni modo di convincere la dottoressa a unirsi alla sua lotta contro le particelle del male, grande famiglia che comprende gli sporconi, gli schifini e gli orridoni. In realtà ci ha detto non molto tempo fa, quando è venuto a farci visita in carcere, che lui è perfettamente sano di mente ma sta sfruttando questo periodo di psicoterapia per portare avanti la ricerca sugli orridoni dato che la sua analista è una delle donne più brutte che gli sia capitato di incontrare: davvero una fortuna insperata.
La seconda, più triste conseguenza della sua presunta infermità mentale è stata una dichiarazione di incapacità di intendere e volere di Melchiorre; curiosamente, potenza delle multinazionali, tale incapacità pare abbia caratterizzato solo il momento in cui stava apponendo al contratto di cessione dei suoi hotel alla Albergons Internationals la famosa clausola relativa all’impossibilità di alienare o chiudere la lavanderia prima della sua morte.
Questo ha consentito alla stessa Albergons di cedere ai cinesi la lavanderia Bonatti con tutto il palazzo che la conteneva e questi, dato che di lavanderia ne avevano già una che era più che sufficiente, l’hanno chiusa ed al suo posto hanno aperto l’ennesimo ristorante, molto lussuoso e con le tovaglie sempre impeccabili.
I vecchi dipendenti della lavanderia sono stati assunti nel ristorante cinese a patto che si colorassero i capelli di nero, la pelle di giallo, si truccassero gli occhi in modo da farli un po’ a mandorla e seguissero un corso intensivo di dizione cino-italiana: adesso i fattorini fanno le consegne a domicilio, facendosi chiamare Chen Cho e Sah Pon in memoria del loro precedente lavoro, mentre le lavandaie sono diventate eccellenti cameriere cinesi e maneggiano con notevole destrezza anche quattro bastoncini alla volta.
Achille Ralgutti ed Ermete Mossotto sono stati condannati a tre ergastoli, ridotti a due con le attenuanti e con la speranza di vedersene condonare uno per buona condotta.
In carcere non se la passano tutto sommato male: il Ralgutti, soddisfatto della punizione inflitta ai tre dirigenti da Frankie Sella e di aver visto riconosciute le sue ragioni nella maggioranza dei dibattiti televisivi all’epoca del processo, è in pace con sé stesso e può finalmente dedicarsi a leggere il giornale senza altre preoccupazioni; gli hanno anche proposto di occuparsi della lavanderia interna del penitenziario ma per il momento preferisce prendersi una pausa di riflessione.
Tuttavia è il Mossotto quello che pare aver tratto da questa vicenda i maggiori vantaggi, tanto che verrebbe da pensare che la catena di omicidi non sia stata la tragica espressione di un panico incontrollato, quanto piuttosto la lucida attuazione di un agghiacciante piano volto a condurre esattamente a questa conclusione.
Finalmente, in carcere il garzone ha trovato la stabilità che tanto agognava e che sul luogo di lavoro sentiva costantemente minacciata. Qui nessuno lo manderà via, dato che ha sulle spalle due ergastoli, la giornata è perfettamente scandita da ritmi sempre uguali e lui ha tutto il tempo di dedicarsi alle sue due passioni, le piante e la dama. Al suo arrivo l’hanno subito nominato giardiniere capo e nonostante non sia riuscito ad ottenere risultati strabilianti come negli ultimi mesi alla lavanderia, le aiuole, i vasi di fiori e i cortili del carcere sono decisamente cambiati in meglio; sono stranamente diminuiti di numero, invece, i gatti che stazionavano fuori dalle cucine in attesa di rifiuti vari, ma non è detto ci sia una connessione tra i due fatti.
Periodicamente, inoltre, Ermete organizza tornei di dama all’interno del carcere e poi, per chi vince, sfide tra carceri rivali che naturalmente vince sempre lui. Questo gli ha permesso tra l’altro di diventare una specie di celebrità tra gli abitanti dei penitenziari, assicurandogli un trattamento di riguardo da parte di compagni di cella e secondini.
Infine veniamo a noi: i quattro componenti delle Brigate Epicuro hanno avuto tutti trent’anni di carcere, tranne il sottoscritto che ne ha avuti trentadue per la faccenda del garage di mia nonna.
Devo dire che mentre il cibo che ci passa la mensa è veramente tremendo, con la pasta quasi sempre scotta e neanche un po’ di yogurt per coltivare la flora batterica, le brande non sono male, un po’ rigide ma tutto sommato sane. Inoltre il direttore del carcere, considerati i nostri precedenti nel fitness, ci ha assegnato l’animazione delle ore d’aria, durante le quali organizziamo lezioni di aerobica, funky e balli di gruppo che, se all’inizio erano visti dai nostri colleghi carcerati come attività da finocchi, adesso sono affollatissimi di delinquenti della peggior specie che, in pantaloncini da ciclista e canottiere attillate, saltano di qua e di là come libellule impazzite; i più bravi faranno anche un saggio di fine corso davanti ai parenti e amici che per l’occasione avranno accesso al penitenziario e forse potranno addirittura esibirsi al salone del fitness. Addirittura, la direttrice del carcere femminile qui di fianco ha chiesto al nostro direttore di lasciarci andare a tenere lezioni anche da loro tre volte alla settimana o in alternativa di lasciare che le sue ospiti vengano a seguire qui le nostre lezioni. Il direttore ha optato per la prima proposta anche se un referendum pirata tra i carcerati aveva visto prevalere la seconda con una schiacciante maggioranza.
I nostri avvocati sostengono che non dobbiamo preoccuparci per la lunghezza della pena comminataci: probabilmente tra qualche anno, in occasione della prossima ondata di revisionismo storico che fatalmente attraverserà la penisola, il nostro caso verrà riconsiderato sotto nuova luce, riabilitandoci completamente e consentendoci di uscire e di riprendere, magari con mezzi diversi e con un seguito già abbastanza vasto grazie all’eco avuta dal processo, la nostra crociata epicurea.
Per il momento, per posare il primo mattone del futuro edificio ideologico che farà da base alla nostra riabilitazione ed alla conseguente inevitabile fioritura di movimenti edonistici rivoluzionari, ho deciso di raccontare dal didentro la nostra avventura in questo libro.
La nostra opera, naturalmente, continua dentro le mura del carcere dove, oltre alle lezioni di fitness, stiamo anche organizzando un Coordinamento Carcerario per la Qualità il cui primo successo concreto è stato di ottenere dalla direzione del penitenziario la presenza di un rappresentante nelle cucine, per controllare il livello di cottura della pastasciutta. E non è che l’inizio: abbiamo già in mente diverse altre iniziative che porteranno ad una svolta epicurea nella vita dei galeotti e dei secondini.
Confido che intanto, fuori dalle mura, il nostro pensiero consegnato a queste pagine agisca per noi, alimentando quella fiammella di consapevolezza che già le nostre azioni eversive avevano acceso nelle menti più aperte al comodo e al gustoso.
(1) Skillato: aggettivo inesistente e pure un po’ cacofonico, derivato dall’inglese skill, che significa abilità, competenza, destrezza, molto usato in tutte le aziende più à la page.
(2) L’Interpol ha elaborato una complessa tassonomia degli approcci all’attività terroristica, o scuole, in base al grado di pericolosità e di serietà dell’organizzazione. Si va dalla classe 1 o “Intoccabili e fusi nel sistema”, cui appartiene ad esempio la statunitense C.I.A., alla classe 13 o “Improvvisati e sprovveduti”. Noi appartenevamo a quest’ultima scuola e forse nel numero identificativo stava già scritto il nostro destino.