IL CALZEROTTO MARRONE
Quadrimestrale on line di scrittura creativa
L'armata a cavallo
Vincitori e sconfitti
Non è buona norma dare a un’unità combattente il nome di una sconfitta nazionale. I Francesi si sono ben guardati dal mettere in armi la divisione Sedan; né, immagino, gli Americani vareranno mai la portaerei Saigon, o i Tedeschi battezzeranno un loro stormo da caccia Stalingrado. Piccole ipocrisie, d’accordo: ma ci vuole la fantasia degli Italiani, o la loro indifferenza per la storia, per arruolare un reggimento a cavallo dall’infausto nome Custoza; anche se sappiamo bene che là, come al solito, i soldati (fanti, per la verità, più che cavalieri) fecero prodigi di valore, assecondati dal Principe, e che il disastro dipese dall’insipienza dei comandanti, con provvido aumento della fiducia dei sottoposti nei confronti di chi governa e disciplina, a qualunque titolo, questo sventurato Paese.
Dunque, niente a che fare con i Cosacchi, e neppure con il vincitore Budyonny. Anzi, a guardare le cose più da vicino, non si tratta in verità di un’armata, ma, come si diceva, solo di un reggimento: il 4° Rgto Cavalleggeri di Custoza, per l’esattezza (mostrine giallo-blu di plastica o di bachelite, a forma di W rovesciata, e, sul berretto, un 4 minuscolo, identificabile solo da tre passi). I cavalli, poi, non si sono mai visti. Non potendo competere con gli Americani, che da epoca immemorabile hanno trasformato la cavalleria in truppe di élite aviotrasportate, ottenendo dal Vietnam in poi ottime figure sui campi di battaglia, i nostri si sono limitati a fare dei cavalleggeri una fanteria, come si diceva un tempo, meccanizzata: nel senso che vanno in camion, o magari sui semoventi del trasporto truppe; mentre i fanti, almeno in teoria, dovrebbero andare a piedi. Così non è, e anche loro, da tempo, vanno per lo meno in autobus all’attacco: col risultato che ai cavalleggeri, ormai persuasi di essere una versione moderna della fanteria montata di tradizione anglosassone, non resta che il dubbio distintivo di un lanciotto al posto del mitra, quando debbono montare di guardia al Quirinale o all’Altare della Patria. Usanza scomoda e insicura, che per fortuna ha solo il senso di una patriottica rievocazione storica, un po’ come la parata in costume del 4 Luglio; perché alle loro caserme, dove il reggimento è operativo, i cavalleggeri hanno prudentemente affidato la custodia delle porte ai Carabinieri.
L’area da controllare è in effetti enorme, e, per mettere in sicurezza il Reggimento, guardie interne a parte, di Carabinieri ne occorrerebbero almeno tre Legioni. Dunque, se ne fa a meno: confidando nel valore intimidatorio dei rocchetti di filo spinato che corrono fra l’alto dei muri e le punte acuminate dei ferri sovrastanti, e, più, dei feroci cartelli che annunciano: ZONA MILITARE! CONFINE INVALICABILE! VIGILANZA ARMATA! NON OLTREPASSARE! e così via, con astuta esibizione dell’icona di un soldato incazzato (stivali da combattimento, mitra, elmetto semisferico) che rassomiglia tanto a un marine, e che, purtroppo, non è di stanza in questa base. Anzi, i cavalleggeri, per timore di farsi male, montano di solito la guardia con armi da fuoco scariche, ma con al fianco la baionetta, e, di notte, si limitano a dotarsi di un paio di caricatori sigillati che infilano nelle ampie saccocce. Per questo, la regola non scritta è, nel caso di rumori e movimenti sospetti provenienti dalla recinzione, di cercarsi un cespuglio capiente, dove, sdraiati, caricare se possibile l’arma, mettendola in condizione di far fuoco: condotta non esaltante, e da non menzionare nei manuali, ma sempre più sana di quella che prescrive il regolamento: «La guardia intimerà l’alt, fermi o sparo» con quel che segue, che, come bluff nei confronti dei malintenzionati, pare francamente eccessivo.
Su questa immensa superficie scoperta, di molte decine di ettari di estensione, di valore nullo come proprietà demaniale, e non così nullo il giorno in cui il Ministero competente, pago di cassare una voce passiva dal proprio bilancio, deciderà di devolverla a prezzi stracciati a enti pubblici o a privati, che ci costruiranno sopra un complesso sportivo, un paio di università o, in alternativa, un quartiere residenziale con tutti i servizi, sorgono una pluralità di edifici quasi tutti a un solo piano, da cui il nome popolare di Casermette assegnato al complesso. Infatti, con ordine degno di un accampamento romano, ai lati della gigantesca piazza d’armi che, chissà perché, i cavalleggeri appiedati debbono sempre attraversare di corsa, salvo quando compiono i loro esercizi militari piuttosto simili a quelli della fanteria, si innalzano, si fa per dire, i ricoveri uniformi delle diciotto compagnie, opportunamente distanziati a segnalare i tre battaglioni che le raggruppano. Il quarto fianco è assegnato ai più alti edifici del Comando e dei servizi: ma con, al margine, spazio sufficiente per uno stradone asfaltato, lievemente in discesa e lungo quasi un chilometro, che immette in un secondo enorme spiazzo, quasi tutto destinato ad area sportiva, che si addensa attorno a un anello regolamentare per le gare di atletica. Non risulta che nella lunga storia del Reggimento Custoza abbia mai eccelso in queste discipline un solo cavalleggero, così da portare i colori dell’unità quanto meno alle Olimpiadi militari: ma, sulla base del nobile principio dell’importante è partecipare, i cavalleggeri partecipano a un bisettimanale massacro, per allenarsi aspettando il Messia; e fruiscono intanto dell’altra massima gloriosa, Mens sana in corpore sano, neanche dovessero davvero recarsi in combattimento in groppa a recalcitranti cavalli, e facendo unico affidamento sulle cariche all’arma bianca: da cui la necessità impellente di irrobustire a dovere asfittici muscoli cittadini. A tutto ciò concorre l’ubicazione della mensa, ben oltre i campi sportivi, al termine di un valloncello spoglio di alberi, ma decisamente scosceso: per cui specie lì rifulge, ai cavalleggeri assetati e stanchi, e già preoccupati della corsa di ritorno in salita a stomaco pieno, la sublime ironia del motto del reggimento, IN EQVO STAT VIRTUS, inscritto là come sui principali edifici.
Non sono fra questi le casermette, che, più semplicemente, recano in fronte il numero d’ordine della compagnia che vi abita, o, per meglio dire, ci dorme: perché, salvo che nel periodo che va dal contrappello della sera all’adunata della mattina, è a chiunque, salvo che per motivi di servizio, severamente proibito metterci piede. Privato del suo cavallo, ma pellegrino sulla terra, il cavalleggero, anche fuori servizio, può e deve aggirarsi ai margini degli edifici in atteggiamento sospetto, dandosela a gambe, salvo ordine in contrario, alla pur lontana vista di un qualunque superiore, che, opportunamente odiando l’ozio, è eventualmente pronto, in cambio del militaresco saluto, ad appioppare all’incauto qualunque più inutile mansione, pur di sottrarlo al padre di tutti i vizi. Grati, i cavalleggeri si tengono prudentemente alla larga, pur interdetti dal più ovvio dei rifugi, che a loro sarebbe invece di casa, l’armadietto e la branda. In compenso, al visitatore eventuale si allarga il cuore, socchiudendo la porta: un corridoio centrale vuoto, da cui si diparte l’ordinato susseguirsi delle traverse, a sinistra e a destra, lucide a specchio, e ordinatamente scandite da doppi letti a castello e doppi armadietti in metallo verniciato, sino ai finestroni simmetrici, potente fonte di luce, ma anche di caldo e di freddo a seconda della stagione: sino alla porta di fronte, che, come alle due estremità di una scatola, segna con la sua gemella d’ingresso i limiti di uno spazio deserto, che solo dalle dieci e trenta alle sei si popola dei suoi abitanti notturni.
Nessuna scritta neanche sulla villetta medio-borghese un po’ riparata dagli alberi, subito dopo la porta e gli alloggiamenti del corpo di guardia. Lì abita il colonnello, bassotto e grassoccio, appena sotto i quaranta, e per questo, con sua apprensione, aspirante generale, che generazioni di cavalieri irriverentemente chiamano di nascosto col poco eroico nome di Provolino. A lui il motto farebbe forse comodo per la carriera; ma le due figlie ormai grandi si debbono essere ferocemente opposte, temendo di essere prese per il culo da amici e amiche che eventualmente venissero a trovarle. Già così la loro dev’essere una vita d’inferno, con i timpani rotti dalle trombe a tutte le ore, e ai margini di un dormitorio maschile di qualche migliaio di uomini, senza donne salvo la medaglietta della mamma: e infatti non si vedono mai, salvo qualche volta, di sera, al cinema della caserma, in occasione di un raduno di ufficiali, i più anziani dei quali fanno opportunamente da barriera fra loro e la truppa. Bionde, più alte del padre di una spalla, sono comunque visibili, in prima fila: ma non è aria, e i cavalleggeri, da spartachisti, le disprezzano come figlie del colonnello, perché si credono disprezzati.
Come in un grande gioco dell’oca, dalla parte opposta della villetta, oltre i campi sportivi, a molte centinaia di metri in linea d’aria dall’ingresso, la recinzione si interrompe un attimo, per dar luogo a una porticina, di fronte a cui non presta servizio alcuna guardia né alcun Carabiniere. Paradossalmente, il cancelletto, simile a una qualunque entrata di servizio di un giardino, è non di rado accostato: volendo, invece di ciondolare all’ombra degli alberi, nel pomeriggio o di sera, quando la giornata di lavoro è finita, si potrebbe anche uscire, finendo su un sentierino che dà su un gruppo di case in cui abitano uomini, donne e bambini, ragazze e ragazzi, tutti rigorosamente civili: e che, nel silenzio della caserma, quando ordini e trombe sono cessati, ogni tanto cantano, o si mostrano alla finestra, ai rarissimi audaci che dietro il filo spinato guardano da quella parte. Ma nessuno, a memoria d’uomo, è mai uscito: perché il Reggimento non è un’entità fisica da cui sia possibile fuggire; è, piuttosto, un’idea astratta, e, nell’idea, sono insiti confini invisibili molto più invalicabili del muro.
La partenza del cavaliere
Risparmiato dalla Marina e dall’Artiglieria, Tazio fu catturato dall’Armata a Cavallo. Non come Zivago, s’intende, anche perché non era dottore a quel modo: e, in fondo in fondo, di lui non sapevano che farsene. No: tutto in modo legale, a forza di fogli e di carte bollate. Così tanti, che quando dovette partire sul serio, il più stupito della cosa era lui.
Dunque: a diciotto anni, quando quello aveva la testa in tutt’altre cose, lo Stato Italiano gli manda una cartolina, con affrancatura a carico del destinatario. Presentarsi al posto tal dei tali per la visita e gli esami psico-attitudinali, e via così per due righe: quella che generazioni di baldi giovinotti chiamavano chissà da quanti decenni la «visita dei tre giorni»; ché, infatti, tre giorni durava. Tazio rise fra sé, tanto sapeva sin dalla nascita che, per ragioni familiari, non avrebbe fatto il soldato: cosa che espose civilmente alla prima faccia che vide, quando incuriosito si recò in quel caravanserraglio pieno zeppo di diciottenni, a stento tenuti a freno da robusti sergenti di tutte le armi. Quello borbottò qualcosa, a proposito di classi, e (a quel che pare parlando di denatalità, di obblighi NATO ecc. ecc.) espose la tesi secondo cui per quell’anno o semestre prendevano tutti. Intendeva, lui, quanto a condizioni fisiche: miopi senza un barlume di vista, erniosi incipienti e avanzati, eunuchi confessi, claudicanti purché in possesso di due gambe; con enorme vantaggio per l’efficienza e sublime sprezzo delle avversità, neanche si trattasse di tenere i ruderi di Montecassino. Ma Tazio, ahimè, intese la canzone, e, nei tre giorni, si persuase sempre più che, se l’aria era quella, e a lui non trovavano una malattia incurabile, era difficile che essere unico figlio maschio, e con padre prossimo al sepolcro, contasse, per la commissione, più di otto gradi di miopia, o della necessità costante di alzarsi un’ora prima della sveglia per riaggiustarsi gli intestini o infilarsi protesi varie. Con quel funesto presagio, trascorse tre giorni in un casino infernale, parlò con tutti e non conobbe nessuno, fece montagne di test, si fece strizzare i coglioni, aprì la bocca e disse trentatré, poi con la nota formula «Si vada a vestire», che chissà perché voleva dire in gergo abile e arruolato (mentre a tutti gli altri, evidentemente, dicevano apertis verbis se ne vada affanculo), fu, per il momento, congedato, con la postilla implicita del «Le faremo sapere». Entrato civile, e uscito soldato, almeno in pectore, come in una catena di montaggio, Tazio si stupiva di se stesso e di loro, inscrivendo nel calendario della mente una funesta ricorrenza, che, come la morte, per quanto lontana, sarebbe prima o poi venuta a scadere.
Il «Le faremo sapere» fu, anzi, assai sollecito. Puntuale, un anno dopo, arriva una seconda cartolina, «Presentarsi al porto fluviale». L’ultradiciannovenne Tazio ignorava persino l’esistenza di un porto nella sua città, e, soprattutto, che colà fosse in funzione, non contento delle quattro repubbliche marinare, e magari di Trieste e Posillipo, un centro di arruolamento della Marina. Prima dei tre giorni, avrebbe pensato a uno scherzo: ma ora, invece, a un destino crudele. Non è che Tazio odiasse il mare, o soffrisse particolarmente del beccheggio; anzi, prima della maturità, benché non sapesse nuotare, aveva sfogliato con molto interesse il dépliant illustrativo volto a mettere in testa ai giovinetti l’idea non poi nuovissima di arruolarsi in Marina, di tagliarsi è vero un po’ corti i capelli, di infilarsi in compenso una divisa che piaceva tanto ma tanto alle donne (specie se era la grande uniforme con i galloni almeno di guardiamarina, e se dentro ci stava un giovanottino scattante e grintoso, con un muso da attore di Hollywood), di fare scalo in tutti i posti del mondo, e di tirare ogni tanto, per esercizio, infallibili missili che, senza alcun olio di gomito, centravano immancabilmente il bersaglio. Era il paradiso, in tripla salsa esotico-sessual-tecnologica, specie se paragonato con l’ambiente di tutti i leggibili racconti di mare e di costa: che parlavano di nerbate a più non posso sulle schiene e sulle chiappe, di cibo schifoso la cui base era la galletta piena di vermi, e di fatiche feroci per rinculare, caricare, mettere in linea e via da capo ottanta o centoventi cannoni di bronzo pesanti una tonnellata ciascuno. Quindi, nessun odio preconcetto: solo l’arido conto, di fronte a tante bellezze, del fatto che ventiquattro è un po’ maggiore di quindici. Infatti, da qualche anno, seccati dalle rimostranze dei giovani fatti ammuffire nei reggimenti, e senza nessuna occasione di menare le mani, ministri e deputati avevano convenuto sull’opportunità di ridurre la ferma, udite udite, da diciotto a quindici mesi, mentre a ventiquattro mesi, per ragioni appunto tecnologiche (i missili non sono fucili, o, dato che molti marinai puliscono a terra i cessi, e non hanno mai visto neppure in cartolina una nave da guerra, la gente di mare è più capocciona dei pesciolini dell’Esercito e dell’Aviazione), era rimasta ahimè fissata la ferma della Marina. Tazio avrebbe potuto bensì appellarsi al dettato costituzionale dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, o far presente per avvocati che il lucro pur apprezzabile che gli sarebbe derivato da nove mesi di ingaggio aggiuntivo rispetto alla gran parte dei suoi coetanei (pari a lire centosessanta per giorno) non era tale da distoglierlo dai suoi doveri familiari o dalle prospettive di un altro lavoro: ma, conoscendo il paese, si era messo pensate un po’ in testa il sozzo principio che in casi del genere, a meno di non conoscere qualcuno (e non era la sua fattispecie), occorreva, più che sulle leggi e il loro spirito (o la loro interpretazione), fondarsi sulla propria, possibilmente immensa, fortuna.
Lui ne aveva, anche troppa. Fu al porto fluviale: non incontrò in divisa né Humphrey Bogart né Paul Newman, e all’epoca Kevin Kostner rompeva ancora i vetri altrui con la fionda; comunque il gentiluomo che, senza visite mediche, lo ricevette per un colloquio, con greche sufficienti per farne, secondo Tazio, un qualcosa «da capitano in su», era decisamente potabile. Anche anni dopo, quando alla fine o quasi della sua brillante carriera il cavalleggero Tazio, entrato in una struttura interforze, praticava ogni giorno con papaveri e pezzi grossi dell’aviazione e della marina, non aveva bensì alcuna soggezione, nella sorta di appello che gli toccava a ore fisse, di urlare per i corridoi «ammiraglio tal dei tali» (e poco male per gli ammiragli se li faceva tutti uguali); il problema erano quei maledetti gradi inferiori: che pizza dover strillare «capitano di vascello», «capitano di corvetta», «tenente di vascello», e che altro diavolo, e quanto meglio l’esercito e l’aviazione, con la gerarchia lineare da sottotenente a colonnello. Così, una bella mattina, prese il toro per le corna, e provò a chiamarli tutti capitani e tenenti, ovviamente degradandoli in pubblico. Quelli, pensando che lui fosse un novellino, si misero al massimo a sghignazzare, senza prendersela più che tanto; finché qualcuno, più indulgente degli altri, gli suggerì, dai trent’anni in su, di chiamare tutti gli ufficiali di Marina «Comandante»: sistema in effetti pratico e cortese, assai più del «tutti dottori» o «todos caballeros» che su scala tanto più ampia si applica nel nostro Paese. Quello, abituato alla severità del Reggimento Custoza, dove per molto meno lo avrebbero impalato o dato in pasto ai gatti, non finiva di stupirsi della cortesia e magnanimità dei gradi superiori e inferiori di tutte le armi, in un luogo dove già un maresciallo, tra i visitatori, era un paria, mentre un soldato semplice dell’ufficio contava più di qualcosa: con grave trauma delle regole rigide inculcategli alle Casermette, dove il grado è il grado e non c’è niente da discutere, e con qualche nostalgia di una mancata carriera navale, purché ridotta, s’intende, ai primi quindici mesi. E infatti un esile guardiamarina, che prestava servizio in quel medesimo ufficio, e si era arruolato nello stesso mese, invidiava apertamente il rozzo soldato, e glielo diceva quasi mettendosi a piangere, con severe crisi d’identità da parte di Tazio, per questo improvviso innalzamento alla parità seppur momentanea con un grado (il corrispettivo di un sottotenente) che al suo reparto era tutt’uno con Dio: e tutto per il solo fatto che quello si sarebbe congedato nove mesi più tardi, con qualche problema di lavoro e di cuore, e magari di uccello.
Dunque, al porto fluviale, il gentiluomo da capitano in su interloquì a lungo con lui, dandogli, non per sua colpa, una percezione del tutto erronea dei rapporti fra superiori e subalterni; apprese dei suoi studi, prese nota del suo amore per il mare, e del suo rincrescimento per il difetto inescusabile di non saper nuotare, cui del resto facilmente si poteva mettere riparo nei primi cinque o sei mesi della lunghissima ferma; si interessò delle sue vicende di famiglia, della sua lieve ma crescente miopia, nonché di trascurabili accenni di vertigine ad altezze dal suolo superiori a metri sette. Scrisse e rivoltò qualche foglio, e poi chiese familiarmente se lui ci teneva molto ad entrare in Marina. No, purtroppo, disse Tazio arrossendo, e riponendo con cura, perché era l’ultima occasione, ogni menzogna. Bene, vada pure, disse quello, senza menarla per le lunghe o nascondersi dietro le parole, La richiamerà l’Esercito, che Dio lo benedica, il Prode Marinaio, l’Invincible Englishman, canterellava Tazio saltellando per il porto fluviale a rischio di pestare qualche callo di troppo.
L’Esercito non fu più formale: fu, per dir così, più cartaceo. Di dati, del resto, ne aveva sin troppi, ereditati dai colloqui precedenti, perché fossero necessarie interviste. Così un bel giorno, invece dell’ormai consueta cartolina, Tazio ricevette una sorta di biglietto postale, e cioè un foglio piegato in quattro e con affrancatura vedi caso a carico del destinatario, in cui, con gergo militaresco e poco meno che dandogli del voi, gli si diceva che era stato arruolato nel I Reggimento Granatieri di Sardegna: luogo ideale per i normali fanti ma di taglia più grossa, e che, nonostante il nome, era di stanza a Roma, anzi per l’esattezza a Pietralata. Tazio si mise subito, con maggior diligenza, a formulare le domande annuali per ottenere il rinvio della leva per motivi di studio: anche se ahimè il curricolo universitario si accorciava, neanche fosse il rocchetto della vita, ogni giorno di più.
Per allungarlo ancora, quando proprio era agli sgoccioli, gli dettero l’astuto consiglio di fare domanda come aspirante ufficiale di complemento. Magnifico, detto e fatto. Altra cartolina, e convocazione in una caserma romana. Quiz e quizzoni, domande di cultura generale, prove di abilità manuale (o manovale, come ripeteva l’addetto), e, soprattutto, una potentissima raccomandazione, accuratamente raccattata nel frattempo. Le faremo sapere: seppe: accolto; destinazione: artiglieria da campagna. Eccomi artigliere, pensò Tazio, vedendosi alle prese con micce e rinculi, e quasi quasi rimpiangendo i missili della Marina, e acquisendo nei mesi a seguire quella mentalità dell’arma che gli consentì poi a suo tempo, come avviene ai traditori ai rinnegati e ai convertiti, di maledire la sua fede di origine menandone vanto e allegria: come la volta in cui, in piena adunata, al sergente con le bombe sulla visiera che all’ufficio interforze quella mattina comandava il plotone e vantava l’artiglieria, a petto dei fanti e specie dei cavalieri, il mancato ufficiale poté ricordare la massima «Artiglieria, arma elegante, / mira a ponente, spara a levante»; suscitando gli entusiasmi della truppa, fra cui nessuno era né artigliere né sergente, e costringendo il graduato a nascondersi dietro un impacciato «sì sì», quasi con le lacrime agli occhi.
E dunque, tre mesi prima di partire artigliere, la scoperta di un altro inghippo. Si poteva chiedere un rinvio, di non più di sei mesi. Fu fatto. Non gli avevano detto tutto, però: e cioè che l’artiglieria non aveva tempo di aspettarlo. Che è che non è, a tempo debito una cartolina: partenza. Non era più Roma, né l’Umbria, ma le Marche. Niente più cannoni, ma cavalli (almeno così credeva Tazio). Il Reggimento Custoza, così attrezzato da avere al suo interno una scuola ufficiali: e infatti, dove altro si potevano formare ufficiali di complemento di cavalleria? Stai bene attento, gli disse il maresciallo del distretto che, a furia di vederlo lì per domande e rinvii, l’aveva preso a ben volere, anche perché aveva una figlia che stava per laurearsi, e sperava che lui le desse una mano; stai bene attento: lo Stato Italiano ti paga il treno, ma, con quello, è quasi impossibile arrivarci. Non fare il tirchio, metti mano al portafoglio, e prenditi un biglietto del pullman. Quattro, cinque ore, e sei arrivato a destinazione.