IL CALZEROTTO MARRONE

Quadrimestrale on line di scrittura creativa

L'armata a cavallo  Scarica l'articolo in PDF

Il viaggio

Era infatti quello il tempo in cui, in spregio a ogni sano principio di libera concorrenza, lo Stato, possedendo le Ferrovie, e finanziando l’Esercito, credeva di fare conto pari trasportando in treno le reclute, senza dovere cacciar fuori una lira. Poi, naturalmente, quando i bilanci dei diversi enti furono drasticamente separati, divenne del tutto indifferente per la Presidenza del Consiglio far girare il Primo Ministro in Alfa Romeo (che nel frattempo non era più di Stato) o in BMW, fatte salve le preferenze personali e, un po’ meno, la differenza di prezzo; e, così, ai militi, invece di un foglio di via, gratis, fu dato un bonus in denaro per raggiungere la sede: con grande sollievo delle ditte private come la Cammelli, che, congiungendo Roma alle Marche, via gomma, pressoché in regime di monopolio, poteva solo temere, per l’utenza in grigioverde o in kaki, la concorrenza delle tradotte ferroviarie. Ma, per la verità, non la temeva: anche la più grama delle burbe tirava fuori volentieri le (non poche) lirette sufficienti a acquistare un passaggio sui pullman (quasi) gran-turismo della Cammelli, che in due sole tratte (con breve sosta per sigaretta, panino, bibita e pisciatina, nonché sgranchimento delle gambe e ricondizionamento dei coglioni) congiungevano il Tirreno con l’Adriatico, e in confronto a cui inenarrabile era l’avventura ferroviaria, a beneficio naturalmente di quattro regioni; al cui pro, nel tardo Ottocento (mai e poi mai, nonostante Verne, potendosi immaginare le meraviglie e le esigenze del ventesimo secolo), si era progettata al tavolo da disegno una rete ferroviaria all’insegna di un’austerità piemontese, e senza grilli per la testa: a mo’ del severo pater familias che dice al figlio bamboccio: Vai a trovare la fidanzata? Benissimo, ma, siccome sei di strada, porta allo zio Filippo questi sei fusti d’olio, incurantissimo delle proteste dell’innamorato e dei rischi dell’abito buono. Così, dal Lazio alle Marche, molto peggio che dall’Emilia al Lazio, occorreva insinuarsi in Campania, passare nella misteriosa terra d’Abruzzo, cambiare treno due volte su locali miserabili che lambiscono suggestive spiagge adorne di pini, che per questa ragione, dopo, sono stati tutti tagliati; indi saltare la linea di confine, e risalire le Marche fino a San Benedetto: da cui un qualche infernale sistema di corriere sostitutive risaliva le valli, manco fosse davvero il Far West: dodici, quattordici ore di viaggio, a tener conto di ritardi e di coincidenze, che dissuadevano ogni più avaro Scozzese, a petto della comodità se non altro di occupare lo stesso sedile dalla partenza all’arrivo, con un solo carico dei bagagli. Per cui, ad onta del nome, che evocava immagini piuttosto sinistre di dromedari e di torture desertiche, la compagnia privata forniva un servizio pacioso, non economico, ma comodo, che mandava deserte, quelle sì, le concorrenti ferrovie: dove lo Stato, sbracciandosi ancora, con un secolo di ritardo, a gridare ai suoi cittadini, Un Piemontese non ha il diritto di star male se non è passato da tre colpi di spada, due ferite di moschetto, e altre simili cazzate, si ritrovava, peggio per lui, assolutamente senza clienti.
Niente doveva dunque trattenere Tazio da una simile passeggiata, ma il ragazzo aveva un difetto, che veniva fuori, per fortuna, solo nei casi più gravi della vita. Amava tenere le cose sotto controllo, o, se preferite, era troppo prudente. Quindi si immaginò rinchiuso in una ridotta nel deserto come l’insopportabile fortezza Bastiani, da cui l’assoluta urgenza di un ricovero alternativo; si immaginò poi depresso fino alla morte nell’abbandono delle cose più care, neanche fosse stato condannato all’esilio perpetuo o all’ergastolo, e, continuando a immaginare, si vide del tutto inetto ad affrontare, in quelle condizioni, i rischi e i disagi di un viaggio ignoto, sino a una città sconosciuta: da cui la bella pensata, tre giorni prima del dì fatale, di una puntata esplorativa: un po’ come il condannato ansioso, che chiede per piacere di essere impiccato due volte, purché, la prima, a titolo di prova. Detto e fatto, mettendo mano ai suoi pochi risparmi, organizzò la spedizione caricandosi come un ciuco di cose utili da lasciare in una pensione non lontanissima dalla caserma, non contrastato dai suoi, che ritenevano in coscienza che quello si desse da fare per niente, buttando tempo e denaro, perché tanto, lui, il militare per diritto di nascita non doveva proprio farlo; e che infatti, alla partenza definitiva, gli misero il muso per quello, e lo avevano ancora al suo rientro dopo quindici mesi, più che persuasi che il disgraziato fosse stato fuori tutto quel tempo per un incomprensibile capriccio. Naturalmente, esiste sempre il rovescio della medaglia: ragion per cui, da soldato, l’immaginare le fatiche di vestirsi appuntino per la libera uscita, di partecipare a un'altra adunata dopo tutte quelle obbligatorie dall’alba al tramonto, di passare l’ispezione alla porta (scarpe lucide, pastrano abbottonato, soldi a sufficienza, berretto calzato giusto, e in tasca pettine, carta igienica e almeno un preservativo, neanche il baffuto ufficiale di picchetto si fosse ahinoi trasformato nella più premurosa, ossessiva e rompicogliona delle mamme) impedì a rovescio a Tazio quasi ogni sortita dalla presunta fortezza, mentre le sue utilissime cose invecchiavano nella camera a pagamento, e lui, in tenuta da lavoro, sgranocchiava pigramente alcunché, allo spaccio interno della caserma, per poi piazzarsi con fidi compagni al cinema militare per un paio di film consecutivi a cento lire per uno, con l’unico impegno di evitare qualunque genere di superiore. Da cui la massima che l’immaginazione è una bella cosa, ma che, guarda caso, averne troppa è proprio uguale a non averne per niente.
La prima volta, si partì dopo vomitose scene di abbracci e lacrime fra parenti e amici degli altri viandanti di ogni età, neanche davvero tutti andassero militari. Tazio supponeva bensì, con un crampo alla pancia, che certi giovanottini, che uno penserebbe destinati al liceo, e che sull’orlo del pianto riuscivano a stento a sottrarsi ai forsennati abbracci di ragazze che da poco avevano smesso le treccine, lo precedessero a loro insaputa nella Casa del Dolore: ma li faceva un po’ troppo giovani, rispetto ai suoi canuti anni ventidue, per crederci davvero, e in ogni caso, sapendo che ne avrebbe dovuto a suo luogo fare a meno, guardava quelle scene ignobili con sovrano disgusto. Si sedette al suo posto, dopo aver consegnato i voluminosi bagagli al conducente, accanto, a scanso di equivoci, a un robusto contadino che sapeva di sigaro toscano lontano un miglio, e in età da aver fatto quanto meno la guerra di Corea: tanto non gli andava l’ipotesi di entrare, neppure col pensiero, nell’esercito con un paio di giorni di anticipo. Niente da fare: complice la malignità della Cammelli, che per raccattare clienti a una sfilza di fermate aveva pensato bene di organizzare una specie di giro turistico per Roma, prima di imboccare l’antica via consolare, battuta un tempo dalle legioni, il suo congedo dalla città si svolgeva in una sorta di Via Crucis a tappe, per niente meno dolorosa per il fatto che fosse, sulla carta ma non nel cuore, lievemente intempestiva. Passavano le piazze e le vie, adorne di alberi e d’ombre, dove era trascorsa una serie ormai lunga di stagioni, di conoscenze e ricordi; passavano le panchine e i bar, luoghi memorabili di soste, accanto a una birra e a un panino, in passeggiate solitarie sì, ma confortanti, e di lunghezza indicibile, sotto tutti i climi, e ai venti, al sole e alle piogge provenienti dall’intera circonferenza dell’orizzonte; e i colli, con in cima trame d’alberi e pini in evidenza contro lo sfondo di luce e di nuvole chiare; chiese e spiazzi e colonne, e i brutti palazzi umbertini succeduti alla Roma storica lungo almeno tre secoli dell’età moderna, a non tener conto delle reliquie medievali e delle imbarazzanti anticaglie sopravvissute a un millennio e mezzo di nuove e vecchie barbarie: dove nulla aveva senso, in realtà, se non i giochi dell’ombra e dei semitoni della luce, sino al bianco abbagliante del sole riflesso puro per terra, e insomma, quanto di quella superficie, con l’aria e i muri sovrastanti, avesse rapporti intimi, diretti, con il presente e con lui: e che ora guardava dall’interno, da dentro ai finestrini chiusi, come un mondo intero, coperto di una bellezza che per la prima volta pienamente si rivelava, perché destinata a non riguardarlo mai più. Proprio lui, Tazio, in genere ignaro di melanconie, ma nel profondo convinto che la terra era un luogo troppo bello perché fosse possibile non morirvi di crepacuore, assisteva ora impotente a un addio definitivo: all’insegna non del lutto e delle tenebre, ma del fulgore e dell’eccesso di luce, del tutto dimentico, appena venti minuti dopo la partenza, che si trattasse soltanto di una prova.
Come Dio volle, alla fine l’autobus, tagliando corto, infilò virilmente la strada statale, e quel tormento finì. Luoghi nuovi subentravano ai noti: ma come, in una raffinata tortura, non è bene insistere sugli stessi strumenti e sugli stessi punti del corpo, così all’incauto viaggiatore anche il mutamento di paesaggio non procurava felicità. Complice la stagione, non da lui prescelta. Era l’inizio dell’autunno, che si annunciava con nuvole nette, vertiginosamente proiettate verso l’alto, come getti di vapore bianchissimo, a quote diverse ma tutte assai distanti dal suolo, manifestazioni esaltanti di vita di una terra per un attimo, per un’ora, nonostante gli uomini, ritornata oggetto celeste, pianeta. Arrampicandosi verso le colline, e poi le montagne, e attraversando di tanto in tanto borghi medievali incastellati sulle cime, con le vie strette deserte, e i tetti gialli e rossi di mattoni e di tegole, o verdi di muschi e di edere rampicanti, giunte fin lì dalle facciate, l’autobus preferiva strade e piste addossate ad alture interamente coperte di alberi gialli e rossi di foglie, in un’esplosione di colori da togliere il fiato: lungo i torrenti pietrosi e limpidi, attraversati di un balzo, accanto alla massicciata ferroviaria, esigua come in una decauville, nera di sassi e traverse accanto ai cespugli e all’erba che si erano coperti anch’essi dei sette colori. Su tutto, il cielo: a osservare, se poteva, un Paradiso Terrestre, in cui, come il serpente, si era incuneato il dolore.
La sosta a Rieti portò il conforto, se così si può dire, del tramonto. Non che, in sé, fosse meno straziante del pomeriggio, e sempre in virtù di quella sciagura del paesaggio, dei chiaroscuri e delle luci: ma, almeno, il balsamo delle ombre crescenti, fatto salvo l’accendersi dei lampioni nei sempre più radi paesetti, con incremento non trascurabile ma episodico di malinconia, sottraeva all’osservatore brandelli sempre più larghi di tante meraviglie. Se dev’essere distacco, pensava Tazio, non più sereno, ma meno immusonito, meglio il gelido delle stazioni ferroviarie, degli aeroporti, o, come in questo caso, delle strade di campagna, con un palo di legno e una lampada da cimitero ogni mezzo chilometro. Incominciavano però i tornanti di montagna, e, come in un brutto sogno, in cui a un tentativo di assassinio col coltello subentra una pozione velenosa, e poi ancora un volo dall’alto di un grattacielo, nuove specie di prove venivano incontro al futuro cavalleggero: lui che da bambino e da ragazzo aveva ammirato incredulo l’apprezzabile aplomb dei vecchi, anzi decrepiti genitori, nell’affrontare su autobus scassati giravolte incredibili a filo degli strapiombi, in occasione di una qualunque stupida gita domenicale fuori porta. Possibile che siano tanto più coraggiosi di me, pensava in quelle circostanze, mentre l’anima gli usciva con dolore fuori dallo stomaco, e la testa gli girava per le vertigini: o forse, si era detto, sono tanto più rincoglioniti, che non si accorgono del pericolo. Una volta anzi volle mettere in guardia suo padre, con discrezione, per non mettergli paura; lo tirò per la manica, e, senza guardare in giù, gli disse, Mamma che burrone, aspettandosi in cambio almeno un urlo di raccapriccio. Embè, fece quello, rimettendosi tranquillo a leggere il giornale, incurante di ogni distrazione dell’autista, di ogni colpevole e multabilissima chiacchieratina con lui dell’amica passeggera, del vicino di casa e d’orto, del cugino ito tant’anni prima in America, e, maledetto lui, tornato giusto in tempo per raccontare una vita intera, in quelle plaghe selvagge, all’autista già distratto, e sorvegliato speciale di Tazio: che infatti scendeva dalla corriera con le gambe rotte dalla tensione e dalla fatica. Ora era invece da solo, e grande abbastanza per dissimulare; dissimulava, infatti, irragionevolmente proiettandosi a ogni curva verso il lato del corridoio, neanche la manovra gli avesse potuto salvare la vita, in caso di salto nel vuoto del pullman, con Tazio, autista e bagagli tutti in un solo mucchio. Si poteva, è vero, fare assegnamento sugli alberi a mezza costa, almeno su quelli più robusti, che avrebbero frenato o arrestato la caduta: ma che bel vivere, passare la notte nel vuoto, in un torpedone acciaccato in bilico fra i rami di un faggio, di un castagno, di una quercia persino; scena rispetto a cui, se non altro per le vertigini, qualunque forma di morte, purché rapida, doveva essere preferibile.
Si sopravvive a tutto, o quasi, e Tazio non fece eccezione. Pallido, distrutto, scese all’inizio della notte in una città che gli parve un po’ troppo piena di uniformi. Svicolò nelle strade meno di passaggio, trovò una pensioncina, e si affrettò ad andare a letto, dopo aver prenotato la stanza, un tanto a settimana, per i primi tre mesi. Sapeva infatti che l’autobus ripartiva la mattina assai presto: dormì inquieto, pur senza ricordarsi l’alba seguente cosa avesse sognato, chiese e ottenne notizie sulla caserma che gli spettava, ma non ebbe il tempo (o gli mancò l’animo) di fare fin lì una passeggiatina esplorativa prima della partenza. Il viaggio di ritorno non fu più lieto: tornava indietro, è vero, ma non era una consolazione. Si aggiungeva la noia: anche perché la mattina è un po’ meno romantica del suo contrario, e, in ogni caso, ogni specie di avventura la si può provare davvero solo la prima volta nella vita. Così, quando fu il momento buono di partire da Roma, Tazio sentì soltanto una grande stanchezza: si rimise sull’autobus al suo posto, non guardò niente e nessuno, come un bove che già conosce la via del macello, e in quello stato d’animo si addormentò colpevolmente che non era ancora uscito dalla città. Socchiuse appena gli occhi a Rieti, scese il tempo di una sigaretta, e si rimise a dormire. Tanto che a notte, addormentato, si ritrovò a destinazione: come se quel viaggio, nonostante ogni prudenza, non potesse in alcun modo ripetersi.


Alla scoperta del mondo

La pompa dell’adrenalina, mirabile dispositivo messo a punto nell’età della pietra per impedirti, rotto com’eri a forza di scendere e salire dagli alberi, e di portarti sul groppone la casa, circondato da uno stuolo di femmine erculee e di pargoli, di prendere sonno sopravento sotto l’attacco di una tigre dai denti a sciabola, ha in epoca moderna, come tutte le cose non fatte ahimè su misura, vantaggi e svantaggi a dir poco curiosi. Così, quando ti aspetta una giornata lunghissima e faticosa, e hai solo quattro ore e mezzo per dormire, il congegno ti impedisce insanamente di addormentarti, mettendo automaticamente nel conto il fatto che è per te di grande aiuto prenderti avanti, neanche se passare la notte digrignando i denti e mettendo in mostra i bicipiti diminuisse la mole delle carte e del lavoro di banca che, inesorabile, ti aspetta, il 31 dicembre, dalle otto alle otto. Ma è quello stesso sistema che, se vai a pisoccare alle dieci, e devi alzarti alle sette, infallibilmente ti sveglia, in situazione di stress, non più tardi delle cinque e tre quarti, facendoti guadagnare utilmente, beato lui, un sacco di tempo, e senza alcun ausilio di campanelle e di suonerie. Così, la camerata semideserta in cui miracolosamente si ritrovò alla mattina Tazio, senza saper dire come ci fosse arrivato, messa preventivamente in allarme dal fatto che la sveglia suonasse alle sei, alle cinque e dieci era già tutta in faccende: a riprova dell’unità fisiologica della specie umana, e della utilità dello stress, dal momento che da lì a una settimana, passata l’ansia e la novità, nessuno di quei baldi giovani si sarebbe mai sognato di balzare giù dalla branda prima dell’irato suono della tromba antelucana, mostrando anzi, a volte, la perniciosa ostinazione di rimanere sotto le coperte ancora dieci minuti, fino all’irrompere fra i letti di una muta di incazzati sottufficiali, già bardati di tutto punto, e certo in piedi, per servizio, con un’ora almeno di anticipo, e dunque assai disponibili a prendere a baionettate nel culo i ritardatari.
Un rapido esame della situazione, e un breve interrogatorio, persuase ben presto Tazio del fatto che in quel camerone erano tutti civili: termine ambiguo, e fortemente dispregiativo, con cui sotto la naja si indicano non soltanto i non militari, i borghesi, beati loro, ma, soprattutto, gli sventurati che non sono né carne né pesce: non solo già arruolati, ma di già chiusi nelle caserme, non ancora però rapati a zero e vestiti, si fa per dire, dell’uniforme. Con quella malignità di voler vedere gli altri cadere nella situazione orrenda in cui ci si trova in proprio, e di deriderli quando incespicano esitanti nel passaggio (malignità che non a torto si è detta propria di Satana e del serpente), l’armata dei neofiti giunti da meno di una settimana si persuade che gli sfortunati civili siano gli unici che per il momento possano da loro essere presi per il culo, e lo fanno con raffinata malizia, tanto che, al confronto, assai più pietosi risultano i vecchi del reparto, per non parlare degli ufficiali. Mettere tutti insieme i disgraziati, rinviando a più tardi la rottura del vincolo di solidarietà che deve, o dovrebbe, unire i coetanei, o, in mancanza, i compagni di sventura, era stato dunque un atto di clemenza, o un piccolo privilegio riservato agli aspiranti ufficiali. Un paio di piantoni militarmente bardati passeggiava per la verità per i corridoi facendo il dovuto fracasso con gli stivali, e Tazio li avrebbe assai volentieri intervistati, sulle condizioni della caserma, e sulle sberle in testa che lo aspettavano quanto meno per le prossime ore; ma fu messo in guardia da compagni arrivati mezza giornata prima di lui, e che avevano già passato il tardo pomeriggio in quel luogo. Mai e poi mai parlare con loro, gli dissero, poco meno che aggiungendo che quello era il Nemico. Accidenti, pensò, chi mai se lo sarebbe aspettato. Qui è tutto diverso, e sarà bene che me ne renda conto alla svelta.
E infatti, già all’ora del pranzo, Tazio sarebbe stato in grado di stilare un buon decalogo dell’aspirante. Rapato, privo degli abiti borghesi, da rispedire a casa in un pacco, vestito di tutto punto, caricato come un mulo di un contenitore con dentro due paia di mutande tattiche (distinguibili perché lunghe dal ginocchio alle ascelle, e sul davanti, cosa mai vista, chiuse da una militaresca fettuccia, in sostituzione di eventuali e non necessari bottoni), due magliette, tre paia di scarpe di ogni foggia, maglioni, camicie di ricambio, tuta mimetica, e insomma tutto il corredo che umanamente non ci si poteva mettere addosso in una volta; spedito dopo di ciò di corsa a prendersi il letto, materasso lenzuola e coperte, cosa utilissima per la certezza dell’igiene, ma francamente dannosa per la gobba, e di dubbia necessità almeno per il materasso, se non a titolo preventivo di esibizione di una spartana durezza; rimandato, chilometro su chilometro, di corsa in armeria, a prendere in carico fucile, baionetta, elmetto, cartucciere e maschera antigas, e non, per fortuna, il cavallo; schierato dopo questo in rivista, in mezzo a un nugolo di colleghi appena arrivati, e già con la lingua per terra: Tazio ostinatamente, da quel casino, tentava di dedurre leggi possibili di comportamento, per desiderio non già di scienza, ma, semmai, di sopravvivenza. Era, forse, un po’ presto per farlo, e indizio di ingegno troppo ardito, in un luogo dove tale qualità è fortemente sconsigliabile: ma insomma, in mezzo al sudore, dalla testa di Tazio sortivano anche simili idee, buone del resto per inzupparne alla peggio un mezzo asciugamano.
Primo, l’inutilità assoluta di tutto quello che vedeva. Un pessimismo feroce, una sovrana sfiducia nelle possibilità umane di apprendimento sovrintendeva, anonima, all’invenzione delle regole che governavano il luogo. Posto che il compito del soldato sia quello di imparare l’arte della guerra, e non di trascorrere alcuni mesi in un faticoso campeggio a spese dello Stato, tutto lì diceva soltanto una cosa: che la guerra la si impara unicamente facendo la guerra. Dunque: nell’impossibilità (per fortuna) di offrire in loco la materia prima per lo studio, si procedeva, senza molte speranze, per via rigorosamente analogica. Questi, in una vera campagna militare, proveranno la fame e la sete. Non possiamo invitarli (siamo in democrazia) a mangiare tuberi pieni di terra e l’erba dei campi; ma possiamo bensì farli morire di fatica per arrivare a una mensa lontana tre miglia, apparecchiata però di tutto punto come si conviene a futuri ufficiali, e carica, per quanto è possibile, del ben di dio che si può ritrovare sulle tavole occidentali. In più, siamo Italiani: e dunque avanti con piatti di maccheroni, la cosa più simile alle razioni di guerra. Sarebbe un gran bene che questi fossero tiratori scelti: ma sì, ci vogliono qualità innate, e due anni di addestramenti quotidiani. Non abbiamo né il tempo né le cartucce: mandiamoli a piedi per venti chilometri al campo di tiro, diamogli in mano un fucile, e facciamoli sparare tre volte nel corso di sei mesi: male non fa, prendono confidenza con l’arma, e, se si debbono spaccare la faccia con il rinculo, è meglio per loro che succeda qui, che abbiamo l’ospedale vicino, piuttosto che sul primo campo di battaglia che vedono. Poi, se c’è gente maniaca, cacciatori arrapati, fanatici del tiro a segno: benissimo; faranno lo stesso dieci centri su dieci, li riconosceremo nel mucchio, e daremo loro un bel distintivo. Bombe a mano? Limitiamoci a un etto di tritolo, e a bombe poco pericolose, come le SRCM, che ti possono levare un occhio, ma difficilmente ti ammazzano: due tiri con quelle finte, un tiro con quelle vere, e che Dio ce la mandi buona. Che dire: l’addestramento militare come finzione giuridica, in attesa del timbro su una carta che dice: ha svolto il programma prescritto, ha terminato la scuola, è pronto per l’attività operativa. Si dice non a torto che molti grandi generali sono convinti pacifisti, e anche molti ufficiali intermedi: perché sanno bene, si aggiunga, che razza di esercito, almeno dalle nostre parti, sarebbero costretti a comandare, poveracci. Cazzi loro, naturalmente: che, con tutto questo, si sono ficcati in capo, chissà perché, l’idea che per i novizi è comunque un gran bene ricominciare ogni cosa daccapo, neanche si fossero fatti monaci di clausura, con tanto di cambio del nome. E insomma: uno fa di mestiere il pianista: in guerra farà schifo, ma forse può allietare passabilmente il circolo ufficiali, se non proprio passare nella banda a suonare il trombone. Macché: lo si mette, sadicamente, a sbucciare patate. Ma come: con la sfiducia che avete voi stessi nei vostri insegnamenti. Niente da fare: lo spirito della matricola, e i ricordi di gioventù, la possono sulla prudenza dei baffuti generali. Chi sa leggere e scrivere faccia un passo avanti, dicono il primo giorno, ai «civili», ufficiali cachinnanti di ogni ordine e grado. Che bello, vado all’ufficio stampa, o alla peggio in fureria a stendere licenze col pennino adeguato, dicono i deficienti, che pensano a un sistema in qualche modo ordinato. Benissimo, e allora leggetevi questo, pulizia cessi, sghignazzano quelli, con umorismo parrocchiale, o, per l’appunto, da caserma. Per uno scherzo, i mattacchioni sono pronti a lasciarci la vita: come di certo succederà, almeno da tenente a maggiore, se, con questi presupposti, vorranno frapporre simili addestrati campioni fra sé e più feroci nemici.
In Italia, dove la carta costituzionale solennemente sancisce il rifiuto della guerra come mezzo di soluzione delle contese internazionali, dovrebbe essere ovvio che l’esercito ha funzioni puramente difensive. Certo, il confine fra difesa e offesa è abbastanza teorico, ma resta il fatto che sarebbe meglio per questi soldati saper stare alla macchia che non fare bella figura nelle parate, da rinviare semmai, con opportuno addestramento, a dopo la vittoria. Non sia mai: tre quarti del tempo se ne vanno, oltre che nelle incombenze quotidiane di automantenimento (pulizia camerate, cucina, guardie, e così via) nello sfilare più o meno schifosamente sulla piazza d’armi, neanche i reggimenti fossero tutti reparti d’onore. Chi se ne frega, pensava Tazio, dopo le prime due settimane: se non fosse che, per questo, mi tocca ogni giorno consumare le suole.
Al pessimismo dei superiori corrisponde infatti un pessimismo diffuso dei subordinati. Che non sanno nulla della scuola di guerra: ma, a diciotto o vent’anni, hanno capacità sufficienti per capire che stanno perdendo del tempo, e che si fanno il culo per niente. Certo, ci sarebbe una teoria sopraffina, dovuta a una mente acutamente machiavellica, che prevede il ricorso a un ragionamento così: Se fanno tutto questo per niente, faranno qualsiasi cosa, al momento buono, specie per salvare la pelle. Ma è un ragionamento che non funziona: perché, in primo luogo, simili menti sono nonostante tutto abbastanza rare in Italia, e poi perché soldati così, in genere, in caso di pericolo buttano il fucile, e, se appena possono, se ne tornano a casa. Resta, è vero, il paradigma dell’esercito come scuola di vita: se sopravvivi lì, figurarsi nella vita civile. È del resto, per dei cittadini, un’ottima scuola: che insegna che tutto è permesso, purché si faccia di nascosto; che fra legalità e realtà ci corre un oceano; che si fa tutto per finta, per cui l’importante è tirare a campare. Viene quasi il sospetto che, benché corpo separato, un esercito così non lo si possa inventare altro che nel nostro Paese. Fatte salve, se ce ne sono, le unità di élite: ma quello è, infatti, tutto un altro discorso.
Tazio, che per sua fortuna non poteva neanche supporre l’abolizione futura dell’esercito di leva, se ne fregava, e, coi suoi colleghi, nutriva semmai un sovrano disprezzo per i reparti dei firmaioli. Aveva semmai, in quel covo alla maniera italica solo apparentemente pacioso, un qualche rimpianto per la Marina, o almeno per la sua scuola ufficiali, se erano vere le leggende secondo cui, nel nome della parola data, o dell’onore, gli aspiranti si punivano da soli per ogni minima infrazione ai regolamenti, e senza bisogno di essere scoperti da superiori e compagni, neanche l’Accademia Navale fosse un convento di frati trappisti. Là, invece, da lui, come nelle prigioni, coesistevano le due leggi, quella dei carcerati e quella dei secondini, e il difficile era rispettare rigorosamente la prima, senza farsi cogliere in fallo dalla seconda. Ma forse, a pensarci meglio, la risposta ascetica, e la risposta delinquenziale, erano inerenti entrambe allo stesso progetto; e ogni organizzazione rigidamente gerarchica è impossibile, senza un concorso volontario, e apparentemente spontaneo, in una qualunque delle due direzioni.

©2005 | Exsisto