IL CALZEROTTO MARRONE

Quadrimestrale on line di scrittura creativa

L'armata a cavallo  Scarica l'articolo in PDF

Compagni

Scoperto, o almeno parzialmente rivelato l’inghippo, Tazio si sarebbe volentieri fatto i cavoli suoi: ma questo, proprio, non era possibile. Come in ogni simulazione dell’esistenza, per ragioni di economia, se non di giustizia, al Reggimento Custoza non erano praticabili le vie di fuga che nella placida e inerte estensione della vita, piena di buchi e di spazi vuoti, sono sempre concesse: a meno di non capitare sotto Caligola, o ai tempi dell’Inquisizione, o in mezzo a una qualunque, e più moderna, sventura storica. Là, bisognava prendere posizione, o leccaculi o riottosi, tenuti, è vero, formalmente a freno dalla disciplina. Voglio dire: lasciamo pure perdere le leggi dell’omertà, inesorabili, e comunque giustificabili, tutte, fra i diciotto e i vent’anni, perché lì, come nelle patrie galere, le spie, se mai ce ne fossero state, avrebbero avuto la vita corta. Con conseguenze, quando poi si passava dalle parole ai fatti, mica da poco. Esempio. Chi monta di guardia, specie di notte, ha il dovere, pena la Bastiglia o qualcosa di peggio, di rintuzzare ogni e qualunque tentativo di superare la recinzione senza passare dalla porta. Lo spirito della legge è chiaro: si vuole impedire che qualche cattivone faccia del male ai nostri addormentati cavalleggeri. Il ragionamento vale ancora se a tentare l’effrazione sono proprio, a piccoli gruppi o da soli, altrettanti militi del Reggimento? Che hanno perso il treno e il contrappello della sera, tornando dalla licenza; che si sono ubriacati a cena facendo bisboccia; che, andati a scopare con una ragazza, invece di essere tristi, dopo il coito si sono messi a russare? Le leggi omertose dicono no e poi no, tanto la cosa è chiara: cosa si pretende, che i baldi fratelli ritardatari vadano in gattabuia presentandosi come polli alle tre della mattina dall’insonnolito e incazzatissimo ufficiale di picchetto? Purtroppo, l’altra legge, quella del regolamento e dei superiori, dice invece di sì e poi ancora di sì, e pretende, poveretta, che lo spirito di corpo consista proprio nel fare fuori le mele marce del cesto, neanche se il Reggimento, la bassa forza, intendo, dovesse essere il custode di se stesso. Non funziona, è ovvio: questa specie di identità reggimentale va benissimo, ad esempio, quando si tratta di fare a cazzotti con i civili, o anche con i paracadutisti (brutta faccenda) o, ahi ahi, con i fustacci della Marina: e insomma quando, almeno come immagine, ne proviene un gran danno, di vetri rotti, di fermi e di contusioni guaribili in quindici giorni, all’istituzione; mai però quando possa nascere il sospetto che il militaresco reggimento sia tutto composto di paranoici e insensati Prussiani. Dunque: uno si arrampica con aria turbata, a rischio di rompersi il collo, su per il muro di cinta; si aggrappa come meglio può alle sovrastanti lance di ferro, col pericolo che il filo spinato gli ciechi un occhio o gli s’infili nel culo; poi, guardandosi intorno con fare sospetto, tira giù la valigia, e scende per quanto è possibile sull’altro versante, atterrando piuttosto malconcio su cespugli spinosi o sull’erba fitta di ortiche. E che trova dall’altra parte? Il compagno di camerata o di branda che gli punta addosso il fucile, scarico è vero, ma irto di baionetta, intimandogli di arrendersi, nonostante che quello sussurri: ps ps, coglione, sono Gennaro? E che lo porta di filato, a passo di marcia, e con la canna del moschetto nella schiena, al corpo di guardia, dove il capoposto, che ha condiviso con lui, nei momenti d’ozio, grappe e puttane, lo guarda torvo peggio di Tarass Bulba, e, schifatissimo, va a svegliare l’ufficiale, che lo fa chiudere nello stanzino delle scope, in attesa, l’indomani, di consegnarlo nelle mani militaresche della legge? Suvvia, siamo seri: non è cosa. Da cui la necessità di moltiplicare graduati e sottufficiali, di gonfiare a dismisura il picchetto, di mettere una ronda informale e itinerante a guardare le guardie, in modo che ogni quattro sentinelle una almeno, in ogni momento, sia accompagnata da un superiore. È un deterrente, nel nome, questo sì, della sovrana delle leggi dell’esistenza, la casualità e la fortuna. Così, di quattro cialtroni avvezzi al salto con l’asta, tre vanno nella notte, con la valigia in mano, a raggiungere gatton gattoni, se possono, la loro branda, e uno finisce in gattabuia, diciamo così per ragioni di forza maggiore. L’onore è salvo, l’esempio è dato, e la coesistenza fra le due leggi, ideologicamente inverosimile, si rivela fattibile sul piano inclinato della prassi.
Il giuramento della filibusteria consiste dunque nel sostenere sino alla morte la tesi che i militari di truppa sono tutti fratelli e bravissimi ragazzi (il che non impedisce, evidentemente, che ci si meni, e in qualche raro caso ci si sbudelli, non per una ragazza, ma per molto meno: un piccolo furto, un giornale porno scomparso, con indicibile pena della camerata, l’ultima birra o l’ultima porzione di frutta: ma sono, appunto, liti e ammazzamenti tra fratelli, come avviene nelle nostre famiglie): mentre i superiori, s’intende dal caporale in su, sono tutti coglioni, e, quel che è assai peggio, stronzi. Non guardarli, non parlarci, non sedere a tavola con loro, neanche fossero appestati. Il che è naturalmente assai facile, se si parla di capitani e di colonnelli; assai meno per i graduati, che dormono nelle stesse camerate e mangiano lo stesso pane, ma non sono, peggio per loro, né camerati né compagni. Presi a calci dai superiori, che li considerano una specie un poco più vistosa di soldati, una variante un poco più colorata di pesce persico, e tenuti in quarantena dalla truppa, gli sciagurati condurrebbero vita assai grama, se non si rifacessero giorno per giorno con tutte le piccolissime vessazioni che il loro grado consente. Così, si prendono due piccioni con una fava: la truppa è confortata dal fatto che quelli, come previsto dalla teoria, sono una manica di stronzi, e il reggimento, voglio dire la volontà superiore, ottiene con il minimo sforzo la muta di cani indispensabile, come sanno i pastori, per reprimere il gregge. Su questi due pilastri, ugualmente assoluti, e dunque speculari, la filibusteria omertosa e il regolamento sconcacato da qualche capoccione degli alti gradi, si regge l’istituzione, e dunque su un duplice ordine di insensatezze.
Per un novizio, la scelta è comunque obbligata. Tazio optò quindi per la filibusteria; gli furono risparmiati, in quanto aspirante ufficiale, molte delle iniziazioni imbarazzanti che sono consuete in questi casi e, dopo il taglio dei capelli avendo miracolosamente evitato quello del prepuzio, si ritrovò a tutti gli effetti, benché con scarsissimo entusiasmo, pleno iure cavalleggero. Rinunciando per sempre alla verticalità di una qualunque progressiva carriera, totalmente in balia degli ufficiali (che un mesetto dopo l’inizio del corso ti potevano nominare allievo scelto, e poi magari comandante di pattuglia sino all’almo grado di comandante di squadrone: una sorta di gerarchico curricolo del capoclasse, diviso in tappe, che riempie l’interessato di grane, fa un grande schifo ai sottoposti, non più in condizione di capire se quello è un compagno o un nemico, e non dà all’istituzione ufficiale un gran vantaggio nella lotta perpetua per piegare ai propri fini i riti tribali del nonnismo, della separatezza e della filibusteria), Tazio si apriva in compenso ampi spazi per navigare orizzontalmente nell’ampio mare del reggimento. Nessun accesso gli era negato, fatte salve le preesistenti amicizie, le complicità cittadine e regionali, la condivisione di un pacco viveri destinata per mancanza di materia a gruppi ristretti; ma, insomma, era cavalleggero fra cavalleggeri (Nil equitis a me alienum puto). Non gliene poteva fregare di meno, ma, visto che era lì, decise tanto per esercizio di tenere gli occhi bene aperti.

 
Continuazione

La prima constatazione, sgradevole, che Tazio fu in grado di fare, dal suo nuovo posto di osservazione, gli procurò anche non poca sorpresa: in quel casino di cavalleggeri, lui era (quasi) il più vecchio. C’era per la verità fra loro (ma si direbbe per errore) un padre di famiglia ultraventitreenne, afflitto, grassoccio e depresso, come un contadino schiaffato dall’oggi al domani alla catena di montaggio, dalla barba fitta e nera nonostante il rasoio. Quello, la sera, invece di andare al cinema, o di imboscarsi in un angolo in ombra qualunque, gemeva sconsolato come un bove, dichiarandosi vittima di un errore giudiziario. E che diavolo! Si era sposato, aveva imbastito in fretta e furia anche un figlio, proprio per non andare soldato, e, implacabile, la cartolina gli era arrivata lo stesso. Era compatito da tutti, ma di quella compassione astratta che non conosce bene il suo oggetto (moglie? figlio? la mezza età? tutte cose remote e piene di nebbia, come essere scalpati da un Sioux, divorati da un coccodrillo, scuoiati vivi dai Turchi). Quello aspettava e implorava il congedo, e gli altri lo consideravano una presenza inquietante, per l’appunto un errore. Perché quell’anno, chissà per quale capriccio, mentre per motivi di organico prendevano soldati tutti e poi tutti, come aspiranti ufficiali li avevano voluti freschi freschissimi di scuola, subito dopo l’esame di maturità, per cui orde di diciannovenni sciamavano per le Casermette: e i pochi più anziani erano guardati con sospetto, e per ragioni di età, e per la potenza della loro raccomandazione.
Tazio, a rovescio, abituato da sempre a essere quasi il più giovane, a scuola, all’università fra i compagni di corso, alle riunioni e alle feste, trovava francamente fuori luogo questo tripudio giovanilistico, e non era per niente entusiasta all’idea di passare per nonno. E che cazzo! pensava mestamente di sera mentre i bambini si acchittavano per la libera uscita, neanche fossero i quattordicenni del collegio militare; non è mica facile sopravvivere in un reggimento di adolescenti, tutti con i grilli per la testa e la pelle rosea, e per fortuna che gli hanno tagliato i riccioloni. Mi prenderanno per la zia, le ragazze, si diceva, mentre guardava nello specchio la sua faccia grigiastra, accanto a cui si preparava per la festa, allacciandosi con cura l’uniforme buona e aggrottando nello sforzo le sopracciglia, il ragazzino Gilberti, forse il più giovane, bello come un angioletto rapato, e che non diceva quasi mai una parola. Arrossiva, piuttosto, a disagio per motivi opposti in quell’esercito di maschiacci, e, si diceva Tazio, bisognerebbe mandarlo per la città sotto scorta, tanto è chiaro che prima o poi un’orda di fanciulle allupate lo farà a pezzi. Quello, ignaro della sua sorte, continuava a farsi il nodo della cravatta, a mettere in riga il bavero della giacca con il filetto d’oro. Guarda che sceme le donne, pensava Tazio, ricordando le sue amiche che prima della partenza gli avevano detto: Noi ci fermiamo sempre a guardare da dietro gli aspiranti in divisa, per vedere se hanno il filetto continuo oppure a metà: così sappiamo se sono aspiranti ufficiali o sottufficiali (e, morale della favola, puntiamo i primi, e lasciamo stare i secondi), che ignoranza: la cui cultura militare non arrivava a sapere che, da qualunque punto, davanti o di dietro, bastava guardare il colore, oro o argento, per capire se da quella crisalide, se mai fosse importante, sarebbe volato fuori un sottotenente o purtroppo, come una brutta cavolaia, un disadorno sergente.
Non tutti erano silenziosi come l’aspirante Gilberti. Altri parlavano e parlavano, dei cavoli propri, e anche delle questioni più generali. Come, ad esempio, l’incazzato Veroni. Ci voleva un bel coraggio, fra due o tremila uomini (si fa per dire) che per partito preso dicevano peste e corna dell’esercito, pronti per altro verso a tempo debito a divenirne ufficiali, per sostenere che, lui, ci si trovava benissimo. E con che ragioni, apertamente eversive. Bene, diceva quello, alto, magro, toscano, con la testa piccola e mobile, e un reticolo di rughe, a furia di aggrovigliare nel calore della discussione tutti i muscoli facciali disponibili; mettiamola così, signorini. Voi, dopo questo, andrete quasi tutti all’università, perché siete di buona famiglia, e qui vi trovate malaccio. Bella cosa, non combattere ad armi pari, perché voi avete i soldi, e io no. Questa è l’unica occasione che mi hanno dato: probabilmente, non avendo nient’altro, metterò la firma, e adesso vediamo chi se la cava, chi sopravvive meglio, fra me e voi, per una volta che siamo tutti uguali, che possiamo contare solo sulle nostre forze. Ora, non è da credere che il reggimento Custoza, e nemmeno i suoi aspiranti ufficiali, fossero un che di simile alla marina da guerra inglese dell’epoca eroica, tutta fatta di gentlemen fortemente a disagio nel trattare con i pochi arrivisti di altra classe sociale; ma, anche lì, sentire apertamente, non fra la truppa, ma fra gli allievi, qualcuno dichiarare ad alta voce la propria diversa estrazione, e cercare conforto non nell’aspirazione all’abolizione delle gerarchie, ma nell’accettazione piena, e con orgoglio, della più gerarchica delle istituzioni (l’esercito, dove, come un mercenario qualunque, sperava di fare carriera con le proprie forze), faceva impressione. Qualcuno avrebbe voluto reagire: poi guardava quello, pronto per autodifesa a piantarti magari una baionetta fra le costole, pensava alla propria raccomandazione, s’intimidiva all’idea, realistica, che quello, invece, si ritrovasse lì senza averne avuta nessuna, e stava zitto, assai opportunamente: senza simpatia, s’intende, senza amicizia, ma con un sentimento strano che, nonostante le idee di quello, sansepolcriste, si poteva persino chiamare rispetto.
Anche con gli aristocratici si legava poco. Ce n’erano un paio, muniti di doppi e tripli cognomi, cui la famiglia aveva destinato una carriera diversa da quella militare del nonno e dello zio. Dunque, niente Accademia; ma, si capisce, non potendo evitare la leva, la strada obbligata era quella di ufficiale di complemento, e, chissà perché, la cavalleria poteva andar bene, a chi non la conoscesse da vicino. Se ne stavano per i fatti propri, non per arroganza, ma per nobiliare rispetto per la diffidenza altrui, serviti e accuditi fedelmente da un paio di amici di grado inferiore, per quel misterioso legame che sempre si crea nelle scuole, nelle caserme, negli ospedali, nelle prigioni, nei luoghi insomma di comunanza indivisa di vita, che, proprio per questo, inducono in taluni pochi devoti l’istinto gregario di dedicare a qualcuno, più forte, più ricco, semplicemente più solo, le proprie attenzioni e la propria giornata: non per i vantaggi che ne possano derivare, ma semplicemente per un impulso irrefrenabile alla fedeltà; compensati in genere, a rovescio, da un rapporto esclusivo con loro del protettore/protetto, incapace di uscire da quella cerchia ristrettissima per imporre agli altri, più riottosi e meno inclini alla servitù, la propria supremazia. Camminavano a due, a tre, il capo e la scorta, facendo vita rigidamente in comune, e nell’assoluta certezza che mai il loro seguito sarebbe cresciuto di più. Uno, dal capoccione quasi itterico, anzi verdastro, con gli occhi sporgenti in un esoftalmo eccessivo anche per un ipertiroideo, Tazio ebbe poi a incontrarlo una notte in treno, dopo anni, quasi irriconoscibile vestito da civile, nella sua eleganza stravagante, e da solo. Da soldato, non ci aveva scambiato, come tutti, neanche dieci parole: per scoprirne poi lì, incredibile, l’intelligenza, e, ancora peggio, il desiderio cortese di compagnia, di dialogo, persino di affetto, così bene mascherato dalla divisa, e allora soddisfatto per quanto possibile dalla confidenza con l’umile gregario, poi perdutosi chissà dove.
Chi aveva invece, almeno nelle prime settimane, un lungo codazzo di fans, di sostenitori e di partigiani era un giovanissimo attore, divenuto celebre tre mesi prima di partire militare per una sua fortunata interpretazione televisiva. Irreprensibile, appena belloccio, convinto che tutti lo riconoscessero, caracollava per gli spazi aperti e per le camerate col suo manipolo di fedeli, a cui non chiedeva un bel niente, e che da lui niente potevano aspettarsi, se non l’esperienza di far vita comune con una celebrità. Tazio, che non aveva visto quel programma, e che anzi non lo aveva mai sentito nominare, ci mise del bello e del buono per capire le ragioni della sua potenza, certo superiore a quella del capitano; e, da allora in poi, lo evitò come la peste: non perché gli avesse fatto qualcosa, ma, diciamo, per istinto antitirannico. Così, perse l’occasione per sapere di che cosa parlassero con lui tutto il giorno gli aficionados dell’eroe: forse, di arte e di film, viste le chiacchiere incredibili che dovette sorbirsi (per la verità non prive di buon senso) quell’unica volta che al cinema capitò nella fila dietro al gruppone, cui il celebre tizio impartì una buona lezione di critica lunga quanto tutta la pellicola, che quello aveva già visto dieci volte. Accidenti, sarà anche bravo, ma che palle, pensava Tazio, che invece non l’aveva visto per niente, e disposto a spostarsi dopo i primi cinque minuti: impossibile, perché il cinema era tutto pieno all’indietro, e, davanti, vedi caso, un folto di ufficiali, perché quella volta erano saltate fuori, per Giove, anche le figlie del colonnello. Vendetta, atroce vendetta negli anni a venire: perché Tazio per due o tre decenni poté gustarsi la memorabile interpretazione pubblicitaria del divo, un poco ingrassato, un poco invecchiato, ma decisamente più simpatico, nel mentre insegnava con entusiasmo e pazienza, a una casalinga belloccia ma scema, il modo migliore di curare il bucato.
Un’altra celebrità era più nascosta. Tazio, infatti, l’incontrò più da vicino in un cesso, dove entrambi si erano rifugiati, contro il regolamento, per evitare chissà quale mansione sgradita, o una marcia, o un addestramento che cadeva nel momento sbagliato. Passata chissà perché, coi minuti, la paura di finire sotto processo, Tazio chiese a quel coso lungo, dinoccolato, che non parlava molto distintamente, e che era vecchiotto, potendo avere la sua età, cosa facesse nella vita. Auto, bofonchiò quello, guido, e così per trenta secondi. Non era scorbutico: era semmai timido, un poco isolato, un bravo figliolo, ciò nonostante. Capisco, fai il tassista, gli tradusse Tazio, per niente emozionato. Macché, non aveva capito un bel niente, era un pilota professionista: tremila, formula tre, e si stava facendo strada per la formula uno. Infatti: Tazio fece caso al cognome, e, quello sì, l’aveva sentito nominare, eccome: ma non l’aveva identificato con quel soggetto, non gli era neanche passato per la mente, non che sembrargli possibile. Trascorse tre ore nel cesso con lui, senza mai parlare di motori, incredibile: si accorse che nessuno al reggimento ne sapeva niente, e mantenne il segreto. Gli divenne anzi amico, per quello che con lui poteva significare, e, poi, lo vide in formula uno. Non vinse molto, ma, insomma, correva: come dire che il coraggio ha molte facce, e che si può stare chiusi in un cesso, da militare, quando da borghese, per professione, si rischia abbastanza la pelle.
Anche Tazio, come tutti, col tempo, ebbe un gruppetto di amici, con cui faceva vita in comune. Lui non riceveva mai pacchi da casa, ma quelli sì, e dividevano con lui salami e formaggi, che la famiglia, preoccupata che il figlio morisse di fame, mandava all’uno o all’altro di quelli con frequenza bisettimanale, accompagnati da robuste bottiglie di vino. Faceva un freddo cane, d’inverno, da battere i denti; e, nella mezz’ora fra l’accesso alle camerate e il contrappello, quelli tremando facevano rapidi festini, mentre aghi di ghiaccio di tutte le forme segnalavano sui vetri senza imposte il discendere notturno della temperatura. Dal di fuori, a guardarci, doveva essere una ben strana visione, quella di un gruppetto di sei o sette cavalleggeri, seduti sul letto, in piedi, accovacciati sulle ginocchia, che si spartivano come potevano quelle razioni supplementari, senza appoggio, con un coltello di fortuna, porconando, non divertendosi, forse, ma insieme: tanto, anche da militare, anche in cavalleria, è forte il desiderio di una casa.

©2005 | Exsisto