IL CALZEROTTO MARRONE

Quadrimestrale on line di scrittura creativa

L'armata a cavallo  Scarica l'articolo in PDF

Amori…

 Quando Tazio era bambino, in casa sua il capolavoro di De Amicis lo si chiamava così: Il Libro Cuore. Dove il doppio sostantivo faceva parte integrante del titolo, come il numerale e il sostantivo nelle Mille e una notte, come il participio e il sostantivo nei Promessi Sposi, come l’aggettivo e il sostantivo nella Divina Commedia. Chissà poi perché: forse, da solo, il Cuore aveva un sentore nauseabondo anche per degli affezionati lettori, se non servito con il companatico del Libro, quell’idea-oggetto che tutto giustifica, dissolvendo come un panino inzuppato i sapori in eccesso. Così, nessuna paura di morire d’infarto per la fatica in salita nel Libro della Scala, nessun affanno da fuso orario nel Libro dei viaggi, e, appunto, nessun eccesso di cuore nel Libro Cuore: ché anzi, in quello, popolato alla maniera post-risorgimentale di patriottici cheppì calzati e levati nell’abbondare del sentimento, di tamburini e tamburi e di vedette (purché rigorosamente sotto i sedici anni di età, per favorire agli eroi l’identificazione con sei o sette generazioni prima di bambini, e poi, con l’aumentare delle difficoltà dell’alfabeto, di giovinetti lettori), di amore, e tanto meno di sesso, non c’è neppure l’ombra.
Così non avveniva, per fortuna, nel Reggimento Custoza: tanto possono, a quell’età, non più di tre o quattro anni di differenza. Semmai, si parlava soltanto di sesso. Era una forma di pudore: per poco che fossero armati i cavalleggeri, a nessuno piace parlare del centro del desiderio, di suicidi ortisiani, dei dolori del giovane Werther tenendo in spalla un bazooka, infilando un paio di granate nel cinturone: lo troverebbe, chissà perché, incongruo. Invece, di sesso sì, si può e si deve parlare, perché tira su il morale a tutta la camerata, e per eccedere in cortesia. Insomma, a non guardare per il sottile, parlare di sesso, se non s’inventa troppo, se non s’ingigantiscono le cose, equivale all’ingrosso a parlare di amori fortunati; e che quelli infelici rimangano chiusi nei sogni, in lievi malinconie, in distrazioni nello smontare e pulire di tutto punto, il sabato pomeriggio, il fucile automatico in dotazione. Di questi, è bene non parlare con gli altri, come di altrettante sconfitte; perché alla fine anche i cavalleggeri sono dei militari, e questi, per tirarsi su, preferiscono, è quasi ovvio, delle vittorie.
Ora, per rendere giustizia al reggimento, occorre prendere coscienza di consuetudini sociali vigenti nei primissimi anni Settanta, e adesso completamente fuori moda, e quasi incomprensibili. Esisteva, allora, l’istituto della visita parenti, la domenica e i giorni di festa, e in altri più brevi periodi consentiti. Ammessi genitori, fratelli di tutti i sessi, moglie e figli, nel caso, e persino cugini, zii e nonni sopravvissuti, ma non certamente le ragazze dei prodi giovani in armi: che mai sarebbero potute arrivare, benché sofferenti, benché pallide per la distanza o vogliose, senza la robusta scorta dei genitori propri e di quelli dei fidanzati, e, anche lì, con scarsa utilità e decoro. Che dire, dopo tre mesi di assenza: Andiamo tutti a mangiare una pizza? e reggere il moccolo, i vecchi, mentre quelli trascuravano i quattro formaggi per farsi piedino, per allungare le mani sotto la tavola, nonostante la presenza invisa di zia Concetta, del larghissimo zio Crispino, messo apposta lì di traverso da scoraggiare anche le braccia lunghe e prensili di un orango? Fughe in albergo, neanche a parlarne: e allora, perché far del male al povero ragazzo, alla povera ragazza, far venir loro le occhiaie? Meglio, molto meglio lasciare la femmina a casa, fingendo un’improvvisa partenza per affari in occasione della prossima licenza. Perché, è ovvio, si scopava anche allora: ma con una quantità di fastidi aggiuntivi, e di regole, che facevano un buon manuale.
Dunque, parlare di sesso, non inventato, non ipotetico, ma vero e vissuto, e con particolari realistici, si poteva e si doveva: tanto, l’onore dell’ignota ragazza era salvo. Nessuno l’aveva mai vista, checché, neanche in fotografia, salvo l’interessato felice: che così, oltre alla moralità, salvava anche altri beni preziosi: desideri eccessivi dei camerati, curiosità inappagate e concrete; e si metteva al riparo da pensieri indiscreti, mai proferibili per parole, ma chiari negli sguardi, nelle grattatine di capa: Ma come, questo, con quella bufala, ahi ahi? La trentatreesima posizione del Kamasutra, con Genoveffa, mio Dio! Ah questo no e poi no con Caterina, mi fa vomitare, e non chiuderò occhio per tutta la notte; neanche se proprio tutti, alla maturità, avessero portato a memoria gli sconci squarci del terzo dell’Ars amandi: con la minuta casistica delle cose di sesso che si possono e debbono fare con ogni tipo di donna, censita per altezza, larghezza, forma e tipo del culo, attacco delle tette, come in un conveniente, e alle Casermette adattissimo, trattato di equitazione e di monta.
Con la fidanzata, in visita, parlavano talora i radissimi aristocratici, passeggiando in su e in giù, senza neanche uscire dalla caserma, lungo i viali e le siepi, neanche fossero nelle ville rispettive sul Lago Maggiore: tanto un titolo nobiliare ti innalza l’età di quei pochi anni sufficienti a raggiungere la rispettabilità e il raziocinio, mettendoti al riparo, come ogni trentenne, da tutte le curiosità e da tutte le chiacchiere. Ma quelli, lo si è detto, non parlavano con la truppa di niente: eccezione, dunque, che conferma la regola generale a quei tempi indovinata da Tazio. Parlavano gli altri, ma appunto in casta assenza delle ragazze.
Prima e dopo, alla scuola, all’università, sul lavoro, in circoli blandamente intellettuali che di tanto in tanto, chissà perché, si trasformano in circoli di soli uomini, come in un’atavica nostalgia dello stato delle caserme e dei college prima della rivoluzione femminista, o della scarsità di arruolati e iscritti di genere maschile, Tazio ebbe più volte occasione di sentire parlare di sesso i suoi dotti compagni. Ogni volta, ex post, faceva il suo bravo confronto con la situazione del Reggimento, che rimaneva sempre di sopra. Vediamo di spiegare perché. Al di fuori del servizio militare, il sesso era quasi tutto parlato: non invenzioni; speranze, aspirazioni, desideri: coinvolgeva dunque donne e ragazze che non c’entravano per niente, e che magari, se appena avessero saputo, e potuto, ti avrebbero rifilato un paio di sberle, denunciandoti per molestie, se ne ricorreva la fattispecie. L’errore dei cavalieri, se di questo si trattava, era quello di credere, invece, che un rigoroso anonimato della femmina garantisse il privilegio di parlare con i compagni di sventura dei dettagli intimi di una storia che evidentemente stava a loro particolarmente a cuore: perché nessuno, complice l’assenza, parlò mai di sesso, e di donne, con tanto calore, partecipazione, e affetto, se in questo contesto la parola non sembri sconcia a inopportuni moralisti. Affetto, dico: tanto era chiaro in ogni dettaglio, in ogni racconto, il desiderio del calore di un corpo femminile, il rispetto, magari solo vagheggiato, per le sue diverse esigenze; dove realismo e idealismo si fondevano, e il sesso era il contrario esatto della pornografia, vivo e vitale come un paesaggio, un giardino, la giovinezza, le nuvole e l’ombra, magari, di un Eden temporaneamente perduto. Discorsi e discorsi che, vent’anni dopo il congedo, si vorrebbero ripetere alle proprie mogli – se quelle ragazze poi si sono sposate – non certo per farle arrossire, ma per chiedere loro perdono se, da tanto tempo, quell’entusiasmo, e quella tenerezza del sesso, non ci sono più.
Così, la mattina ai lavandini, facendo la fila per una sciacquata veloce e per la barba (tanto i più, per risparmiare tempo, avevano imposto ai propri corpi, nella prima settimana, il ritmo circadiano della defecazione serale), o la sera, lavando i piedi esulcerati o facendo il bidet, si parlava e si parlava di sesso, ciascuno facendo a gara, come nella divisione dei pacchi, nel portare all’ammasso, per il benessere della camerata, le proprie esperienze. Era, anche quella, una forma di pudore, nell’intimità non richiesta dei corpi parlare dei corpi assenti delle compagne, fossero anche compagne di avventure quasi dimenticate: quasi a sottolineare, se ce ne fosse stato bisogno, quanto più volentieri si sarebbe fatta la doccia con lei, strizzandosi i capelli a vicenda, e venendo fuori ridendo, bagnati e gocciolanti, per le scale, piuttosto che incontrare per i corridoi quel porco abitudinario del cavalleggero Coccali, siciliano bassetto, che, perché porco e non perché siciliano, si metteva nudo fin dalla camerata per arrivare al reparto dei bagni: con la scusa che siamo tutti uomini, mentre i compagni schifati gli tiravano addosso gli asciugamani, o lo prendevano a pedate nel culo. Perché, nella licenza alle regole civili, esistono sempre delle regole: e lì, non scritta, non insegnata da alcuno (e chi avrebbe potuto? erano stati reclutati tutti o quasi lo stesso giorno), vigeva anche questa: nudi, per forza, nei bagni, e non in qualunque altro posto, e neanche in camerata: dove, se uno voleva cavarsi le mutande e dormire spogliato, oppure mettersi per il freddo un pigiama, si infilava modestamente sotto le coperte, facendo solo dopo le opportune manovre serpentine necessarie allo scopo. E, altra regola, solo nei bagni, o nelle camerate, si parlava di sesso: mai e poi mai a spasso, si fa per dire, per lo scoperto, e tanto meno nelle salette attrezzate, di lettura, di scrittura, allo spaccio, dove orecchie indiscrete, di estranei alla camerata, agli amici, avrebbero potuto sentire.
C’erano anche delle vittime, nonostante il preservativo regolamentare. Proprio sopra Tazio, nel letto a castello, dormiva il cavalleggero Zaccheroni, amico fra i sette, e, come avviene per la vicinanza in quei luoghi, il più amico fra tutti. Incominciò, da gentleman, a lamentarsi, quasi ridendo, di essere tornato ai pannolini della primissima infanzia. Per la verità, erano solo mutande di plastica: perché, andando a dormire, l’ordine del medico militare era quello di farsi impacchi d’alcol ai genitali. Procedura sospetta, e che non passava inosservata, riempiendo un terzo della camerata di effluvi e sentori medicinali. Lui era davvero un bravo ragazzo, serio, maturo, già con una professione, e chiedeva scusa con una cortesia che non richiedeva commenti. Non bastò più, e dovette ricoverarsi in infermeria, dove restò a lungo, a letto, a rischio di perdere il corso. Non c’era molto tempo nella giornata, ma una volta o due Tazio, per amicizia e dovere, si recò di sera a trovarlo. Stava lungo disteso nel letto (un letto vero da ospedale, con tanto di comodino, rete, testiera e cuscinone, non la branda della caserma), leggeva un libro, e aveva l’aspetto di un re. Conversarono un bel po’, lui stava benissimo, e gli disse: Non immaginerai mai che cosa mi piace di più in questo luogo. Il cesso, che ha una tazza vera, dove ci si può sedere; perché per addotti motivi di igiene, previsti all’epoca da ogni manuale di progettazione, i cessi delle casermette erano tutti alla turca: e saranno stati igienici, ma fare i propri bisogni per settimane e per mesi sempre accovacciati sui talloni era una specie di tortura da campo di concentramento, per chi era abbastanza giovane da non averne, di campi, mai visto uno.
Venne il momento della cena, e Tazio prese congedo. Vedi, disse quello: servito a letto, peggio che al Grand Hôtel. Era piuttosto soletto, nell’infermeria con i non molti posti tutti vuoti, ma era contento, contentissimo, anche se non si era mai parlato della sua malattia. Lo salutò con un largo sorriso. Parlò invece il capitano medico, anziano, quasi accompagnando Tazio alla porta, neanche fosse un parente; ed evidentemente persuaso, poiché era preoccupato, che potesse con quello tranquillamente infrangere (se poi valeva da militare) il segreto professionale. Vede, gli disse, non ho mai visto una cosa del genere, nella mia carriera: una fontana, proprio una fontana. E non reagisce agli antibiotici. Blenorragia, ha capito? E questo sarebbe niente, per lui. Il problema è che, durante una licenza, gliel’ha attaccata la sua ragazza.


…e guerre…

L’Italia è un Paese troppo tradizionale per aver potuto, a suo tempo, abolire l’Esercito. È però, insieme, troppo democratica per tenere davvero a un Esercito in grado di fare il proprio mestiere, e cioè la guerra. Si può parlare così di una funzione di rappresentanza, e anche di una funzione vicaria, per le ottime Forze Armate, e, ad esempio, per il Reggimento Custoza. Senza le Forze Armate, chi fornirebbe le guardie d’onore e i picchetti, ai molteplici monumenti celebrativi delle ricorrenze nazionali, ai palazzi ufficiali dello Stato, alle feste della Repubblica (cedant arma togae)? E, quanto all’obiezione che, per quello, basterebbe un miniesercito da operetta, o le comparse del locale Teatro dell’Opera, purché addestrate nell’Aida, o assumere a modelli gli statuti vecchi e nuovi di stati lillipuziani, Andorra, Liechtestein, Repubblica di San Marino, che proprio, anche a volerlo, non potrebbero tenere in armi trecentottantamila uomini oltre a polizia e carabinieri, ecco venire in soccorso la funzione vicaria. La penisola, si sa, è purtroppo quasi tutta, parte più parte meno, zona sismica. Se Dio non voglia, come tante volte è successo, ci scappa un terremoto, chi chiamiamo, la corporazione dei pizzaioli? Ci vuole, vivaddio, l’Esercito, fedele, addestrato, di leva (esercito, si sussurra in quei casi, di popolo, di figli di mamma). Certo, è un gran peccato che i tanks e i caccia a reazione, di cui le Forze Armate posseggono un discreto numero, siano del tutto inadatti allo scopo, e che le ruspe e i carri antincendio, come in ogni struttura che si rispetti, e che non si chiami Vigili del Fuoco o Protezione Civile, siano numericamente alquanto minoritari nei parchi mezzi delle frazioni motorizzate; né, del resto, in occasione dell’incendio a una pompa di benzina, sembrerebbe opportuno mandare di rinforzo il personale della vicina biblioteca, con la scusa che anche lì c’è, prezioso, un sistema di estintori. Ma, insomma, quel che da solo non tiene, tiene come si sa in gruppo con altre e dodici argomentazioni dello stesso valore, un po’ come accade in un processo indiziario. Dunque, si vota secondo coscienza, e, se pure andaste all’ergastolo innocente, non c’è che fare, non vi avranno, per quella ragione, nemmeno sulla coscienza.
Le Forze Armate, in realtà, qualche piccolo dubbio, qualche onorevole esitazione debbono pure averla. E tentano di farsela passare con piccoli gesti di cortesia, di civiltà nei confronti della Nazione, sufficienti (se si trattasse di un matrimonio) a spargere, nella vita in comune, oasi di tenerezza, effluvi di affetto, da far perdonare ogni più robusto omaccione. Grosso, testone: ma con un cuore d’oro, per la piccola Italia. Esempio: per accordo NATO, occorre ahimè tenere diciamo cento aerei del tipo tal dei tali. Cazzo, dice il capo dell’Aviazione, non abbiamo i soldi in bilancio. Ora, se uno fosse un cafone, un maschiaccio rude e manesco, farebbe un casino: o mi levate l’obbligo, o mi date i soldi, accidenti. Ma come si fa, ad andare fra i gentiluomini della NATO, tuoi parigrado, gemendo, Per favore levatemi venti caccia dal culo, e fate dell’Italia un che di simile al Portogallo? E a rovescio: ma come è possibile mandare qualcuno in Parlamento, a chiedere soldi aggiuntivi, quando già per l’Aviazione della Marina, otto o dieci maledettissimi caccia a decollo verticale, ci hanno fatto un casino che dura da vent’anni: col risultato di avere un paio di gioielli di navi che, senza aerei, sono due ferrivecchi, e due ferrivecchi, che dopo vent’anni, quando finalmente avranno gli aerei, saranno pronti per essere radiati dal registro navale? Risultato: non si fa, non si può fare, perché, fra i soldi e la questione ideologica, altro che arma togae, quelle toghe ci riducono in pezzi. E che fanno le arma? Quello appunto che si insegna al Reggimento Custoza, quando finiscono i detersivi, o si rompono le scope, o si rimane senza lavavetri: Arrangiarsi! Fa parte dell’addestramento reggimentale, ma il molto è affidato all’iniziativa dei singoli: destinare allo scopo i proventi del locale torneo di ping-pong, o delle estrazioni del bingo; rubare allo squadrone a fianco; svaligiare di notte il deposito, con effrazione, dilazionando il problema al mese dopo, quando le scorte saranno esaurite. Tutti, anche i capi di stato maggiore, hanno fatto il militare, perbacco, tutti sono stati, prima che generali, ufficiali subalterni, e avanti ancora soldati, marinai, avieri, allievi e aspiranti: il Reggimento Custoza, o un che di simile, è la fucina delle loro capocce. Dunque, cento caccia, e siano, per evitare rogne; però, per stare nel budget, trattiamo coi fabbricanti. Sconto speciale, perché non vogliamo pezzi di ricambio, e, per gli armamenti, basterà un missile per aereo. Così, gli aerei sono cento, e costano per ottanta; ma valgono, se tutto va bene, per ventotto.
Mariuoli degli Italiani! penseranno i Francesi: rispettano tutti i patti, e rientrano nel loro bilancio, sconvolgendo ogni piano di battaglia. Uno, vedi caso, dopo lunga e onorata carriera, viene nominato capo delle forze NATO in Europa. Vediamo, dice quello, mentre sballato dal fuso orario si fa appiccare la quinta stella in tutti i luoghi opportuni: forze aeree, Belgio 10, Spagna 40, ah bene bene, Italia 100, Francia… Ah, qui per fortuna non abbiamo problemi: a parità di aerei, l’Italia può spazzare i Balcani, e darci una mano nelle pianure carpatiche, magnifico. Adesso passiamo ai carri armati. Vediamo: Abrahams americani, 2,000; Inglesi Montgomery, 1,500; Leopard tedeschi (ottimi, eh, un po’ vecchiotti), 800; Leopard italiani, 300, bene, e, cosa, quell’ottimo carro Oto Melara che volevo tanto comprarmi anch’io, per le brigate leggere, 3,000, puttana Eva, questi Italiani. Allora: gli Italiani ci coprono il fronte dei Balcani, e mandano squadroni carri in avanscoperta nelle pianure carpatiche… (Ps! Lo Statunitense, vecchiotto e un po’ rincoglionito dal cambiamento di meridiano, ignora qualcosa che voi lettori, da buoni Italiani, dovete sapere per forza. La Oto Melara fabbrica due serie di quel carro: la prima la vende a chi può, e la seconda, solo all’esercito italiano, con lo sconto di un cinque per cento al pezzo. La variazione di prezzo dipende dalla presenza o dall’assenza di un motore per puntare il cannone: vi vedete voi, in battaglia, con i sussidi tecnologici del terzo millennio, faticare sulle manovelle a forza di braccia, mentre qualunque scalcagnato nemico in un quinto del tempo, e senza sudore, passa dalla posizione PUNTATE  a  PRONTI A FAR FUOCO? Accidenti, e questa botta in torretta ne è la riprova, mentre voi testardamente continuare a girare, implorando santa Cunegonda che quello rimanga immobile, perché se si muove tocca ricominciare daccapo).      
Il fatto di aver ridotto un buon carro medio a un inutile e costoso ferro da stiro, scompaginando tutte le statistiche nel nome di un fanatico rispetto delle tabelle e dei bilanci di carta, non impedisce per niente alle Forze Armate nel loro complesso, e all’Esercito in specie, di continuare nel regime consueto degli addestramenti, che coinvolgono, è chiaro, anche il Reggimento Custoza, in questi casi rigorosamente appiedato. Chi dice addestramento, dice servitù militare: perché sarebbe un bel casino, a non voler adoperare solo la baionetta, avere alle porte della città due o tremila coglioni che si affrontano a colpi di bomba a mano e di mitra, dandosi botte da orbi e mettendocela tutta per non farsi del male.
Esistono, dunque, i poligoni di tiro, per tutte le armi. Il Reggimento monta in sella al cavallo di San Francesco, si carica come un mulo dei rifornimenti e dell’artiglieria, e, in quattro ore di marcia, sfiatato, prossimo alla morte, e con nessuna propensione all’esattezza del tiro, arriva al maledetto poligono. Ora, nessun demanio, per quanto grande, neanche quello militare, è in grado di far fronte all’ampiezza del raggio di tiro di un’arma moderna, due o tre chilometri per i trecentosessanta gradi dell’orizzonte. È più comodo ed economico, se si vuole, possedere in proprio il punto di sparo e, con la dovuta prudenza, il punto dove si collocano i bersagli: e, tutto il resto, è terreno altrui, del Comune, della Regione, del contadino Tal dei Tali. Il fatto che costoro, soggetti privati o pubblici, debbano accettare questa limitazione non da poco nel proprio diritto di proprietà (pensate a qualcuno che per privilegio inalienabile, preannunciandovi l’ora, si esercita nel vostro cortile nel tiro della fionda a partire da tutti i possibili angoli), va per l’appunto sotto il nome di servitù militare.
Diciamo la verità: qui ogni polemica è fuori luogo, e infatti una situazione del genere c’è in tutti gli Stati e gli Eserciti del mondo, e, grazie a Dio, l’Italia non ha bisogno di poligoni nucleari, che come si sa, qualunque sia il proprietario del terreno, danno pochissima gioia ai più che incazzati vicini. E infatti anche il Reggimento Custoza si comportava assai civilmente. Appena arrivati sul posto, mentre squadroni e pattuglie affastellavano nel campo armi, munizioni e bagagli, i comandanti di reparto facevano bardare di tutto punto delle ferocissime sentinelle, spedite ai quattro punti cardinali di quella terra per impedire a chiunque il passaggio nella zona di tiro.
E in effetti, se avete quattordici anni, e con la vostra amichetta state andando a scopare per fratte in mountain-bike, la vista di un robusto soldato, elmo in testa, tuta mimetica, fucile e baionetta di traverso che vi intimano l’alt, e che, si presuppone, se non obbedite all’ordine romperà all’istante il culo a tutti e due, consegnandovi sanguinanti e colpevoli ai rispettivi genitori, può farvi un effetto sorprendente. Ma se, putacaso, siete un contadino cinquantenne che da quaranta non ne potete più, di così tanti coglioni, e dei giochi di guerra di qua, e dei tiri di bombe di là, che durano tutta la giornata, e vi interrompono la strada che conduce dal punto A, casa, al punto B, bestie, da voi pagate a suo tempo un tanto all’una: è assai probabile che il feroce ventenne vi faccia assai meno impressione, e vi venga semmai voglia, se è solo, di lisciargli la schiena col manico del forcone. Da cui disgrazie irreparabili: la guerra dei contadini, la disfatta dell’esercito, e chissà che altro mai; anche perché al solito la prudenza insegna ad armare le guardie di tutto ma non di pallottole: con la conseguenza che, nonostante l’allenamento, ammazzare a baionettate un contadino incazzato non è facilissimo, specie se quello non collabora come il saccone di paglia durante le esercitazioni all’arma bianca. Dunque, il reggimento Custoza, e anche Tazio, quando fu la sua volta, prudentemente si adegua a un compromesso. Mio Dio, dice Tazio, puntando il fucile scarico sul contadino col ciuco, che per il momento non ha abbandonato il suo atteggiamento deferente, anzi abietto. Eccellenza! Protettore dei poveri! fa quello, mentre Tazio arrossa tutto per il caldo e per la vergogna. Sono due giorni che sparate, voi e chissà quale altro reggimento, e le bestie mi muoiono di fame. Alt! urla Tazio, anche perché il manuale e le consegne non prevedono il caso di una conversazione con i civili. Camerata! Compare! continua quello, insensibilmente passando al dialetto per l’incazzatura. S’hanno da munge tissiccapito, sinnò soccazzi. Sono cazzi sul serio, pensa Tazio, che non è mai stato troppo sicuro della propria baionetta. Lo spirito del reggimento alita in lui: bisogna trattare. Guarda, gli dice, che a me non me ne frega un cazzo: io lo dico per la tua pelle. Fra tre minuti, su quella strada spareranno dodici mitragliatrici e non so quanti fucili automatici: tà capì? ’O saccio, fa quello: ma in un  minuto e mezzo sono bello che passato. Cazzi tuoi, dice Tazio, ma ora pensiamo a me: se ti fai vedere da sopra mentre attraversi, quelli mi rompono il culo, e io, nel caso, sarò il primo a spararti, tanto per non avere testimoni. Eh eh, ride il buzzurro, mostrando i denti che gli restano, tutti rotti e anneriti dal toscano, eh eh, ci sono abituato. Tutti i maledetti giorni mi capita, o quasi: giù la testa, e via di corsa, quasi carponi. Che faccio, vado? Vai vai, maledizione, urla Tazio, che vede avanzare le lancette dell’orologio. Il culo e il mulo scompaiono nell’avvallamento. Passano i secondi, un minuto, un minuto e mezzo. Il silenzio, rotto solo dal battito di un cuore di cavalleggero, va in pezzi in un frastuono d’inferno. Se non ha fatto a tempo a passare, a quest’ora lui e l’animale saranno ridotti in briciole, e a me, a Gaeta, possono già fare la fossa e i funerali, pensa Tazio, mentre le armi rovesciano sulla strada un uragano di pallottole, di traccianti, di urla dei cavalleggeri che dopo ogni turno al poligono si sgolano per dare ai giudici, distanti due chilometri e mezzo, il nome il grado e lo squadrone di appartenenza. Il contadino è scomparso, nessuno a quel che pare lo reclama, il che lascia supporre che tutto, chissà per quale miracolo, sia andato bene. La legge è stata rispettata e violata, come in un rito ancestrale, e ne salta fuori il cavalleggero addestrato, il Reggimento all’altezza delle tradizioni.
Non è tutta qui, la guerra, o la simulazione della guerra, di stanza alle Casermette. Esistono le esercitazioni notturne, i campi di addestramento, gli assalti per pattuglie e squadroni. È successo a Tazio di celebrare il suo ventitreesimo compleanno ritto su un piede solo, nel cuore della notte, con un fucile scarico in pugno, sotto una pioggia di bengala che simulavano i fuochi di artificio in suo onore: neanche l’avessero richiamato in Vietnam durante l’offensiva del Tet. Dal di fuori, si pensa istintivamente al comico, al quadretto di genere, alla bambocciata. Ma non è in tutto esatto. Quell’acconto di guerra, che gratis lo Stato gli faceva la grazia di offrirgli, per buffo che fosse, privo com’era di pericoli in maniera ridicola (salvo la possibilità di stancarsi il ginocchio e di prendersi una sberla dal sergente, per aver fatto, con quel movimento, identificare nel buio l’intera unità di fuoco), ha pure un che di vagamente inquietante, come un oroscopo infausto, come una profezia minacciosa: specie per chi, di guerre, non ne ha vista neanche una, e in un’ipotesi di corpo a corpo, figurarsi, su per le coste dell’Appennino. Dunque, far finta di niente, è meglio, e concentrarsi sui servizi attivi: la guardia sulla collina, di notte, mentre in basso lo squadrone, a rischio di inciamparsi e di ammazzare qualcuno, si esercita, poveretto, nel lancio delle bombe di attacco, correndo sul terreno, per questo, con tutto l’ingombro di zaino e fucile.
Ma il meglio di tutto è la guardia in polveriera, di ventiquattrore. È la solita civile nozione di prudenza, a spingere gli alti quadri a conservare fuori città la santabarbara del reggimento. Certo, questo allunga le linee dei rifornimenti, e impone faticosi contatti via radio fra la cucina e la mensa, e insomma fra chi le pallottole le conserva e al limite le prepara, e chi le adopera, o potrebbe doverle adoperare. I turni sono massacranti: dalle sei della mattina alle due di notte, per cinque volte, ogni quattro ore, viene verificato il canale, il segnale e il messaggio standard, del tipo, bene augurante, Fort Alamo!: per essere sicuri che, in caso di bisogno, e col nemico che astutamente ha tagliato i telefoni, sia sempre possibile avvisare la polveriera che servono ventimila bombe a mano e quattrocentomila pallottole standard, calibro, per fortuna, 7.65 NATO. Per sicurezza, visto che le radio, come allora di moda, sono abbastanza impicciose, a causa delle batterie, pesano trenta chili, e con tutta l’antenna montata (che chissà se in campagna si può) hanno la portata di tre chilometri, si consiglia, informalmente, s’intende (ma i consigli dei superiori sono ordini), di dare prima un colpetto di telefono ai colleghi ricevitori, preannunciando il messaggio; il che porta a qualche disagio, perché quelli, birboni, giocano a carte tutto il giorno, fregandosene di cristalli e frequenze, e, dopo la telefonata, con calma passano al codice ALFA BRAVO, dando al solito una mendace impressione di sicurezza. Anzi, fanno di peggio: disposti al falso, pur di garantirsi un pisocco comodo, minacciano di morte in anticipo il tele-radio-fonista delle due di notte, perché salti il collegamento; col risultato che per otto ore, dalle dieci di sera alle sei della mattina, checché reciti il registro delle chiamate, il reggimento e le sue munizioni sono scollegati, evidentemente nella certezza che il nemico, altrettanto sfaticato, attacchi da coraggioso con la luce del sole, e possibilmente, a causa dei trasporti, non prima di mezzogiorno: con un leggero appetito, ma a posto, grazie a Dio, almeno per quanto riguarda il sonno.
Ignaro di tanta abiezione, neanche prevista dai manuali, Tazio adora la polveriera. Bacerebbe uno per uno i sette letti a castello dove s’incuneano le guardie e il capoposto, e dunque anche lui; leverebbe tutte le pulci al cane da guardia, e sarebbe disposto, se non fosse per il divieto di fumare, a trascorrere lì anche tutto il resto della ferma. Non è la corona di monti che circonda il luogo, carica di neve l’inverno, e che costringe a far andare a pieno regime, giorno e notte, la stufa a legna, con grande spreco di provviste e col rischio di un avvelenamento da ossido di carbonio; non è la maestosa presenza all’intorno, oltre lo spiazzo nudo, di querce faggi e alberi ad alto fusto di tutti i colori, bellissimi in vista dell’edificazione di un Eden militare, e un poco scomodi all’idea che dentro ci si possano mettere, al riparo, un paio di mortai da sessanta in grado di far piazza pulita, in sei colpi, delle guardie del capoposto e della santabarbara reggimentale. È la vita serena che vi si trascorre, ad affascinarlo: senza superiori, senza visite, senza formalità, salvo qualche isolata ispezione notturna: anche quella, vista l’ora, all’acqua di rose, perché l’ufficiale ha fretta pure lui di raggiungere a letto sua moglie, o la femmina che ne fa le veci; e il clima di quieta solidarietà che in sette, dopo la camerata da centocinquanta, facilmente si raggiunge indipendentemente dalle individuali propensioni dei singoli.
Leggendo la prima volta con accuratezza il regolamento, durante il suo turno di piantone al coperto, Tazio ha oltretutto  appreso che a lui, data la sua specialità (telegrafista), che lo costringerebbe, ma non lo costringe, a dormire poco di notte, spettano nientemeno che due ore di libera uscita, da mezzogiorno alle quattordici. Non si capisce bene che farne, se non andarsene per fratte su per le colline, visto che la polveriera è isolata; ma i soldati italiani, beati loro, hanno il pregio dell’iniziativa. Giusto a un’ora di cammino, lungo una strada asfaltata, la mappa segnala un villaggio. Sono dodici case in tutto, ma c’è, per i quaranta abitanti e le frazioni disperse nelle campagne, uno spaccio di alimentari. Tazio mette eroicamente a disposizione del gruppo le proprie ore di libertà, con grande entusiasmo di quelli. Prende i soldi, prende gli ordini, e va a fare la spesa. Ci sono, è vero, degli inconvenienti: perché il manuale, ad esempio, nulla prescrive sulla tenuta da libera uscita di una guardia armata. Tazio è prudente: si ordina da sé la divisa, anche perché non ha vestiario di ricambio. Dunque, tuta mimetica, anfibi, cinturone, con tanto di baionetta, ma niente elmetto e niente mitra a tracolla, anche perché al ritorno gli darebbe fastidio, con tutti i sacchetti degli acquisti. Alle dodici in punto, saluta e se ne va per colline e valloncelli, in un percorso fra gli alberi pochissimo trafficato, e, per quello, di straordinaria poesia, pure nella penombra delle frasche. I rari passanti, per lo più contadini a piedi, in bicicletta o sul carro, gli fanno grandi saluti, ammirati, prendendolo (come è di fatto) per uno delle truppe NATO. Buongiorno, capo! dice il primo, non sapendo propriamente come chiamarlo. Buongiorno, capitano! dice il secondo, che, venti metri più indietro, ha sentito male. Tazio saluta gravemente, ponendo la mano al basco, e chiedendo in compenso conferme sulla strada. Benissimo, cinquantacinque minuti, ed ecco il paese. Una piccola fila allo spaccio, con i quattro avventori che gli fanno una specie di festa, e salsicce formaggi salami braciole bistecche birre analcolici vari passano dal banco in capaci sacchetti, dietro versamento in contanti. Carico come un ciuco, e felice, Tazio saluta e s’incammina di buon passo per la via del ritorno. Il destino ha fatto le cose per bene: la pendenza della strada, che c’è, è tutta in salita all’andata, quando lui è scarico, e, in compenso, in amenissima discesa al ritorno. Ci si acciaccano soltanto un poco le mani, ma niente fiatone. Alle due meno un minuto, viene avvistato dalla sentinella in torretta della polveriera. Altro che nemico! Arrivano le bistecche, e tutti a farsi in quattro attorno alla stufa. Si apparecchia, si affetta il pane, si prende il cane a pedate, che pensa che le salsicce si possono dividere per otto. Si mangia, si beve, si lasciano le parole crociate, si chiacchiera. Poi si lavano i piatti con la terra, in mancanza di sabbia, visto che l’acqua corrente c’è, ma si ignorano i detersivi. Altro che campeggio, altro che battuta di pesca! Vengono benissimo, e si è mangiato assai meglio, con un investimento modesto. Poi, si fa a tempo, alle quindici, a scaricare il camion delle provviste che arrivano dalla caserma. Sono abbondantissime, e piuttosto buone, anche se fredde, ma è sempre la solita roba: niente a che vedere con la griglia. Serviranno, se ci sarà posto nello stomaco, per la cena, e, adesso, soprattutto per il cane. Il quale ovviamente si vizia, e dopo dodici fettine non è più tanto in grado di fare la guardia, neppure lui. Gli avessero dato anche due salsicce, converrebbe che quello è il servizio militare che più gli piace.


…del buon soldato svejk

Il camion correva, di notte, inciampando pesantemente in tutte le buche. Che erano davvero molte, su quella strada di mezza montagna. All’interno, in quell’ora e passa di scrolloni, Tazio meditava, con la mano appoggiata, anziché sul mento, sulla canna di quel mirabile mitra leggero FAL da paracadutista, a calcio ripiegabile, morbido e docile come un guanto, ultimo grido dell’armamento NATO, e infatti in dotazione al medesimo, chissà perché, solo in occasione delle periodiche visite alla polveriera. Accidenti, eccomi di nuovo in caserma, pensava quello. Il pensiero era, ovviamente, banale, ma sembra che il servizio militare decisamente non faccia bene alla complessa rete di neuroni, calibro umanità, che ogni essere umano, o quasi, riceve in dotazione alla nascita, indipendentemente dalla sua appartenenza a un esercito. Solita vita, s’intende, nell’abitazione principale; il che non dovrebbe essere un gran danno, per chi, come il soldato, ha principalmente fame di continuità: non avendo un accidente da aspettarsi, se non guai e fatiche supplementari, da ogni sconvolgimento (pericoloso) della routine. Però, vedi caso: ventiquattrore a venti chilometri di distanza, oltretutto facendo più o meno lo stesso mestiere, senza alcun brusco passaggio, per improvvisa metamorfosi, da cavalleggero del Reggimento a ballerina di fila del Bolscioi, e la routine diventa la vita da guardia armata nell’avamposto, con gli onori e gli oneri che al rango compete. Ecco, maledizione, le luci delle Casermette, dice Tazio, probabilmente all’unisono, sergente incluso, con gli altri sei, ma non è dato saperlo. Tutto cambia, adesso, cioè: si ricomincia tutto daccapo. Sforzi eroici, ci vogliono, e una dedizione paranoica al culto del passato, per riannodare il filo, per riscoprire il vantaggio di ritornare all’antico, elevando salmi al Dio che rallegra la nostra giovinezza: s’intende, fino alla prossima gita fuori porta, purtroppo per servizio, e così di nuovo.
Per fortuna (e ciò aiuta moltissimo la continuità), oltre al servizio i cavalleggeri, e Tazio fra loro, conoscono altri momenti, nelle lunghe giornate. Il biliardino dopo cena, direte voi, bevendo una birra a prezzo ribassato, in attesa del cinema, in quell’attrezzata sala dei giochi che si conviene a dei gentlemen. È una buona osservazione, anche se la cosa è scontata, ma per motivi diversi da quelli che pensate. Infatti: trattati in tutto e per tutto come militari di leva, e anzi con maggior rigore, in previsione della stelletta da ufficiale, neanche il reggimento fosse composto solo da futuri Pietro il Grande, Napoleone e Cesare, che prima di dare un comando vogliono che le truppe sappiano bene che quelle cose le hanno fatte (a suo tempo) anche loro – da cui la necessità di pulire i cessi, fare guardie diurne e notturne al freddo e al gelo, e insomma di sporcarsi le mani ben oltre i limiti degli affari propriamente di guerra –, gli allievi e aspiranti, e solo loro, hanno singolari privilegi che fanno di già intravedere l’ufficiale; che non avrà il frustino alla maniera britannica, non sei divise fatte a mano dal sarto al modo delle Forze Armate americane, ma tanta classe sì, e tanto buon garbo, come si conviene a un popolo famoso nel mondo per l’Italian Style. Dunque, sì alla sala giochi, anche se si tira al calcetto piuttosto che al minigolf, e sì, per la libera uscita, alla tenuta da ufficiale senza i gradi (ovviamente), l’ambitissima diagonale e i guanti di pelle: lasciando a casa, per i lavori di fatica, per la vita ordinaria del soldato e del cavalleggero, il brutto bozzolo della grezza divisa in lana caprina, con i guanti adeguati; anche se qui succede qualche pasticcio, perché il cappotto, sulla diagonale, rimane per ragioni di costi sempre quello, il che propriamente non fa un gran bel vedere, come se un colonnello nella fretta della ritirata di Russia si fosse buttato addosso il cappottaccio di un granatiere defunto. Purtroppo! ma vuoi mettere la bella figura quando al calduccio della trattoria consegni con sdegno la ruvida scorza a un cameriere non bene intenzionato, e, sotto quella, miracolo, appare nuovo di zecca, alle luci, un ufficiale in tenuta di gala.
Lo Stato non può, ovviamente, accollarsi da solo tanta magnificenza. Ma non si parli di costrizione: è in questi casi, anzi, che rifulge la democrazia militare. Così, terminato il primo mese, quando quei brutti broccoli sono tutti consegnati in caserma, per evitare figuracce all’onore del Reggimento, peggio che se fossero figli sgraziati e privi di educazione; quando già si freme in silenzio per l’attesa di un cinema con i civili, per le ragazze degli altri, e, s’intende, per una pizza accompagnata da un companatico; gli ufficiali radunano il gregge, e invece di assegnare loro il compito di pulire di fino tutti i vetri delle caserme, fanno, niente meno, queste non picciole proposte. Allievi e aspiranti, fate schifo, ma, per regolamento, più di tanto non vi possiamo, come vorremmo, trattenere in galera. Dunque, se non farete cazzate, se passerete la rivista individuale e collettiva, diciamo fra una settimana, potrete, nei giorni comandati, andare in libera uscita, sempre che non siate di servizio. (Urla di acclamazione). Silenzio, imbecilli, che già vi state giocando la guardia franca e ogni futura licenza. Dunque, abbiamo un problema. Potete uscire così come siete, con la divisa stirata e pulita (ne avete, non a caso, due paia), o potete uscire con la diagonale, che non è passata dal Reggimento. (Panico). Dunque, decidete voi a maggioranza. Fra dieci minuti fateci sapere, e da quel momento si potrà uscire solo nell’uniforme che voi avrete scelto.
La paga è bassa, i soldi non ci sono, ma potete giurare che quasi tutti vogliono la divisa da ufficiale. Sperano di far colpo sulle ragazze, preferibilmente in babydoll, vogliono metterla in quel posto ai sottufficiali che con tutti i loro gradi escono in libera uscita con la tenuta ordinaria; vogliono, insomma, una giustificazione comprensibile per la faticaccia che fanno in quella scuola del cazzo, trattati quasi in tutto come soldati, e rompendosi il culo tre volte tanto. La libera uscita in uniforme di lusso può dare, se ci si contenta, questa giustificazione, anticipando la gioia della stelletta, e dei soldi, quelli sì lautissimi, della paga da sottotenente, trenta o quaranta volte superiore a quella attuale. I contrari vengono presi a pedate, e gli aspiranti, in coro, gridano , otto su dieci, alla proposta ambiziosa.
L’Intendenza Militare è un’istituzione benefica. Due giorni dopo il gran rifiuto dell’uniforme della bassa forza, messi in preavviso dal Comando, si presentano due signori in borghese per prendere le ordinazioni. L’Esercito, sia chiaro, non ci guadagna un accidente: anzi, si fa garante per quei poveri figli. Dunque, funziona così. Esiste un appalto, è evidente, per le divise, e i fabbricanti fabbricano anche diagonali. Che costano, a prezzo di fabbrica, diciamo duecentocinquantamila lire per una, guanti esclusi. Nessun cavalleggero, centosessanta lire per giorno, possiede una simile fortuna, neanche contando sui vaglia mensili da casa. Alcuni, per la verità, sì: basterebbe chiedere a papà o a mamma. Ma, per rispetto agli altri, non si fa, non è civile, non è democratico. Si firma invece una specie di tratta: venticinque al mese per le quaranta settimane che saranno piene di soldi. Quindi la diagonale è quasi gratis, perché la ricchezza futura è, evidentemente, di qualcun altro. Si diffonde a scopo educativo anche un’istruttiva fiducia nell’acquisto a rate, che farà un gran bene al Paese quando gli ufficiali di complemento diventeranno cittadini e padri di famiglia, e dunque potenziali acquirenti; e la città si riempie, invece che di sacchi col filetto sul collo, di un intero reggimento di ufficiali senza gradi, neanche fossero le grandi manovre della Belle Époque.
Naturalmente, l’appetito vien mangiando. Qualcuno, più ambizioso, rifiuta sdegnosamente l’offerta. Accidenti! dicono gli altri, e che vorrà mai fare. Detto e fatto. In un angolo della caserma, incredibile, c’è una botteguccia di sarto. Paga un tanto al mese, è chiaro, alle casse del Reggimento, per l’affitto del locale, e, c’è da credere, per la concessione esclusiva. Lì i poveri vanno quando la loro divisa, complice l’insofferenza o l’idiozia del maresciallo o del sergente di magazzino, proprio non va, e si rischiano (si crede a torto) ceffoni e galera da parte dei ben vestiti superiori. È un’impresa familiare, più che artigiana: padre madre e una figlia ragazza, che, a parte sua madre e le donne del comandante, è l’unica femmina di stanza alle Casermette: lei, però, in servizio perpetuo. Infatti, non la si vede mai, neanche al cinema, come le figlie del colonnello: cuce e cuce come una sartina dell’Ottocento, e senza ahimè il conforto della Bohème. Dunque: lì, con una piega ben fatta, un riporto, un orlo alla giubba o alle brache, un verme con addosso una foglia di carciofo può divenire, con modica spesa, un che di simile a un cavalleggero. Ma il padre è sarto, lui: e a un prezzo esorbitante, e in contanti, ti può fare, con due prove e parecchi giorni di attesa, una divisa su misura, metti caso una diagonale. Gli capita di rado, si capisce, ma quello è il colpo gobbo, che giustifica alla fine la presenza della bottega. Ci vanno non necessariamente gli aristocratici, o i più danarosi: ma i più spocchiosi, i più vanesi, non sempre i più belli, o quelli che provano un gusto matto nel far crepare di rabbia i sottotenenti, che non se lo possono permettere. È un gioco pericoloso, perché l’ammirazione della truppa, lo sguardo paterno e orgoglioso degli alti gradi, chissà (se ci capiscono) gli occhi di triglia delle donne, sono più che a sufficienza compensati dall’attenzione ostile degli ufficiali subalterni. Ah bravo, un damerino che vuole andare in libera uscita. Tira fuori il preservativo, coglione, fammi vedere il pettine, e, per quel che mi riguarda, la sfumatura dei capelli e anche il buco del culo.
L’appetito viene anche ai signori in borghese. Passano cinque settimane, ed eccoli di nuovo in caserma, a un orario e in un giorno più che opportuno, per chiedere interviste individuali agli aspiranti, vestiti di tutto punto, per esigenze di servizio, come soldati semplici, e, peggio, con le divise da fatica, che sanno di cucina, di cesso e di militaresco sudore lontano un miglio. Cazzo, quelli si vergognano come ladri, a comparire così davanti a due compari tanto ben agghindati: come gentiluomini sorpresi dai loro colleghi a mettersi le dita nel naso. Macché, quelli sono compitissimi: ti propongono, pensa un po’, l’acquisto, sempre a rate, della sciabola da ufficiale. Così presto? disse Tazio sorpreso, neanche ci fosse penuria di spiedi nelle patrie officine. Ascoltò le motivazioni cortesi, fece due conti, sul suo futuribile stipendio già duramente decurtato, e, con creanza, va detto, anche se non proprio da gentiluomo, si disse disposto, da sottotenente fresco di nomina, a farsi prestare nei primi giorni l’arnese da qualche collega a riposo. Disse dunque di no, lasciando i compari di stucco, e coprendosi, inutile dirlo, di soldatesca vergogna.
Lui, era il tipo da farsene una ragione. Si beccava intanto i servizi, usciva con molta moderazione in libera uscita, una volta se ne andò pure in licenza. Esperienza pessima: il mondo di fuori e il mondo di dentro erano, almeno in apparenza, incompatibili. Si poteva stare di qua o di là, come in una transizione di stato. L’acqua o è ghiaccio, o è liquida, o è vapore. Non si può essere un qualcosa di mezzo. Tornò infatti in quella città vestito ancora da borghese, con sublime sprezzo del pericolo (perché all’epoca non solo in libera uscita, ma anche in licenza, si partiva e si arrivava in divisa), utilizzò per la prima e unica volta la stanzetta della pensione a suo carico, si rimise la diagonale, e se ne tornò in caserma, deciso a non uscirne mai più. Le ore d’ozio, si fa per dire, le divideva fra i luoghi ameni di quel ricovero: lo spaccio, la sala giochi, l’erba più nascosta del campo sportivo, la sera, a guardare le nuvole e le luci della città che si accendevano sotto di lui; come un luogo remoto, precluso, lontanissimo e incomprensibile, da cui proveniva, in cui certo sarebbe tornato, ma irreale come lo spazio infinito del tempo che aveva preceduto la sua nascita, e che avrebbe fatto seguito alla sua morte. In questo spirito, frequentava persino le sale di lettura e di scrittura, accortamente divise come a gentiluomini si conviene, e lusso davvero eccessivo per quelle bestie da soma coperte dei loro brutti stracci per uso interno, come dei borghesi falliti: separati, i giornali, neanche si fosse in un buon albergo o in un club del tutto ignoto all’Italia, con la loro asticella atta a sconsigliarne il furto, dai tavoli foderati, spartani, ma non privi di una loro sobria eleganza, dove centinaia di marmittoni, del tutto diversi da ogni genere di ufficiale, scrivevano non dell’arte della guerra, ma di cazzi privati alle ragazze e alla mamma.
Ogni proposito è per definizione temporaneo, effimero. Fu proprio Tazio, anzi, a esortare gli amici intimi a una violazione tremenda, del regolamento non solo del luogo, ma di qualunque esercito in armi. Ecco l’occasione: a cento chilometri da lì, Tazio possedeva, di famiglia, un appartamentino sul mare. Non ci andava da secoli: visti i compagni smonati all’idea di passare un’altra domenica in città, propose una fuga. Fuori distretto, gravissima. Si poteva sempre far finta, evitando le ronde (quella del Reggimento, pazienza, ma quelle ferroviarie, ahi, e specie la temutissima ronda mista, dove i più stronzi dell’Esercito, della Marina e dell’Aviazione si esercitavano nell’arte di prendere al laccio, per odio tribale, i trasgressori delle tre armi), di stare andando in licenza, prendendo i treni opportuni. Detto e fatto, si va, non appena i cancelli della caserma si aprono per la libera uscita mattutina. Ci si confonde con la frotta di quanti, di tutti i reparti, fanno venti chilometri in autobus per prendere il treno, e si parte. Due ore nemmeno, e si è arrivati. Di corsa a casa di Tazio: ci si levano le divise, e ci si distribuiscono i panni estivi di lui, per la verità leggerini, indifferenti alle taglie e all’altezza, altro che diagonale. Ne riesce fuori una manica di bifolchi con il capello leggermente corto, che farebbero la felicità di qualunque forza di polizia intenzionata a chiedere i documenti. Chi prima arriva, si fa per dire, meglio alloggia. Tazio ci sta, vedi caso, come nei suoi panni, gli altri un po’ meno. A un paio, poveretti, toccano camicie e pantaloni da gettare. Uno ha persino uno strappo, abbastanza vistoso. Protesta, e per poco non si mette a piangere per la vergogna. Niente da fare: viene buttato fuori di casa dagli altri, che lo minacciano di morte, e intimano a Tazio, che, per amore, chiede sommessamente scusa, di stare zitto. E che cazzo, non è mica un magazzino di abbigliamento. Già va bene che non si debba andare al mare in costume adamitico.
Vanno infatti sulla spiaggia, scambiati per un gruppo di zingari. Ogni ambizione di nobiltà, ogni fair play da gentleman è rigorosamente evitato. Appaiono per quello che sono realmente da militari, a prescindere dal loro status nella vita civile: bassa forza, quasi un gruppo di proletari. Ridono, passato il malanimo, corrono per la spiaggia e ne fanno di tutti i colori. Farebbero anche il bagno, se non fosse troppo freddo: ma questo non impedisce loro di tentare di affogare Tazio nell’acqua gelata. Bel ringraziamento! Ma si riscattano più avanti. Fanno la spesa sulla cassa comune, perché non c’è trattoria così modesta che non sia al di fuori della loro portata, tornano a casa, e si fanno a buon mercato un’abbuffata di panini e pizzette. La casa, in breve, si riduce a un porcile, ma quelli, non per nulla addestrati, rassettano il tutto. Il Ragazzo dalla Camicia Strappata, lievemente isterico, fa qualche capriccio, ma viene messo in riga. Capisce anche lui, presto, nonostante il tacito aiuto di Tazio, che il gruppo ha sempre ragione, o per lo meno il sopravvento.
Tutti in divisa alla stazione. Sono meno straccioni, così, ma molto meno felici. S’inguattano in attesa del treno, cercano poi la carrozza più buia, e ci si infilano dentro, pregando sommessamente per la propria pelle. Lì e dopo, nell’autobus, il cielo è buio, e le stelle lucenti. Ma più lucenti all’arrivo, come sette maledette stelle dell’Orsa, le luci gelide e bianche che sormontano il colle con sopra le Casermette.

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