IL CALZEROTTO MARRONE

Quadrimestrale on line di scrittura creativa

L'armata a cavallo  Scarica l'articolo in PDF

Tecniche di colpo di Stato

 Nella tarda primavera, quando Tazio da un paio di mesi non era più nel libro paga del Reggimento Custoza, si diffuse tra i militi la notizia che nel precedente dicembre era stato (forse) messo a punto un tentativo di colpo di stato. Non è che quelli avessero accesso a fonti d’informazione riservate: leggevano ogni tanto, incredibile, i patri giornali. Cavolo! disse Tazio, che nel frattempo faceva più o meno lo scritturale, ma tremava di strizza retrospettiva: all’epoca ero in un reggimento operativo, e chissà che mi poteva capitare. Infatti. Era improbabile che ordinassero a uno scrivano in divisa di afferrare la penna biro e di occupare il Ministero dell’Interno: ma, accidenti, all’epoca, a quattro ore, con sosta, di distanza da Roma, il Reggimento poteva essere appetibile. Con quella santabarbara da strapazzo, ma con l’equivalente, in contenuto, di diecimila negozi di caccia e pesca.
Cosa mai sarebbe successo, in quel caso? Li avrebbero radunati sulla piazza d’armi, come in occasione della grave scelta pro o contro la diagonale, per dire: Cavalleggeri e squadroni, io, Provolino comandante, sono contro, ma gli ufficiali da una a tre stellette a favore: decidete voi, e vinca il migliore? Oppure, di notte, si sarebbero sentite urla strozzate: Aiuto, il capitano Agazia, golpista, tiene sotto scacco con la pistola d’ordinanza lo stato maggiore? Accidenti, e dove troviamo noi, bassa forza, le pallottole e la mira per salvare l’onore e la pelle, e prenderci in blocco una, anzi due settimane di licenza premio?
Non sarebbe andata così, sospettava Tazio. La sera, nel quotidiano ansioso scorrere con gli occhi il simil-tatzebao con gli ordini di servizio, guardie piantone cucina pulizia cessi, si sarebbe trovato un avviso: Domattina, tutto lo squadrone, adunata alle quattro, esercitazioni di guerra. Tenuta, di combattimento. Armamento, completo. Passare in armeria per i caricatori (Fine del messaggio). Quelli, rincoglioniti dalla sorpresa, sgradevole, e, la mattina, dal sonno, si adunano bofonchiando, e fumando al freddo prima dell’alba l’ultima sigaretta. I singoli si ammucchiano per pattuglie, le pattuglie in squadroni, ed ecco, in ordine semiperfetto quasi come i pezzi di una scacchiera, il reggimento schierato. Il capitano d’ispezione del giorno prima, nonostante sia la sua settimana, non c’è. Arriva al suo posto Voce di Toro, il gigantesco tenente colonnello capace col suo grido di guerra di ammazzare due bufali, a perpetua vergogna degli aspiranti, che, quando fanno scuola comando, nello sforzo di farsi sentire a distanza alzano sì la voce, ma danno in acuti come tanti soprani. Razza di castrati, grida in quei casi con empito baritonale il sergente. Ma è quasi uno scherzo, e anche lui trasecola, quando, come in quella mattina, Voce di Toro assume il comando, e squarcia timpani e cuori. Battaglioni, attenti! prorompe quello col frastuono cupo di una cascata, dell’onda dell’oceano. Il panico, prima che fra i nemici, che lo avrebbero al caso centrato con una schioppettata, grosso e rumoreggiante com’è, si diffonde fra i sudditi, fra i cavalleggeri schierati di ogni ordine e grado. È quella, se mai ne ha una, la voce del Reggimento: pietoso, se vogliamo, nei singoli, ma armato, e impressionante per numero, se si muove compatto in tempo di pace.
Squilli di tromba. Alzabandiera. È sempre la solita, il tricolore con il bianco nel mezzo. Che ne sa, il cavalleggero, se stamattina significa un’altra cosa? E quando la Voce, senza spiegazioni, senza discorsi, dice semplicemente, anzi urla, Ai camion, nel tono consueto, a chi, fra quei diciannovenni o ventenni, passa per la mente di chiedere, vocina anonima sull’enorme scacchiera: Dove andiamo, prego, e perché? Spetterà ai capitani, debitamente istruiti, dire ai tenenti che si va a Roma per ragioni di ordine pubblico, e ai tenenti radunare per trenta secondi sottotenenti marescialli e sergenti: A Roma, esercitazioni, informare la truppa! Gli autieri, mezz’ora prima dell’adunata, mentre scaldavano i motori, hanno avuto dalle staffette consuete le mappe stradali: A Roma, cazzo, dicono, pensando alla faticaccia: ma anche contenti, perché molti, che non sono di lì, la Città Eterna non l’hanno mai vista. Gli altri, i passeggeri, canteranno svogliatamente, fra un pisolo e l’altro, qualche canzone guerresca, subornati dai sottufficiali, che vogliono, con i superiori, far bella figura: truppa che canta è truppa bellicosa, pensano, ma s’ingannano. Però, a Roma, ci si arriva lo stesso.
Me la sono scampata bella, pensa Tazio, che anche stavolta è troppo previdente. Lo dice, in libera uscita, non agli amici, non si fida, ma a una vecchia amica, di cui è da secoli segretamente innamorato. Peccato, dice quella, che, antimilitarista com’è, ne sopporta a stento la divisa, solo perché sa che lui volentieri ne avrebbe fatto a meno. Peccato, dice, perché, se venivi a Roma così, finalmente ti avrei potuto picchiare. Sventure del cavalleggero scrivano, che per sopravvivere deve, su tutti i fronti, essere in possesso di dosi inusuali di dimenticanza. E che intanto passa un paio di giorni in ufficio non combinando un accidente, e tentando di smontare il messaggio. Peccato: voleva vedermi. Finalmente: mi aspetta da tanto tempo. Picchiare: fra me e lei c’è qualcosa. Veramente, ci sono le botte: per fortuna evitate, chissà con quale altra sequela di guai.
Se è vero quel che si narra, non al Reggimento Custoza, e neanche alla manesca fanciulla, Tazio fu debitore della salvezza, ma al Corpo (nazionale) delle Guardie Forestali. Poco persuasi dell’efficienza dell’Esercito, e forse non ammanicati con le altre due Armi, i golpisti ipotetici ebbero il colpo di genio di inventarsi una manutenzione straordinaria, a Roma, di parchi e giardini. Così, mentre il reggimento Custoza, alle quattro, beatamente dormiva, in attesa della sveglia consueta, quatti quatti un gruppone di Guardie Forestali, pesantemente armati, si presume, di rastrelli e di roncole, si sparsero per la Capitale, prendendo a pedate i vigilantes di un paio di ministeri. Poi, chissà perché, si fermarono. Forse, abituati agli alberi, ai giardini, ai fiori di campo, non resistettero, finita l’autonomia di due ore, alle puzze dei gas di scarico dei primi mezzi dell’Azienda Urbana di Trasporto, e dei vetusti diesel della Nettezza Urbana, che cominciava il suo giro. Si spensero mormorando la parola d’ordine, Rucola, mentre qualcuno, morendo, rispondeva in codice, Peperone.           
Peccato, come si diceva, perché l’Italia sarebbe potuta entrare con certezza nel Guiness: non sono molti gli Stati che siano stati espugnati da spazzini golpisti, da vigili del fuoco insorti, da comitati di ferrovieri. L’Esercito, però, ci fece una gran bella figura. Non si mosse, né da una parte né dall’altra. E come poteva, del resto? Non sapeva, non gli avevano detto un accidente. Pensasse, lui, a formare cavalleggeri, che, in un modo o nell’altro, riescono sempre utili. Vedi Tazio, ad esempio, fatto e formato in quella fucina di guerra.
Bene così, si disse Tazio, e continuò a ripeterselo per trent’anni. L’importante è che in Italia non si è sparato, e non si sparerà, un solo colpo di fucile. S’intende, finite le guerre, civile compresa. Lo ripeteva a tavola, ogni tanto, ormai attempatello, anche in qualche brigata di amici, maschi e femmine, che, rigorosamente, non avevano fatto il militare. Quelli e quelle, come succede fra amici in Italia, si stavano sin lì accapigliando, per ragioni politiche: destra, sinistra, centro, nord, sud, e vuoi mettere le isole. Sentivano quelle parole, e si azzittivano subito. Non per la gioia:  per la sorpresa. Perché a loro, di tutti i colori, non era mai nemmeno passato per la testa che, dopo le parole, si potesse lasciare spazio alle armi.
Tazio, beato lui, si sbagliava. O, nonostante tutti i suoi progetti, si era troppo addestrato nell’arte della dimenticanza. Perché, proprio in quei mesi, per la verità si sparò. Fu, per fortuna, un episodio piccolo piccolo, anche per chi si era già dimenticato del Quarantotto, novecento, s’intende, niente a che fare con l’ascesa al trono di Francesco Giuseppe. E non spararono truppe di élite, i reggimenti di volontari di tutti i colori e di tutte le mostrine possibili: sparò l’esercito di leva, con il poco su cui poteva contare, pistole fucili mitra mitragliatrici leggere. Fu in Calabria, diciamo per una sommossa. Appena vedevamo uno dietro la persiana, gli disse a quel tempo in ospedale un collega di chissà quale reparto, subito in punteria, e una bella raffica sulla finestra non gliela levava nessuno. Non erano allievi e aspiranti, erano soldati semplici, al comando di un caporale. Ma la paura era tanta; e, per sparare, non c’è bisogno del Reggimento Custoza.


Gran Finale (senza fuochi d’artificio)

                                                O fortunatam natam me milite Romam!

avrebbe potuto dire Tazio, congratulandosi con se stesso, se avesse fatto qualcosa per la patria, in quell’occasione storica, e se avesse conosciuto Cicerone poeta. Non lo conosceva, purtroppo, del resto come molti dei cavalleggeri del Reggimento Custoza: e, come loro, lo sappiamo, non aveva fatto un accidente. Anzi no, per la verità, una cosa la fece, un paio di mesi dopo quel disgraziato dicembre: si ruppe un ginocchio nel più stupido degli esercizi guerreschi. Rompersi è, in questi casi, un modo di dire, per fortuna: il ginocchio, pur gonfiatosi a dismisura, c’era ancora, anche se non rispondeva bene ai comandi. Tazio, che aveva un precedente infausto, avendo preso nella primavera passata una botta maiuscola contro uno dei disgraziati gradini in marmo robusto che decorano la fermata Termini della metropolitana di Roma, inciampando e cadendo nel corso di una giovanilistica rincorsa, chissà perché, di un paio di suoi studenti e studentesse che segavano a scuola, in vantaggio su lui giusto di quei tre anni che permettevano a loro di saltabeccare come leprotti, e a lui di cadere stecchito come un gatto morto, si preoccupò e parecchio, o ne fece le viste, anche perché, del suo status di aspirante, e di questa storia, incominciava ad averne le scatole piene. Altri cieli, altri orizzonti, altri mari, che non il militaresco oceano delle Casermette desiderava, screziato al massimo dall’isola felice, ma estemporanea, della polveriera. Farvisi confinare in perpetuo, come in un buen retiro, non era però possibile: dunque, altrove, e per sempre, almeno sino alla fine della naja. E quindi, poiché le disgrazie, come ogni cosa, non vengono per fortuna solo per nuocere, il ginocchio suddetto poteva funzionare invece di grimaldello per questo mutamento di destino. Che dire? Ne fece buon uso, naturalmente, rompendo i coglioni, con discrezione, s’intende, agli ufficiali medici giovani e vecchi, forzandoli a dichiarare la loro incompetenza. Fece le trafile opportune, si mise o si fece mettere a riposo, godendosela un mondo, col suo bigliettino in tasca, ad andarsene a spasso, zoppicando, per camerate e campi sportivi (a lui per fortuna vietati ai fini dell’agonismo, futile e inconcludente, ma faticoso parecchio, del reggimento, ufficiali istruttori compresi, che lui le prime volte, nonostante le minacciose stellette sul petto della tuta ginnica, aveva preso per un che di simile a dei massaggiatori o a dei bagnini per le sabbiature, comportandosi malauguratamente di conseguenza), a chiedere udienze al capitano, cui esternare le sue fondate preoccupazioni circa le possibilità della sua permanenza al corso, recitando più volte il Non sum dignus, e a scrivere a casa. Quest’ultima incombenza, apparentemente la meno produttiva, ebbe viceversa conseguenze miracolose. Fu convocato una mattina da un tenente colonnello dello stato maggiore, di cui ignorava sin lì persino l’esistenza, entrò in uffici e santuari che mai la mente di alcun cavalleggero aveva osato vedere altro che in somnio et aenigmate, e, come di fronte a Dio, ebbe la straordinaria sorpresa di essere ricevuto e trattato da uguale. Potenza delle italiche raccomandazioni! da lui per la verità non richieste, almeno nell’occasione specifica, tanto era convinto, poveretto, del suo buon diritto; ma che, come in una loggia massonica, in un circolo filatelico con aderenze in alto loco, in un club di canottieri di cui sono membri due ex-Presidenti della Repubblica e almeno cinque ex-Primi Ministri, rovesciavano l’ordine normale delle cose, e facevano sì che parecchie faccende, che ragionevolmente stavano a cuore al tenente colonnello, in tutto e per tutto dipendessero dal grado di soddisfazione di Tazio nei riguardi del suddetto ufficiale. Morale: due giorni dopo, con il cordialissimo assenso del suo capitano, che si limitò appena a fargli rifare la barba due volte di seguito, poco persuaso com’era dell’efficacia di quel rasoio, Tazio montava nientemeno che in jeep, per recarsi, vestito da ufficiale, e come se avesse anche più di qualche stelletta, in un ospedale civile, accompagnato da un autiere solerte e più che cortese.
            Oltre alla forma, discutibile, c’era però la sostanza. Gli ortopedici borghesi non ebbero dubbi: venti giorni di riposo, e poi si vedrà. Fulmini e saette! Il prode capitano, al ritorno, era sull’orlo delle lacrime. Spettò a Tazio confortarlo, dandogli prova del molto che aveva imparato in quei mesi, la sopportazione ferma delle disgrazie, in primo luogo, e il riconoscimento della superiorità degli interessi collettivi sulle aspettative individuali. Cosa contava di più, la sua legittima attesa di un grado di cui per quasi un semestre aveva tentato di rendersi degno, o l’esigenza dell’Esercito di avere un sottotenente, sia pure di complemento, in possesso, quanto meno, dell’uso di un paio intero di gambe? Nulla quaestio, naturalmente, disse e tradusse Tazio al suo interlocutore basito: e, quindi, ultima spiaggia, i venti giorni, prima della definitiva partenza, che il saggio cavalleggero auspicava per la verità di potere ancora evitare. Che Dio ti benedica, disse quello, sollevato, e quasi intenzionato a erigergli, secondo le sue povere forze, un monumento (equestre davvero, però) giusto nel mezzo della piazza d’armi, a perpetuo ricordo, per il reggimento, delle virtù umane, militari e civili del perfetto aspirante.
            Metamorfosi imprevedibile! di  tanto l’acciaccato Tazio risultava più prono ai piaceri della tavola, dei divertimenti e della conversazione, del Tazio sanissimo delle precedenti quattordici settimane. Si rovesciò sbadatamente almeno due coppe di macedonia sulla diagonale quasi nuova, quasi il subconscio gli suggerisse, nonostante ogni virile speranza, l’infausto esito della sua carriera da ufficiale; si esercitò in tutti gli sport da tavolo che non richiedevano l’uso delle gambe; raccontò e si fece raccontare una quantità di barzellette, di cui poi non fece alcun uso (come di tante altre cose) nella sua lunghissima vita civile. Accidenti, proprio un altro Tazio: a conferma che da ogni male può nascere almeno un piccolo bene.
            Tre settimane scarse passano in fretta. Diagnosi infausta, al controllo, come temuto: non solo per il passaggio, di per sé irrilevante, dalla classe 1A alla classe 1B dei suoi parametri di efficienza fisica, ancora sufficienti comunque a farne un possibilmente baffuto ufficiale; quanto per l’interdizione assoluta di ogni attività fisica e sportiva per un’uguale durata. E le marce? E le esercitazioni notturne, i percorsi di guerra, l’agile passo del leopardo, le gare atletiche, corsa salto cavallo (fisso e di legno imbottito, s’intende), asse d’equilibrio e compagne? Non c’era che una decisione da prendere: arrendersi, ma, secondo tradizione, con l’onore delle armi.
            Rifiutata con decisione un’ultima scappatoia offertagli dagli alti gradi (un posto di scritturale in un ufficio militare del Nord, ma con la stelletta e l’assegno), Tazio si prese in cambio, con rassegnata fermezza, una licenza malattia di sessanta giorni, e si dispose a partire. Fece i bagagli, riconsegnò le armi, con tanto di ricevuta, e tutto ciò che al Reggimento apparteneva, e di cui aveva goduto l’uso esclusivo. Alla sua tenuta d’uscita mancavano, è vero, gli stivali, che qualcuno (per necessità, s’intende) gli aveva fregato all’ultimo momento. Ma si provvide anche a quello, con un complicato giro di scambi, e sulla promessa che, non appena libero, Tazio sarebbe tornato in visita da ex cavalleggero, recando l’oggetto in un drappo, come la testa di Oloferne. Di passare per la pensione, a caricarsi di altro bagaglio, non v’era nemmeno da pensare: anche perché Tazio, insofferente come tutti i malati, aveva deciso di affrontare l’avventura inenarrabile del treno, piuttosto che aspettare sino alla mattina il più pacifico servizio della Cammelli.
            Rinunciato al grado, e sentendosi in cuor suo di nuovo civile, Tazio si avviò così nel primissimo pomeriggio, vistosamente zoppicando, al corpo di guardia. Salutò con la voce, e non col gesto, il temutissimo capoposto, che lo folgorò con lo sguardo per quella patente violazione del regolamento (proibito parlare non interrogato a un superiore di ogni ordine e grado), e cortesemente gli chiese di chiamargli un taxi per andarsene: tanto poteva su lui la preesistente educazione borghese, che la fucina del Reggimento non aveva potuto, per mancanza di tempo, compiutamente rifondere. L’altro balzò in piedi come un leone infuriato, pronto a schiacciare il pischerlo sotto il maglio dell’ira, e a riformarlo lui sull’incudine a forza di martellate: ma quello gli tese con garbo la licenza, come un’offa in grado di reprimerne per tre secondi i furori. Alle parole magiche Sessanta giorni, alla litania diffusa in sedici righe del Vuolsi così colà dove si puote, cadde come vela che ha perso il vento l’ira della bestia, rosa piuttosto da un’invidia mortale: che prima sparse i suoi funerei colori su quel volto non bello, e poi indusse il già feroce portinaio a piangere sul suo cieco carcere, e ad alzare rassegnato il telefono, come di fronte all’apparizione del Cristo le potenze infernali.
            Perché ridire la corsa veloce e lunghissima del taxi per la campagna inondata dal sole, sino all’apparire del mare e di San Benedetto del Tronto? Perché evidenziare la gioia di Tazio nel consegnare quasi tutto il suo patrimonio in denaro all’autista? Il treno era ancora sul binario, e questo contava: né cambi né lentezze e ritardi, che fecero presto scendere la notte, poterono distogliere Tazio dalla contemplazione pacata dell’universo, dopo tanto tempo, fino ad addormentarsi in Abruzzo. Fu risvegliato, e si ritrovò in Campania; dormì ancora, ormai trascurando le stelle, e, come per miracolo, si ritrovò a Roma, in tempo per non trovare più né autobus né taxi, e fare a piedi, nonostante il ginocchio, il non lunghissimo percorso fino a casa. Tutto, là, era rimasto uguale, salvo Tazio: i genitori, le stanze, mobili e soprammobili, ritratti; quasi che una nuova caserma, dimenticata da secoli, gli si aprisse nuovamente davanti, e chissà per quanto tempo: estranea a lui non meno del Reggimento.


Epilogo

 

Tazio poi tornò davvero nelle Marche, per riprendersi le sue robe, ma non ce la fece a ripassare per la caserma, e si tenne gli stivali per ricordo, seppure con vergogna. Nell’età avanzata, non soffriva in genere di complessi di colpa, lui; ma quattro o cinque cose, nella vita, avrebbe voluto davvero non averle fatte. Una di queste, assieme ad altre molto più gravi, ma non meno seccante, era la questione degli stivali. Non per il danno in sé, non per i fastidi procurati ai compagni, che a suo tempo avrebbero dovuto mettere in piedi un altro complicato sistema di scambi, sino alla scomparsa definitiva della cavalleria. No, non per questo: ma perché, nonostante tutti i suoi princìpi, almeno quella volta si era davvero comportato da perfetto cavalleggero, nel Reggimento Custoza.        

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